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Un cretino (uno di quei giornalisti che
si infiammano di orgoglio ferito se il direttore del giornale
cui collaborano non gli pubblica immediatamente l'articolo che
gli hanno inviato) ha scritto che, dopo tutto, la punizione
inflitta da Ratzinger a Leonardo Boff fu una tazzina di
caffè
al termine di un loro colloquio e la proibizione di rendere
pubblici i suoi scritti per il periodo di un anno: amabili
quisquiglie.
Che in realtà si sia trattato dell'ordine di mantenere
un obbediente silenzio per un tempo indeterminato, quel
tizio non lo dice; che per un intellettuale il divieto di dialogo
con i suoi simili possa risultare soffocante sino
all'intollerabilità quel
tizio non lo sospetta, tutto essendo fuorché un uomo di
cultura. Che poi il caso Boff sia soltanto uno dei tanti casi
in cui teologi di fama e di fede sono stati colpiti dall'ex (ma
non troppo) Sant'Offizio durante la gestione Ratzinger, sempre
quel tizio lo tace.
Tuttavia credo anch'io che non si debba negare la speranza che
il nuovo pontificato possa essere ben altro che la continuazione
di un'attitudine inquisitoria. Non mancano nella storia della
Chiesa esempi, commoventi, di mutamento radicale in uomini travolti
da nuove responsabilità pastorali. Il vescovo più
santo della mia generazione, quello che ha accettato di morire
per difendere i diritti e le speranze dei poveri, monsignor Romero,
da semplice monsignore e poi da vescovo ausiliare di San Salvador
era ossessionato dal comunismo, che gli pareva nascosto in ogni
ribellione sociale.
E colgo anch'io con gioia alcuni primi atti che mi paiono di buon
auspicio: nello stemma del nuovo papa la tiara, simbolo regale,
è stata sostituita, per la prima volta nella storia pontificia
dalla mitria, simbolo vescovile, quasi a sottolineare che Benedetto XVI promette
un'accentuazione
della collegialità episcopale; nei suoi primi contatti
con la folla egli ha usato più volte la parola amici,
inedita nel linguaggio papale; nel suo terzo discorso ha finalmente
parlato di pace come di un dono di Dio da preservare; la sua
sollecitudine
nei confronti del problema dell'ecumenismo è sembrata sincera;
e se mi è parsa assai inquietante la sua intenzione di
rileggere il Concilio, non posso negare che la frase può
essere interpretata anche in senso positivo.
Ciò che maggiormente mi è piaciuto è stato
il rifiuto di Benedetto XVI di annunziare un suo programma, il
suo programma volendo essere - ha detto - quello dell'obbedienza
allo Spirito Santo: una svalutazione, si direbbe, delle tendenze
burocratiche e centraliste della Curia Vaticana.
IN CAMMINO
Se davvero si lascerà guidare dallo
Spirito Santo (in silenzio obbediente quando non avesse
la certezza di certe parole o decisioni), Benedetto XVI non
potrà
non andare, con tenerezza e sollecitudine, alla ricerca di quella
grandissima parte del popolo di Dio che non ha potuto partecipare
se non davanti ai televisori (o soltanto davanti alle radio; o,
in alcuni luoghi della Terra, soltanto attraverso le notizie portate
da qualche cittadino) alle solennissime liturgie per i
funerali del suo predecessore e per il proprio ingresso nel servizio
ai servi di Dio.
Personalmente sono stato profondamente affascinato da quei riti.
Ho sempre amato la liturgia, questo tentativo umano di lodare
il nostro Creatore, presentargli le nostre suppliche, cercare
d'intenderne la Parola. Soffro per certe messe la cui celebrazione
appare una stanca ripetizione di formule e di atti, le letture
affidate a velocisti, i canti spesso letterariamente e teologicamente
banali e dal punto di vista musicale simili a certe canzoncine
dei film di Walt Disney, in cui il silenzio viene considerato
pericoloso.
Penso che, almeno in Italia, salvo nobilissime eccezioni, la riforma
liturgica si sia ridotta all'abolizione del latino. Turoldo e Ravasi
hanno consegnato alla Chiesa italiana
testi bellissimi; vengono scarsamente usati nelle nostre buone
parrocchie. C'è voluto un papa polacco, che è stato
anche un eccellente poeta, perché, tre o quattro anni fa,
ci si rivolgesse al nostro maggiore poeta, Mario Luzi,
per la composizione di testi per
la Via Crucis al Colosseo: forse i vescovi italiani non lo avevano
mai sentito nominare. Eppure, io credo, ogni popolo e ogni generazione
dovrebbero essere chiamati a elaborare simboli dell'amore unificante
di Dio. È vero che la Curia vaticana si è distinta,
dalla fine del Concilio in poi, nello stabilire lacci e laccioli
contro la creatività, ma è certamente anche
vero che, in attesa che il nuovo papa ne rimuova qualcuno, non
si possono assumere queste difficoltà come alibi a certe
sciatterie.
QUEL VENTO CHE SCOMPIGLIA
Dunque dicevo che sono stato affascinato
dalle liturgie vaticane. Alcuni simboli mi sono sembrati stupendi:
penso a quel vangelo deposto sulla bara di Giovanni
Paolo II e al vento che lo ha sfogliato, quasi leggendolo;
e poi lo ha chiuso, come a dirci. adesso tocca a voi. E mi ha
commosso, questa volta dal punto di vista estetico, anche qualche
elemento più propriamente profano: la solennità
delle processioni e di nuovo il vento che scompigliava le vesti
rosse dei cardinali, come di certi personaggi del Pontormo.
Riscoprivo, ancora una volta, la raffinatezza della cultura cattolica
europea, la capacità tutta romana di avere assorbito
usi e costumi da molte civiltà e di averne fatto un corpus
unitario di straordinaria efficacia, tale da portare l'animo dei
piccoli a un deliziato stupore, così come l'oro di certe
chiese barocche che alle inquietudini dei cuori in ricerca risponde:
guarda quanto è grande la gloria del Signore, abbandònati
ad essa, senza resistere né dubitare.
Ma d'un tratto per me l'incanto si è rotto. I diaconi stavano
leggendo il vangelo della messa di insediamento e papa Ratzinger,
il bel volto assorto, stava in piedi, eretto, ascoltando. La sua
mitria era dorata, dorato il suo splendido piviale e d'oro (o
pareva) la croce astile che reggeva con la destra. All'improvviso
ho pensato: sembra l'El Dorado, il mitico re amerindio invano
ricercato dai conquistadores assatanati dalla fame di
ricchezza;
e disposti per trovare la sua città lastricata d'oro a
torturare ferocemente e uccidere, come testimonia Bartolomé
de las Casas, migliaia e migliaia di innocenti. E mi sono
domandato: ma Gesù di Nazareth è qui?
RICORDI
Io non ho risposta a questo interrogativo
se non, per così dire, laterale, nel senso che so
bene dove ho sentito presente, con assoluta certezza, il Signore
che i cristiani invocano. Eravamo, mia moglie Clotilde ed io,
con un gruppo di amici, in Brasile, a Recife, e una domenica fummo
invitati a partecipare alla liturgia di una comunità cattolica
poverissima, quella del barrio (=quartiere) di Nossa Senhora
de Conceipcâo.
Era una delle tante parrocchie su cui si era abbattuto il furore
del successore di dom Helder Camara, convinto che dom Helder avesse
seminato eresie e comunismo. Un sacerdote che era (ed è
tuttora) consulente liturgico della Conferenza dei vescovi brasiliani
evangelizzava i 20 mila favelados in maniera che a Sua Eccellenza
l'arcivescovo José Cardoso Sobrinho sembrava sovversiva.
Il sacerdote era stato rimosso, nella baraccopoli costruito, a
tempi di record, con enormi spese, un santuario mariano.
L'arcivescovo aveva ordinato la chiusura della baracca in cui
i fedeli da anni si radunavano per la messa. La favela non si
era arresa: il nuovo parroco aveva dovuto fare il suo ingresso
protetto da un centinaio di poliziotti. Il santuario, per impulso
dell'arcivescovo, era divenuto meta di pellegrinaggi, ma nessun
favelado vi era mai entrato. La chiesa-baracca continuava a funzionare
da cappella; il mercoledì e la domenica la gente continuava
a radunarsi per un servizio della Parola, diretto da uomini
e donne formati, negli anni precedenti, dai laboratorî
teologici di dom Helder. Si leggeva e si meditava la Bibbia; si
cantava, si pregava. Poiché non v'era più sacerdote,
non si poteva celebrare la messa ma, ci spiegò una giovane,
elemosiniamo l'eucarestia da preti che sono solidali con noi.
In altri termini, v'erano sacerdoti che donavano alla favela ostie
consacrate.
La mattina in cui partecipammo al rito, l'assemblea era presieduta
da una donna e da un uomo, Roberta e Reginaldo, vestiti di una
tunica verde. Raccontarono di avere visitato recentemente altre
comunità cristiane in favelas anche più povere della
loro (impossibile per noi immaginarle) e di averne tratto grandi
speranze per l'impegno generoso di tante e tante persone che lottavano
per ottenere, per sé e per gli altri, giustizia e
dignità.
Roberta predicò dicendo che nessuno deve vergognarsi della
propria origine e condizione. La gente può cambiare la
propria sorte; non è vero, disse, che la favela condanni
inesorabilmente alla prostituzione, all'emarginazione. Insieme
possiamo cambiare il nostro destino con l'aiuto del Signore; e
quando cambiamo il nostro destino, cambiamo anche il mondo.
Poi la gente cominciò a cantare: Dalla Bibbia che vive
nel popolo nasce un mondo nuovo. E cantava, suonando lietamente
tamburi e muovendo passi di danza: Menina Maria, menino Jesus,
carrego un peso de tâo grande cruz, mas gardame o sonho
de um mundo de luz (Bambina Maria, bambino Gesù / porto
il peso di una croce tanto grande / ma conservami il sogno / di
un mondo di luce).
Mi guardavo intorno e vedevo bambini dai grandi occhi, donne che
sembravano vecchie e avevano poco più di quarant'anni,
uomini dal volto scavato, madri giovanissime, piedi nudi; e baracche
di cartone e di latta e canaletti fognari a cielo aperto,
Um mundo de luz? Che la nostra santa Chiesa, pregai, li
aiuti in questa ricerca e lotta.
Ma improvvisamente una specie di muggito, altissimo, si distese
sulla favela. Da due altoparlanti posti sul campanile, il parroco
del santuario bombardava la messa dei poveri con la
registrazione
di un rosario, a un milione di decibel. Tutte le
volte così mi disse scuotendo il capo con compassione
un anziano che stava su una sedia a rotelle.
LA CHIESA DEI POVERI
La Chiesa, quale è e quale vuole essere, è la Chiesa di tutti e specialmente la Chiesa dei poveri (Papa Giovanni XXIII, discorso dell'11 settembre 1962, a un mese dall'inaugurazione del Concilio Vaticano II). Gesù esultò nello Spirito Santo e disse: Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli (Luca 10,21)
Ettore Masina
Maggio 2005