Come
sono lontani dalla “Chiesa dei Poveri” i gemelli d’oro ai polsi del
cardinale Bagnasco

Nel dicembre del 1992 l’inverno
incrudelì sui Balcani. E nel
gelo, nella pioggia, nel fango andava morendo l’utopia jugoslava: uno
stato multietnico che sembra-va avere consolidato pacificamente un’area
europea storicamente segnata da conflitti senza fine, adesso s’era
nuovamente frantumato sotto la spinta di egoi-smi locali e
correità internazionali. Cominciava un’atroce guerra civile che
divideva regione da regione, quartiere da quartiere, villaggio da
villaggio, talvolta famiglia da famiglia. L’ONU e i governi europei e
quello degli Stati Uniti sembravano (o fingevano di essere) incapaci di
fermare il genocidio. Simbolo dell’odio etnico e religioso, la
città bosniaca di Sarajevo (300 mila abitanti) veniva assediata
dall’esercito serbo. L’8 dicembre di quell’anno terribile, una colonna
di 500 italiani riuscì a rompere la cintura di fuoco: erano
volontari di Pax Christi e li guidava il loro presidente, Antonio
Bello, vescovo di Molfetta.
Se lo si rivede nelle fotografie dell’epoca, sembra impossibile che
egli abbia partecipato all’impresa, da lui ideata: era stato un uomo
bello non soltanto di nome ma anche fisicamente, adesso il suo sorriso
illuminava un povero volto che sembrava un teschio, con occhi troppo
grandi sotto un passamontagna che non riusciva a liberarlo dal freddo.
“Don Tonino”, come voleva essere chiamato rifiutando gli altri titoli
della cerimoniosità ecclesiastica, stava morendo di un cancro e
lo sapeva, ma voleva mostrare che a una crociata senza spade e senza
stendardi, a un “esercito senza armi, come saranno quelli del futuro”,
a un’ “ONU dei popoli” era possibile spezzare, almeno per qualche ora ,
la logica della violenza. L’arrivo a Sarajevo della colonna da lui
guidata sembra una pagina dell’Antico Testamento: la città era
piena di “cecchini”, tiratori scelti, che sparavano su tutto quello che
si moveva per le strade, ma, improvvisamente, una fitta nebbia
impedì loro ogni visuale e i volontari passarono indenni.
Mi rallegra la notizia che va avanti la causa di beatificazione di
questo vescovo della “Chiesa del grembiule”, come lui la chiamava per
richiamare l’umiltà di Gesù nella lavanda dei piedi; e
ripensando a questo meraviglioso amico mi confermo nel ritenere
assoluta la necessità di atti profetici nel cammino dei
cristiani, senza i quali la comunità ecclesiale non rende
percepibile né comprensibile né credibile la sua
testimonianza del vangelo. Quella che per altre istituzioni può
essere “ordinaria amministrazione”, per la Chiesa è uno stato
pre-agonico: lo vediamo tutti, lo sentiamo tutti, ce lo diciamo tutti –
o almeno quelli di noi cattolici che hanno il coraggio di guardare
oltre i confini della nostra cerchia. Una Chiesa del buonsenso, del
galateo, delle idee che galleggiano nell’aria senza ancorarsi
all’evidenza dei fatti, che più o meno implicitamente contratta
la vaghezza dei suoi “Non ti è lecito!” con l’acquisizione di
privilegi mondani è una aggregazione che pare lontanissima dal
vangelo, quanto i gemelli d’oro ai polsi del cardinale Bagnasco
sembrano lontani dalle vesti di un mondo sconvolto dalla povertà.
Mi capita di ripensare spesso al contrasto fra due documenti letterari
che descrivono la fede e la prassi della Chiesa. Il primo, scritto
all’inizio del secolo scorso, è un brano del “Dedalus” o
“Ritratto dell’artista da giovane” di James Joyce. Vi è
descritta la predica di un gesuita sul tema dell’inferno. Il secondo
è un capitolo di “E non disse neppure una parola”, di Heinrich
Böll e racconta di un tedesco, reduce dalla seconda guerra
mondiale, il quale, schiacciato dalla sua esperienza, entra in una
chiesa e ascolta la predica di un vescovo; a un certo punto è
sorpreso da un pensiero che gli pare peccaminoso ma non riesce a
respingere: quel vescovo è noioso. Fra questi due documenti
corrono cinquant’anni. Il primo è l’esempio di una Chiesa
disposta a usare anche una paura primordiale pur di governare le anime;
è intriso di superstizione, di volontà di dominio ma
è almeno un documento che ha una sua alta tragicità. Il
secondo è un documento di pigra tiepidità, incapace sia
di scuotere che di rasserenare. Ricordate quella terribile frase
dell’Apocalisse? “Il tiepido io lo vomiterò dalla mia bocca”.
L’impressione che molti, moltissimi abbiamo – cattolici come me o
“lontani” – è quella che la Chiesa di questi nostri terribili
giorni sia tiepida; e i giovani, quelli ai quali viene proposta, molto
spesso da insegnanti demotivati, la giudicano noiosa. Chi ha la
pazienza di leggere i documenti scritti dai vescovi italiani sa che
molti di essi contengono inedite aperture, elenchi minuziosi di
validissime possibili opzioni, elenchi minuziosi di comportamenti
ingiusti, da sanzionare. Ogni anno la Conferenza episcopale italiana
compone una specie di enciclopedia, quattro, cinque, dieci volte
più lunga dei quattro evangelisti; ma in mancanza di segni, di
prassi (di quella che padre Balducci chiamava ortoprassi: comportamenti
che rendono evidenti gli imperativi etici della fede) ben pochi dei
“fedeli” e dei “lontani” sentono la necessità di andare a
leggerli. In una società-spettacolo come la nostra, le
biblioteche rimangono assolutamente impor- tanti ma non bastano
più, ammesso che qualche volta siano bastate.
Voglio fare qualche esempio. Noi viviamo in una comunità
politica in cui, con il consenso di milioni di cattolici, una forza di
governo, di peso politico crescente, non soltanto ha bloccato il
fortunoso arrivo di disperati alla ricerca di pane e più ancora
di pace (e un recentissimo rapporto di Amnesty International denuncia
il comportamento in più occasioni inumano delle nostre
autorità) ma, con cadenza programmatica, inasprisce la
condizione dei “terzomondiali” presenti fra noi e ormai indispensabili
alla nostra economia. Il ministro degli Interni, forse il più
intelligente esponente di quel partito, ha teorizzato apertamente la
necessità della “cattiveria”. Anni addietro la Lega portava la
maschera della ragionevolezza: “Aiutiamo i popoli della fame, ma a casa
loro”.
La maschera è caduta: la cooperazione italiana è ridotta
a dimensioni vergognose. I trafficanti di schiavi dei secoli scorsi
crearono stati-mercato, come il Dahomey o Zanzibar, per le esigenze del
loro infame commercio. Maroni e Berlusconi cercano di creare
stati-poliziotto (la Libia, Malta) che facciano il lavoro sporco per
noi, magari -con la creazione di veri e propri lager. La paura e l’odio
usati dalla Lega per la conquista di un consenso “popolare” hanno dato
vita a episodi vergognosi, come nel caso delle mense scolastiche.
È follìa pensare che sarebbe stato bello che qualche
vescovo delle diocesi in cui sono avvenuti episodi del genere si fosse
recato nelle parrocchie di quei luoghi ricordando, ai fedeli, anche con
pastorale durezza, la predicazione di Gesù sul giudizio dell’
Ultimo Giorno: “Io ero forestiero e tu mi hai accolto”?
La diffusione del razzismo leghista avvelena il costume, la politica,
la cultura e la testimonianza di fede nel nostro paese. Drena e
raccoglie e organizza la paura dei poveri per i più poveri.
È follìa sperare che qualche vescovo, se non l’intera CEI
, abbia il coraggio di citarlo per nome? Lo si è ben fatto
quando l’onorevole Cota ha dichiarato che nel “suo” Piemonte la pillola
detta “abortiva” sarebbe “rimasta in magazzino”. Allora non un piccolo
vescovo “di periferia” ma monsi-gnor Fisichella, tonaca rampante che
secondo alcuni si tingerà presto di porpora, dichiarò
(cito dal virgolettato di una sua intervista al “Corriere della Sera”)
che “bisogna prendere atto dell’affermarsi della Lega, della sua
presenza ormai più che ventennale in Parlamento, di un suo
radicamento nel territorio che le permette di sentire più
direttamente alcuni problemi presenti nel tessuto sociale”.
Quanto ai problemi etici (udite, udite!), Fisichella aggiunse. “Mi pare
che la Lega manifesti una piena condivisione del pensiero della
Chiesa”. Piena condivisione? È come dire che nel pensiero della
Chiesa è molto più importante lottare contro le legge
dello Stato in materia di aborto (legge che ha diminuito in maniera
notevole il numero delle interruzioni di gravidanza del periodo
clandestino) che esigere dai fedeli la fratellanza che Gesù ha
posto come condizione di salvezza eterna. (Fisichella è lo
stesso evangelizzatore che, con qualche contorcimento teologico, ci ha
spiegato che Berlusconi può ben fare la comunione perché
l’abbandono da parte della seconda moglie lo ha salvato dalla
condizione di peccato nella quale si trovava come divorziato
risposato…).
Il razzismo “internazionale” non è il solo peccato collettivo
della società italiana. In molti luoghi, anche geograficamente
vicinissimi alla sede del Papa, proseguono gli sgomberi forzati dei
campi rom. La brutalità di queste operazioni di polizia si
aggiunge alla reale mancanza di offerta di sedentarietà ai
nomadi che vorrebbero cambiare vita. È follia pensare che
sarebbe bello che un vescovo visitasse questi più poveri fra i
poveri e magari assistesse di persona a uno sgombero? Ricordo ancora
con profondissima emozione la messa di Natale che il futuro Paolo VI
andò a celebrare al “Porto di Mare”, una bidonville alla
periferia di Milano. Proclamò allora che la baracca trasformata
in cappella era diventata quella mattina la cattedrale della diocesi,
perché anche Gesù era nato in un’estrema periferia. Quel
suo gesto profetico ebbe risvolti importanti anche dal punto di vista
della politica cittadina. Certamente destò il volontariato da un
suo torpore, fu il momento più alto della Missione di Milano.
E ancora. La guerra guerreggiata per salvare la pace è un
ossimoro che segna profondamente il nostro tempo, scavalcando il cinico
“Si vis pacem para bellum” dell’antichità romana. Molto al di
là della Costituzione e dei patti internazionali, l’Italia
è involucrata in questa tragedia. Ricordo i moniti di Giovanni
Paolo Secondo contro il primo conflitto “del Golfo”; rottami teologici?
Quale è la presenza della Chiesa italiana? Decine di cappellani
militari sono mobilitati ad assicurare ai soldati che essi possono
usare le armi per difendere la pace. Un vescovo-generale benedice le
loro bare, se qualche povero giovane cade in questo lavoro talvolta
senza alternative. Ricordo che un suo predecessore dichiarò in
televisione che i “suoi” piloti che andavano a bombardare la Serbia
compivano un’opera di carità. Non apro qui una discussione sul
fatto che la pace come ce la dà il Signore non è come
quella che dà il mondo, ma domando: sarebbe follìa
sperare che la CEI mandasse un sua delegazione alla Marcia della pace
Perugia-Assisi, che è la più alta testimonianza
collettiva in Italia di un progetto di civiltà dell’amore?
In tutta la cronaca nera economica che ha mostrato, in questi ultimi
tempi, la presenza in Italia di una sfrenata corruzione compare
immancabilmente qualche prete (o monsignore o “religioso”) affarista,
in proprio o come amministratore di opere ecclesiastiche; sono comparsi
due “gentiluomini di Sua Santità” (uno era anche un cacciatore
di seminaristi) e lo Ior (la banca vaticana) sembra implicato in legami
quanto meno imprudenti. Considerata la durezza con la quale le
gerarchie ecclesiastiche intervengono sulle “imprudenze” dei preti “dei
poveri” (ho in mente, per esempio, il caso della Comunità delle
Piagge e dell’arcivescovo Betori), non sarebbe auspicabile che qualche
vertice ecclesiastico richiamasse i preti “dei ricchi” a un po’ di
castità finanziaria? Che la gestione economica della Chiesa (o
almeno dello Stato vaticano) diventasse più trasparente? E
poiché i “gentiluomini di Sua Santità” fanno parte della
Curia Vaticana, non sarebbe da aggiornare, per così dire, il
loro elenco, spiegando in base a quali requisiti e da chi essi vengono
selezionati? E magari, ricordando l’estrazione sociale del primo papa e
dei suoi amici, non si potrebbe sopprimere la categoria, il cui nome
appare persino ridicolo?
La terribile questione della presenza di pedofili nel clero cattolico
ha rivelato non solo la gravità di un problema ma la gestione
castale e poi avventata, di quella tragedia. Dico “gestione castale”
perché il silenzio che ha circondato, per chissà quanto
tempo, l’infamia, ha trascurato il martirio delle vittime, negando loro
la parola, per difendere la categoria ecclesiastica. Dico sprovveduta
perché, anche quando la tragedia è emersa, è
mancato, a quanto sembra, il ricorso ai competenti, cioè agli
psicologi, gli unici che avrebbero potuto spiegare alla gerarchia la
sofferenza dei bambini abusati e la patologia gravissima del pedofilo.
Ancora in non poche recenti dichiarazioni di vescovi sembra invece che
la pedofilia venga considerata piuttosto un disordine morale che
richiede pentimento e provvedimenti disciplinari. Sarebbe importante
sapere se e come sono stati presi provvedimenti “scientifici” per la
prevenzione del problema.
A questo proposito, comunque, mi sembra doveroso registrare che non
soltanto Benedetto XVI ha gestito il caso con rara fermezza ma anche ha
compiuto uno di quei gesti significativi che molti cattolici e non
cattolici attendono. Il suo incontro con alcune vittime di abusi, a
Malta, è stato per me il punto più alto del suo
pontificato. Io credo che la Chiesa non sia mai così grande come
quando si inginocchia; e lo stesso vale per il singolo cristiano, come
io cerco di ricordare a me stesso.
Io non dimentico che “questa” Chiesa, la “mia” Chiesa, è stata
ed è la chiesa dei don Puglisi e dei don Diana, dei don Ciotti e
dei don Di Liegro, dei cardinali Martini e Tettamanzi, dei vescovi
Nogaro e Bregantini, degli Scoppola e dei Giuntella, dei don Arturo
Paoli e di tanti e tanti altri laici e sacerdoti. Ma è proprio
il loro esempio, mi pare, che ci spinge ad essere più coraggiosi
e ad abbandonare i troppi comodi rifugi della cautela.
Ettore
Masina
Fonte: http://domani.arcoiris.tv/?p=6864