Vittime o complici?
Un
cristiano saprebbe vedere nella ricchezza un negativo,
un’omissione di solidarietà, il risultato della cecità
sulla miseria del mondo, e perfino ciò che essa è
veramente: la negazione, e quindi la vera bestemmia, di Dio-amore,
perché l’Amore, strutturalmente, si determina in Condivisione, e
quest’ultima dematerializza l’accumulo.
Un
compagno ugualmente saprebbe
vedere nella ricchezza
una condizione negativa, frutto dello scambio ineguale, dello
sfruttamento del prossimo, della rapina dei ricchi a danno dei poveri,
dei meccanismi maligni che legalmente e silenziosamente uccidono,
lasciando morire, lo sterminato popolo della grande favela del Sud.
Un
cristiano, la parola mercato
non vorrebbe sentirla
pronunciare: il mercato alligna fra sconosciuti, portatori di interessi
diversi, mentre per il cristiano gli sconosciuti sono fratelli, sono il
nostro prossimo e gli interessi, in rapporto al rispetto dei diritti
umani fondamentali, sono identici per tutti.
Un compagno, la parola mercato la caccerebbe subito
agli arresti domiciliari. Siamo tutti compagni, siamo tutti lavoratori,
perché nessuno deve mangiare il prodotto di altri senza produrre
egli stesso qualcosa per gli altri; e per questo motivo, bisognerebbe
lavorare per creare le condizioni, strutturali e
soggettive, per la fruizione dei diritti umani e per l’esercizio dei
doveri umani fondamentali da parte di tutti. La pianificazione
dell’economia, dovrebbe seppellire il mercato attraverso la
cultura
del necessario, affinché questo necessario diventi
accessibile e fruibile da ognuno.
- Che senso ha
la competizione per i seguaci di Colui che invitava i
primi a diventare i servi di tutti?
- Come non
capire che la
competizione, strutturalmente, genera pochi vincitori e un popolo di
sconfitti, e che in rapporto alla fruizione dei diritti umani
fondamentali, cibo, lavoro, scuola, salute, non ci devono essere degli
sconfitti?
- Come non
capire
l’infantilismo di un atteggiamento che vuole vedere
riconosciuta da tutti la propria superiorità, e in nel contempo
crea le condizioni perché i nostri fratelli diventino prima
concorrenti, e poi antagonisti, e poi, alla fine del percorso, dei
nemici da contrastare e, se possibile, da eliminare?
- Come
fanno
i
compagni a non accorgersi che
la competizione strutturalmente crea
emarginazione, mette in difficoltà i meno competitivi, rende
impossibile la fruizione generalizzata di quel diritto umano
fondamentale al lavoro che viene negato agli sconfitti della
competizione?
- Come fa,
un
cristiano, a considerare se stesso un
consumatore di liturgie e sacramenti, e a non capire che il Padre vuole
vedere in lui un lavoratore per costruire il Regno, un mondo docile
all’amore, un mondo secondo Se stesso?
- Come
fanno,
i compagni, a non
accorgersi che alla logica dei consumatori è sottesa quella dei
padroni, e che il proprio specifico è invece quello della logica
dei lavoratori, che producono e si impegnano perché tutti
possano avere il necessario, e trovano in questo obiettivo il motore
unificante del proprio impegno e dei propri sacrifici?
Dove
è
possibile trovare il vero ecumenismo di questo
tormentato mondo, se non nella ricerca, da parte di tutti, del maggior
consumo possibile, ricerca interconnessa a quella del prezzo più
basso in relazione al prodotto migliore? Qui i cristiani, storicamente,
si sono dimostrati meno attrezzati, ma per i compagni avrebbe dovuto
essere lapalissiana la consapevolezza che il prezzo basso non è
solo generato dal progresso tecnologico, ma anche dal
livello di sfruttamento a danno dei lavoratori che hanno prodotto
quello che costa poco. E invece il compagno-lavoratore,
prostituitosi in consumatore interclassista, non si rende conto che il
prezzo basso è generato dalla competitività all’interno
di un’economia liberista - e quindi capitalista - e di questo se ne
rende
contro solo quando viene costretto al lavoro flessibile,
intermittente, precario, fluttuante, e si ritrova cacciato fuori dal
mondo del lavoro,
e in procinto di estinguersi anche come consumatore? Il lavoratore,
transustanziatosi in consumatore,
attinge al paradiso terreno
della precarietà e della
disoccupazione, e solo a quel punto anche il prezzo più basso
diventa
troppo alto, e si rende conto che la Costituzione (Repubblica fondata
sul lavoro) si è dematerializzata in un caos
fondato sugli interessi degli imprenditori e sulla rendita finanziaria.
E' anche
possibile individuare
l’esistenza di un altro ecumenismo micidiale: quello del rispetto per
la religione e per la gerarchia che l’amministra, che una
lucidità da cristiani e da compagni
dovrebbe considerare assurdo. I cristiani
dovrebbero sapere che il cristianesimo non è una
religione, che Gesù è laico, che Egli è presente
ed operativo in tutti coloro che amano, servono e condividono; i
compagni dovrebbero essere
scandalizzati dalla sponda che le religioni
offrono sempre al potere, e specificamente al capitalismo. I primi e i
secondi dovrebbero essere ugualmente scandalizzati da tutti i
“concordati” blasfemi posti in essere dalla gerarchia cattolica.
Purtroppo,
niente di tutto questo! Il vero ecumenismo necessario
sarebbe quello di arrivare a capire che la sequela a Cristo si esprime
nella laicità fraterna e condivisionista, ma questa è
ancora una fantascienza. E allora, finalmente, arriviamo al nocciolo
del problema: col nostro tipo di cultura, da cristiani e da compagni,
siamo ad un tempo vittime e complici del sistema che violenta i
non-garantiti, e sta portando al collasso lo stesso ecosistema.
Sì,
fratelli: se siamo nel liquame, e ci siamo, è anche per
colpa nostra. Continuiamo a rifiutare il guai ai ricchi, ad accettare
il mercato e la competizione, a coltivare l’alienazione religiosa per
tenerci buoni quelli che si spacciano come esperti di Dio; continuiamo
a vedere nel modello americano, in quel tipo di cultura e di
società, un esempio da imitare e da seguire.
Se siamo
nel
caos, perché ci dovremmo meravigliare, e con chi ce
l’ha dovremmo prendere se non anche con noi stessi? La TV continua
ad evacuare quella cultura maligna, il Papa proclama beati i poveri
benedicendo le Ferrari, gli appelli per la pace sono talmente generici
da
equiparare le responsabilità degli Usa a quelle di San Marino,
il popolo delle famiglie accoglia come un Messia colui che, aggregando
il prossimo sul negativo, a inguaiato individuo, famiglia e
società, e il tutto procede irregolarmente.
Noi
continuiamo
a sentirci sempre e solo vittime, mai colpevoli;
continuiamo a vedere il male sempre e solo fuori di noi; continuiamo a
rifiutare di entrare nel primo luogo di missione più
accessibile, cioè noi stessi. Da vittime
meriteremmo solidarietà, ma da complici cosa
meriteremmo? Come uscire dall’enorme problema dell’interconnessione,
della complicità fra carnefici e vittime?
Come
spiegare
l’enorme sofferenza che un’esigua parte di umanità
è sempre riuscita ad infliggere allo sterminato popolo degli
oppressi (penso alle guerre,
allo scambio ineguale, al meccanismo del debito, alla speculazione
finanziaria, al potere dell’informazione, all’alienazione indotta dalle
religioni), se non nell’intreccio maligno di questa
complicità-complementarietà fra la cultura delle
vittime e quella dei colpevoli, aggressori, detentori della
ricchezza e del potere?
Come fare
a
separare il bene dal male, l’oppresso dall’oppressore, per
rompere il cerchio maledetto che riempie il mondo di crocifissi,
senza offrire un progetto per la resurrezione, per un mondo senza
crocifissi?
Come realizzare
quella coerenza fra il soggettivo e lo strutturale
positivi, in grado di constatare il negativo sostenuto dalla simbiosi
fra il Tempio e l’impero, in modo che si estingua il loro potere su di
noi? Come impedire che la Verità venga usata contro l’uomo, e
quindi contro la Verità?
Mario Mariotti
10
ottobre 2007