Un sostantivo che è Verbo


Cari fratelli nella fede, voi sapete bene che, secondo la visione e la logica religiosa, tutto ciò che esiste e accade rientra nella volontà di Dio. All’interno ci sono anche i poveri; ergo: essi ci sono per volontà di Dio. Si vede che Lui li ha creati, per rendere possibile ai ricchi di essere buoni e quindi di meritarsi il paradiso.

Ho bestemmiato abbastanza? Ritengo di sì, ... che non succeda che qualcuno pensi che stia parlando sul serio! Ogni anno celebriamo la festa della Ss. Trinità, e finalmente il mio sacerdote ne ha detta una buona: della trinità non abbiamo capito, non capiamo e non capiremo mai niente. É il mistero insondabile di Dio! Giusto, ma giusto solo in parte. Perché se è vero che, per l’uomo, è strutturalmente impossibile conoscere Dio in sè, o tutto di Dio, è altrettanto vero che quel tanto di Lui che Egli stesso ci ha fatto conoscere attraverso il Figlio, cioè Se stesso incarnato, è la propria natura, che Lo caratterizza come un Padre-Madre amoroso.

Noi sappiamo che Dio è Amore, e lo sappiamo perché ce lo ha rivelato l’Amore incarnato, cioè Gesù. Sarebbe allora possibile una certa caratterizzazione e definizione della Trinità stessa: l’unica Sostanza si fa conoscere, si manifesta come Paternità-Maternità amorosa nel Dio trascendente, come Verbo-Spirito incarnato in Gesù, nel Figlio del Padre, nel Dio immanente, nel Dio-con-noi. E infine si manifesta nello Spirito Santo, incarnato da noi nel momento che amiamo, serviamo e condividiamo, nella concretezza storica della nostra vita.

Le determinazioni possono essere queste tre, ma l’unica Sostanza è l’amare, che entra nello spazio e nel tempo, cioè nell’esistenza, nel momento in cui noi Gli diamo corpo amando, servendo e condividendo:
l’Amore nella trascendenza è il Padre,
l’Amore nell’immanenza è il Figlio,
l’Amore cui diamo corpo noi stessi amando è lo Spirito.

Perché allora tutta questa elocubrazione teologica, per sostenere che, se è vero che il tutto di Dio non lo possiamo conoscere, tuttavia quello che di Se stesso Lui ci ha rivelato lo possiamo conoscere? Perché se fossimo tanto bravi da raccogliere il messaggio che Egli ci propone, avremmo risolto il problema dell’esistenza dei poveri. Quando noi daremo corpo all’Amore nell’immanenza, nel mondo, la condivisione dei doni del Padre fra tutte le sue creature, praticata da noi, estinguerà non i poveri, ma la loro condizione, e ci troveremo finalmente in quell’egualitarismo sostanziale che non annulla le differenze, ma realizza il progetto evangelico in cui ciascuno fa la sua parte in favore degli altri e riceve dagli altri il necessario e la gioia.

Se io ricoprissi, nella Chiesa, una funzione autorevole, non mi sarei lasciato scappare l’occasione della festa della Trinità per condannare i due cancri che soffocano l’Amore, la famiglia e la Vita: il capitalismo privato ed il mercato. Ma questa è pura fantascienza! Dio in sè non lo possiamo conoscere; di Lui una cosa sola possiamo conoscere, e cioè che è Amore; ebbene, questa è quell’unica cosa che noi rifiutiamo di accogliere e di incarnare. L’Amore incarnato nell’Amare, di cui Gesù è stato ed è il Paradigma, di cui noi dovremmo essere corpo, mani, tralci della Vite, dello Spirito, per portare frutto e costruire il Regno, trova il nostro rifiuto, la nostra alienazione, favorite sia dalla casta sacerdotale, che dalla formalizzazione che troviamo in certi passi del Vangelo, dove si sostituisce il verbo Amare con il verbo credere. Come se bastasse credere - e non fosse invece strutturalmente indispensabile amare e condividere - per ritrovarsi mani di Dio nella costruzione del mondo secondo amore, cioè nel Regno dell’Amore tutto compiuto in tutti.

Grosse sorprese, in futuro, per i credenti non praticanti amore, termine anche questo che manca quasi sempre della contestualizzazione strutturale, che si formalizza in quel terribile verbo “condividere” che fa paura a tutti, ai ricchi quando lo sono, ai poveri quando passano alla condizione dei primi. Eppure anche la nostra alienazione più che recidiva, aggravata e continuata, non ci dovrebbe meravigliare: noi continuiamo a dare credito proprio ai sacerdoti, che sono l’unica categoria che, proprio nel Vangelo, è indicata come refrattaria alla conoscenza di Dio, il Dio di Gesù.

I ricchi e i sacerdoti sono le due categorie che entrano nel mirino del Signore: i primi, perché sono ciechi sulla sofferenza delle altre creature, e i secondi perché si spacciano come specialisti nella conoscenza di Dio, e ne costruiscono uno che non rompe le scatole ai ricchi, e serve a loro stessi per godere sulla terra di quei frutti, onorabilità, benessere e prestigio, che le povere pecore laiche avranno solo nel regno dei cieli, dopo le traversie di questa valle di lacrime, che è, per loro, il nostro mondo secondo Mammona.


E così le nostre messe continuano ad essere insalatoni fra l’Antico e il Nuovo Testamento, dove...
il Padre buono va a braccetto con il Dio degli eserciti
il messaggio trinitario dell’Incarnazione viene prostituito in religione, e rifiutato nella sostanza
Cristo-paradigma viene spacciato per il fondatore di una nuova religione, l'unica, la vera
il Cristianesimo viene formalizzata in dottrina, e in ideologia, e così viene totalmente snaturato il progetto del Regno, cioè questo mondo da trasformarsi secondo Amore

 Il Signore è paradigma di una laicità condivisionista, noi siamo tralci della Vite, e dobbiamoo dare frutto agli altri viventi: l’ultima cosa che dovremmo fare sarebbe di snaturare quella che è una proposta di vita imbalsamandola in dottrina.

La vera dottrina secondo lo Spirito sarebbe l’educazione civica; la laicità della scuola pubblica, che è la vera dimensione evangelica, perché le persone non vengono divise dalle religioni, ma unificate dalla cittadinanza di questo nostro pianeta, potrebbe trovare nella nostra Costituzione una fonte evangelica che richiama l’amore incondizionato del Padre per tutte le creature. Il lavoro andrebbe definito e considerato quale condizione eucaristica, di ognuno che dà il suo contributo, spendendo la sua vita al bene comune. L’egualitarismo dei diritti e dei doveri andrebbe proposto come impegno per la realizzazione di un rapporto fraterno e conviviale per tutti, dato che tutti sono nostro prossimo.

Quante possibilità ci sarebbero per aprire gli occhi! E invece?
la Chiesa fa religione e dottrina...
la scuola non fa educazione civica perché una parte degli insegnanti si vede che è allergica alla nostra Costituzione...
la TV fa ingoiare alla psiche in formazione la soggettività dei bisogni, lo spirito competitivo, la violenza come strumento normale nel rapportarsi al prossimo...

e noi dovremo aspettarci un futuro positivo per noi e per il nostro pianeta??


La situazione è allucinante! E d’altra parte, se ci pensiamo bene, nessuna meraviglia! Dai ricchi - e noi siamo tali - non può venire la salvezza: siamo pieni di idoli, e la Verità resta lontana da noi. Ci resta forse una speranza: riuscire a mettere in guardia i poveri a non diventare come noi. Proviamo, iniziando da noi stessi, a costruire i giusti che amano : questa pedagogia forse aiuterà i poveri a costruire quell’unità nuova che, attraverso la cultura del necessario e la condivisione con amore, trasformerà questo nostro mondo, oggi inferno di sofferenza e alienazione in quella casa del Padre dove anche i minimi potranno trovare amore, dolcezza e consolazione.

Ormai l’unica nostra speranza rimane questa; una speranza, però, che non attende, ma costruisce, nella condivisione il proprio futuro.


Mario Mariotti


8 settembre 2006