La sete d’amore
Anche se consideriamo Gesù come un uomo fra gli
uomini, un individuo storico
al pari di ognuno di noi, figlio di Dio, se Dio c’è, come lo
siamo noi, la Sua esperienza ed il Suo messaggio rimangono sempre e
comunque validi, significativi, portatore di un valore intrinseco, non
legato alla divinità del personaggio, ma alla sua
umanità, e quindi alla Verità.
L’attitudine al
dialogo,
la cultura del
necessario,
il non-accumulo,
l’accoglienza
degli
emarginati,
il perdono,
l’amore,
la condivisione,
la denuncia
dell’ipocrisia,
il giudizio
netto sulle “condizioni” e la misericordia
verso le persone,
la testimonianza
della necessità del
superamento della religione e quella dell’impegno a pagare di persona
per realizzare la giustizia,
l’eguaglianza e
la fraternità,
l’invito alla
soggettività strutturalmente solidale,
l'invito
a
costruire un mondo nuovo attraverso la pratica dell’amore reciproco,
...
sono tutti
valori laici, che devono essere spesi fra gli uomini e per
gli uomini, e che corrispondono all’imperativo etico della
necessità di fare agli altri ciò che noi vorremmo
ricevere da loro; alla necessità di considerare il nostro
prossimo sempre come “fine” e mai come “strumento” per raggiungere un
altro fine.
La verità
non necessita del divino o del miracolo; Gesù stesso si
definisce “figlio dell’Uomo”, e dice a Pilato di essere per
testimoniare la verità.
Tanta premessa serve per denunciare l’alienazione e la mancanza di
senso che ha la divisione fra credenti e laici, fra credenti e
agnostici o anche atei, divisione che fa parte della cultura religiosa
probabilmente dal tempo di Ur dei Caldei, e che ormai mi ha saturato
per l'attuale e per la prossima era geologica.
Questa divisione
ideologizza la Fede e costituisce un pilastro dell’alienazione
generata dalla visione religiosa della realtà, dalla quale il
Signore vorrebbe liberarci; essa è estremente funzionale alla
casta sacerdotale, in quanto devia l’attenzione dalla necessità
dell’impegno per la materializzazione dell’Amore, in termini di Fede (o
dei Valori, in termini laici), formalizzazioni diverse per definire
un’unica sostanza ed un’unica necessita.
Per i sacerdoti, la prima cosa
da fare è credere, la seconda è pregare, la terza
è ubbidire, altrimenti si pecca di superbia e si offende la
regalità divina del Padre onnipotente e buono. La realtà
non è certo questa, e non lo è né in termini di
Fede, né in termini laici. Per entrambe le
culture, che esistono e restano divise per i limiti della natura umana
e per l’attitudine della casta sacerdotale a servirsi e non a servire
la Verità, il fondamentale sta, e va focalizzato, nella
necessità dell’Incarnazione.
Il linguaggio di
Fede direbbe che la prima cosa da fare non è il “credere”, ma
l’amare, il rispondere positivamente alle necessità
dell’affamato e dell’assetato. Che la preghiera non è
necessaria, perché siamo noi stessi la risposta di Dio alle
nostre preghiere. Che l’ubbidienza agli uomini è spesso una
bestemmia di quella che è dovuta alla Verità. Che
il peccato di superbia è specifico non del laico, ma della casta
sacerdotale, la quale nutre la presunzione blasfema di poter conoscere,
interpretare e pilotare essenza ed esistenza dello stesso Dio, di cui
si sente custode e padrona.
Il linguaggio
laico presenta, per parte sua, i vantaggi di una maggior
semplicità: non si tratta solamente di impegnarsi a distinguersi
dai cosiddetti “credenti”, (mentre spesso, di fatto, non ci si rende
conto di essere omogenei ad essi in rapporto all’alienazione, la sola
realtà che sia veramente ecumenica). Non si tratta,
infatti, di “credere di fare”, ma di “fare” agli altri ciò che
si vorrebbe loro facessero a noi; si tratta della necessità di
servire sempre l’uomo, e di non usarlo mai per gli interessi propri. Il laico,
l’agnostico, l’ateo, possono tranquillamente pensare che il Signore sia
stato solo un uomo, un testimone laico di valori laici che ci ha
rimesso la vita, come tanti altri, perché si era messo contro il
potere religioso e politico del suo tempo e di ogni tempo.
Facendo questo,
essi non tolgono nulla alla forza che la Verità dà a
Cristo.
Il credente può vedere, anzi necessariamente - in quanto
credente
- vede in Gesù il Figlio di Dio, fattosi uomo per indicarci il
modo di costruire il Regno, questo nostro mondo compiuto secondo Amore.
Per entrambi,
però, il fondamentale è l’incarnazione laica di
quell’amore e di quei valori di cui il Signore, assieme ad altri
personaggi storici, è stato testimone. Dio, se
c’è, non vuole altro da noi che questo rapporto positivo con
l’affamato e l’assetato, cioè con le necessità di tutti i
viventi.
La Sua esistenza
nel mondo è nelle nostre mani. Gesù
stesso non ci presenta poi un Dio che ci è Padre, che ci ama di
amore incondizionato, che ha bisogno di essere incarnato da noi per
poter esprimere il Suo amore per noi.
Nessuno
è veramente ateo, perché ognuno di noi ha qualche Dio, o
idolo, che più ho meno consapevolmente sta servendo. In genere, nella
maggior parte dei casi, il nostro vero Dio è il nostro “io”,
siamo noi stessi, siamo i “i nostri interessi”. L’unico
veramente e strutturalmente ateo è Dio solo, che non
può
avere un Dio perché è Dio lui stesso. Ma anche qui il
Signore sembra alludere ad una verità sorprendente: se Lui
è una cosa sola col Padre, e Lui è venuto per servire e
non per farsi servire, la conseguenza logica è che l’uomo
è il Dio di Dio, essendo l’oggetto dell’amore del Padre creatore
per la propria creatura.
È un’ipotesi assurda? Affatto! L’amarci fra noi
come Dio ci ha ama è il comandamento nuovo che sacralizza le
creature, gli uomini stessi, che devono essere sempre fini è mai
mezzi per altri fini. Il fare agli
altri ciò che si vorrebbe ricevere da loro, poi, allude
ugualmente alla necessità di amare ogni creatura, perché
noi stessi sappiamo bene quanto sia grande, importante, assillante la
nostra sete d’amore, il nostro desiderio di ricevere amore.
Mario
Mariotti
13
Novembre 2007