Se noi, invece…


Se noi, invece di usare il linguaggio religioso che ottunde la lucidità e la razionalità della gente (Dio libera il suo popolo), usassimo il linguaggio laico che chiarisce le idee ed esplicita il meccanismo della Incarnazione (la solidarietà incarnata dai poveri libera loro stessi dallo sfruttamento del capitalismo e del mercato dallo sfruttamento dei ricchi), riusciremmo forse a rompere il cerchio maledetto oppressori-oppressi, e riusciremmo a superare quell’approccio religioso alla realtà che tiene nascosto il volto stesso di Dio.

Dio libera il suo popolo allude ad interventi miracolosi del tutto assenti dalla storia dell’umanità, dato che è dal tempo di Ur dei Caldei che i ricchi e ei potenti sottomettono i poveri; e inoltre, l’enunciato introduce la menzogna che Dio avrebbe un popolo suo, cioè un popolo eletto, col quale si sarebbe alleato e che Egli aiuterebbe a liberarsi dall’oppressione che subisce.

Siccome, invece, Dio è amore, e l’Amore solidarietà, se uno dicesse ai poveri che la solidarietà, qualora venisse incarnata da loro stessi, riuscirebbe a contenere l’ingiustizia e la violenza che essi stessi stanno subendo da parte dei ricchi e dei potenti, ecco che il Dio liberatore tradotto in solidarietà incarnata (vero volto di Dio), potrebbe mettere in condizioni l’umanità di avviarsi verso un mondo fraterno, senza più servi e senza più padroni.

Se noi, invece di accaparrare, di sfruttare, di usare, cioè di fare agli altri quello che noi vorremmo ricevere da loro, ci mettessimo finalmente nell’idea di fare quello che vorremmo che loro facessero a noi, forse si ridurrebbe quel senso di colpa che ospitiamo dentro a noi stessi, senso di colpa che ci colloca in quell’atteggiamento religioso che coltiviamo in vista della nostra personale salvezza.

Invece di mettere a punto delle liturgie sacrificali, per proteggerci dall’ira di Dio, invece di pensare alla nostra salvezza personale, invece di concepire Gesù come Salvatore, invece di concepirlo come l’Agnello che cancella i nostri peccato per meriti Suoi, e ci rimette in amicizia col Dio onnipotente, padrone del nostro destino,

arriveremmo a capire che Dio è Padre buono, che non si adira con noi, che il male che subiamo ci arriva dall’omissione di incarnazione di Solidarietà e di Amore da parte del prossimo (oltre che alla durezza della materia di una creazione non ancora compiuta secondo amore).

arriveremmo a capire che la salvezza, il bene, ci arrivano dagli altri e che noi siamo la salvezza, il bene per loro

arriveremmo a concepire Gesù non come Salvatore, ma come Modello dei giudizi, delle scelte e dei comportamenti che generano il Regno, qualora vengano incarnati da noi

riusciremmo a realizzare quel messaggio per il quale il Signore si è speso e lasciato inchiodare per noi: quello di superare il concetto religioso di Uno che paga per tutti e di entrare nel popolo di quelli che pagano di persona, che fanno di se stessi pane e vino, il necessario e la gioia per gli altri viventi.

Se, invece di definire l’ostia consacrata come corpo del Signore, e invece di attribuire a noi stessi il potere miracoloso della transustanziazione (che, se ci pensiamo bene, è un concetto assurdo, se non blasfemo, in quanto l’uomo avrebbe il potere di dominare la presenza di Dio e la sua operatività), rivelassimo finalmente al popolo delle pecorelle, dei fedeli-credenti laici, che sono loro, che siamo noi tutti ad essere il corpus potenziale del Signore, ecco che riusciremmo a liberare la gente dall’alienazione religiosa e a metterla di fronte alle proprie responsabilità in rapporto alla trasformazione di questo nostro mondo nella Casa dell’Amore compiuto, in quel Regno la cui costruzione passa per le nostre mani, quando ci determiniamo a vivere e a scegliere secondo amore.

Se invece di dire Il corpo di Cristo, i sacerdoti dicessero Tu sei il corpo di Cristo, oppure se essi tornassero alla formula antica, ma molto più chiarificatrice della realtà, del ricevi quello che sei (corpo di Cristo), e diventa quello che ricevi (corpo di Cristo), i fedeli-credenti si renderebbero conto che

l’amore di Dio ha bisogno di noi per poter arrivare a noi; che noi siamo la porta dell’esistenza di Dio-Amore nel mondo se e quando amiamo

la vita è fatta di Spirito e di corpo, di Spirito col corpo

siamo indispensabili all’esistenza ed alla vita dello Spirito-Amore nel mondo, Lui come Spirito e noi come corpo

Allora salterebbe il concetto religioso del credere in Dio, e verrebbe avanti il progetto del “praticante Amore”; salterebbe la divisione fra credenti e laici o atei, dato che non saremo giudicati sul credere, ma sul nostro rapporto positivo o negativo verso l’affamato e l’assetato.

La “transustanziazione” da costruire non sarebbe il miracolo dell’ostia consacrata, ma la nostra conversione da mani degli idoli di questo nostro mondo, ricchezza, potere e religione, a mani di Dio, tralci della Vite, corpi di quello Spirito che, attraverso di noi, vuole togliere sofferenza e portare il necessario e la gioia a tutti i viventi.

Tutto questo, però, è fantascienza: il linguaggio religioso è sempre imperante, e ogni religione, oltre che accecare i guerci, divide dalle altre religioni e trova anche il modo di litigare con loro. La gente continua a pensare alla propria salvezza personale e non a quella degli altri, creando perciò le condizioni dell’inferno che essa stessa subisce, dato che

siamo tutti interconnessi nello stesso sistema

il positivo o il negativo per noi passano per le mani degli altri

siamo il positivo o il negativo in rapporto agli altri

In chiesa si continua a parlare di offertorio, consacrazione, comunione: ci si accosta all’Agnello per aver cancellati i propri peccati, si continua ad usare del Signore per avere protezione dagli effetti negativi di un mondo dominato dalla cultura di Mammona, generatrice di caos e violenza estrema ai danni dei non-garantiti, i milioni di piccoli che lasciamo morire, nella grande favela del Sud, per mancanza di uno spicciolo. E poi, l’evidenza più semplice: i seguaci di Dio-condivisione, con la presenza dei ricchi storici e dei poveri storici alla stessa assemblea domenicale, sono la settimanale testimonianza della non-fede. Ma di questo non vogliono rendere conto. Arriviamo alla preghiera assurda di chiedere a Dio che faccia in modo che noi lo ascoltiamo, dato che noi non vogliamo affatto ascoltarlo (o Dio, fa tu quello che dipende da noi, ma che non vogliamo fare noi).

Ma, nonostante tutto, non dobbiamo demordere: i minimi, umiliati e schiacciati dai ricchi e dai potenti, e disarmati ed alienati dai sacerdoti, ricevono il necessario e la gioia dall’incarnazione della solidarietà e dell’amore. E loro aspettano proprio noi.



Mario Mariotti

13 - 08 - 2007