Sbaglieremo comunque
Quando
rifletto sul tema dell’eutanasia, mi trovo esposto ad un misto
di indignazione e di sofferenza, e, come al solito e più del
solito, non trovo pace. Trovo delle verità anche in bocca a
coloro che di solito sono dei commercianti della parola, anche in bocca
a coloro che sono la contro-testimonianza esistenziale e progettuale, e
questo mi indigna.
Trovo assurdo
che si ergano a paladini della sacralità della
vita le destre, i conservatori, coloro che benedicono il sistema che
contamina, umilia e soffoca proprio la vita, e questo mi indigna.
Sperimento il massimo dell’indignazione quando, alla TV, parlano
i gerarchi della Chiesa cattolica, che assolutizzano il valore della
vita e poi se ne stanno muti di profezia su capitalismo privato,
mercato e competizione, che generano la morte di 30.000 ragazzi ogni
giorno nella grande favela del Sud.
Oltre
l'indignazione, anche la sofferenza, perché mi rendo conto
che la cultura liberatrice, che vede nella ricchezza una omissione di
incarnazione dell'Amore e quindi una bestemmia proprio della vita,
è ancora tutta da costruire. Nessuno sembra rendersi conto che
il lasciare la salute ostaggio del mercato (se hai i soldi ti dò
la medicina, se non li hai, vai in pace a morire) è cosa
blasfema, e lo stesso vale per i diritti umani al cibo ed al
lavoro.
Ormai anche la
Sinistra accetta senza resistenza il capitalismo ed il
mercato, per cui sta tagliando le radici che la sostenevano in quanto
tale; per non parlare della Santa romana Chiesa, che vive la propria
alienazione pensando di servire Padre, Figlio e Spirito, mentre
permette che sussista, prosperi e si espanda la trinità maligna
del mondo secondo Mammona, con i summenzionati capitalismo, mercato e
competizione. Non da ultimi, i cancri antropomorfi che non perdono
occasione per beatificare il mercato e la competizione e, di fatto,
chiudono la porta in faccia alla possibilità di un futuro
fraterno, e rendendo impossibile l'amatevi
fra voi come Dio vi ama.
E così,
fra l'indignazione e sofferenza, prosegue la mia
riflessione, che ha acquisito poche certezze, e si trova davanti a
problemi per ora insolubili. Se c'è dolore insopportabile
e non ci sono prospettive per il futuro, non ho dubbi: si interrompe
l'accanimento terapeutico, e si passa alla sedazione palliativa,
permettendo una morte tranquilla, che si connota come un sonno
irreversibile e che è, poi, un grandissimo dono per coloro che
devono sperimentare un dolore straziante non avendo, essi stessi,
futuro. Se mi troverò in questa condizione, spero di ricevere
questo dono; e se dovessi essere io a decidere per altri, mi sentirei
di fare loro quello che vorrei fosse fatto a me.
Ma ci sono altre
situazioni, altri problemi.
Esiste il caso
in cui non c'è dolore ma non c'è
più neanche la persona (Alzaimer avanzato), e sono necessarie
risorse enormi, e lavoro a pieno tempo, per portare avanti questa vita,
che è ormai solo vegetativa. Il fare tutto il possibile per
mantenere questa vita, nella quale c'è solo l'abito, c'è
solo il corpo, e manca la persona, si trova troppo inquadrato, deve
essere inquadrato in una situazione oggettiva che vede lasciar morire
migliaia di iovani ogni giorno per mancanza di uno spicciolo.
Qui si inchioda
e va in crisi il mio criterio di giudizio, che cerca
di leggere la realtà e di gettarne il miglioramento ponendo gli
ultimi come testata d'angolo, come punto da cui partire per definire il
giudizio stesso: il servizio, la solidarietà agli ultimi del
Nord, viventi in difficoltà o malati terminali e irreversibili,
include strutturalmente una sproporzione enorme fra le risorse
necessarie per far proseguire la vita, a volte anche solo vegetativa,
delle persone dei Paesi “sviluppati” (lo sviluppo è il
più delle volte legato alla rapina dello “scambio ineguale”), e
gli enormi benefici che tali risorse potrebbero portare ai derelitti,
che campano col reddito di un dollaro al giorno e che muoiono
anche perché non dispongono neppure di acqua potabile.
Da un lato ci si
sente di dover fare il possibile per proteggere,
comunque, la vita; dall'altro ci si trova davanti al peccato di
incoerenza in rapporto al proprio esercizio della solidarietà
verso i piccoli, che lasciamo morire laggiù, per mancanza dello
“spicciolo”.
Esiste il caso
estremo per complessità e difficoltà:
c'è una persona il cui corpo non dà più nessuna
risposta, la malattia è irreversibile, vive grazie alle
macchine, e ci fa conoscere la propria volontà di essere
lasciato morire, perché la sua esistenza, per lui, è
insopportabile, non è più vita (questa persona, come ogni
cittadino, è depositario del diritto costituzionale di rifiutare
le cure cui è sottoposto). Qui il dilemma è straziante:
uno vuol bene a quella persona, non vorrebbe perderla, e lei gli chiede
che la lasci andare, perché la sua condizione esistenziale
è tale da mettere in subordine l'affetto che il malato stesso ha
per chi lo sta curando.
Chi ha una
risposta per questo problema? Né il club dei farisei,
sfiloni e pornofoni, cui ho accennato all'inizio, né chi si
trova nella circostanza concreta di dover decidere. Io credo che, a
priori, questa risposta non l'abbia nessuno. La decisione di fermare o
non fermare la macchina esce fuori dalla profondità del proprio
essere, da una semplicità talmente misteriosa, complessa e
imprecisabile, che si autosostiene, e che uno valuterà poi solo
a posteriori, pensando che il fare o il non fare la cosa evadano dalla
logica aristotelica, ed includano, entrambi, il negativo.
In qualsiasi
modo decidiamo, sappiamo che, comunque, sbagliamo. E poi,
fra le condizioni esistenziali, non c'è niente di peggio di
trovarsi arbitri, padroni della vita di un'altra persona. Ma se ci
pensiamo, ci rendiamo conto che questa è una condizione non
straordinaria, ma ordinaria: le nostre scelte quotidiane hanno riflessi
non solo su chi ci circonda, ma anche sui piccoli del Sud. La loro vita
dipende anche dalla nostra soggettività, che può essere o
solidale o maligna.
E allora?
Continuiamo a cercare la risposta, e, nel frattempo,
cerchiamo di portare meno sofferenza possibile, e lavoriamo per un
mondo dove il risultato di una ricerca, la cura delle malattie, sia
accessibile a tutti. E poi continuiamo a lottare contro l'ultimo
Avversario.
Questo, forse,
è un atomo incluso nello stesso pensiero di Dio;
fa parte, forse, della stessa volontà e determinazione del Dio
della Vita.
Una fase di questa lotta è certamente il passaggio sereno e
privo di sofferenza alla condizione di non-vita, del nostro rientro
nell'oceano sterminato dell'eternità della vita.
Mario
Mariotti
9
novembre 2006