Sarò
ciò che farete
Pensiamo
all'universo, la nostra mente si perde in questa grandezza
incommensurabile, negli spazi infiniti, nella ricerca che non
avrà mai fine, nella sterminata dimensione di un vuoto e di una
materia che ha, essa pure, una forma di vita (anche le stelle nascono e
muoiono) tutta misteriosa.
Dio, in questo universo di galassie, stelle, pianeti, asteroidi,
energia irradiata e energia ricevuta, di una materia che va dalla
indefinibile grandezza all'infinitamente piccolo, dove potrebbe mai
essere? Dove potremmo pensare che sia? Dove potremmo collocare la
presenza dello Spirito, dato che la religione parla dell'alto dei
cieli, ma noi sappiamo bene che l'alto é relativo e che i cieli,
il vuoto e la materia, non possono essere omologati a Dio, che è
Spirito, e quindi è altro da questo e quindi è dimensione
indefinibile, ma diversa?
Se proviamo ad immaginare dove potrebbe essere Dio-Spirito, e Spirito
come Amore, ci possono venire in mente la mamma che dà la vita
alla propria creatura, la cura, la nutre, la difende; potremmo
pensare al contadino che rende possibile il cibo; a tutti quelli che
lavorano per rendere più sicura, meno faticosa e più
serena la vita stessa; ai dottori che la difendono, la alleggeriscono
dal dolore delle malattie e della vecchiaia; a chi spende la sua vita
per rendere possibile, per difendere, per migliorare, per arricchire di
qualità e di senso la vita stessa. La nostra condizione
esistenziale di uomini ci trova a definire la nostra esperienza dentro
alle due categorie dello spazio e del tempo. Le dimensioni della
realtà possono essere altre, o1tre a queste, e noi invece, in un
certo senso, siamo ostaggi-prigionieri delle prime due.
Secondo tali categorie, lo spirito è presente ed operativo in
noi come luogo, se amiamo e condividiamo, in noi come tempo, quando
amiamo e condividiamo. Potremmo allora immaginare lo sterminato
universo del vuoto e della materia, poi lo svilupparsi in esso della
vita nelle sue più varie forme, dalle più semplici alle
più complesse, poi il trasformarsi della vita stessa secondo la
dolcezza dell’amore incarnato, per cui lo sbocco dell’evoluzione della
materia trasformata in vita dovrebbe essere quello che la Parola
definisce Regno, cioè tutto il creato compiuto secondo amore.
Noi, come "Corpus Domini", come mani di Dio, diamo la vita e la
completiamo col necessario e la gioia, agli altri viventi; noi, come
viventi, siamo destinatari dell'amore che ci nutre di necessario e di
gioia e ci viene dallo Spirito attraverso gli altri viventi.
Questa potrebbe essere una visione, un tipo di lettura della
realtà che porta un po’ di luce nello sterminato mistero della
vita e del senso della vita. Il creato ancora incompiuto; la materia
che, secondo intelligenza, si organizza in vita; il Creatore di cui noi
siamo strumenti, che si fa spazio e lavora per rendere possibile, per
migliorare, per arricchire la qualità della vita. In questa
visione, il più probabile luogo e tempo di Dio é l'uomo
stesso, il quale si ritrova strumento indispensabile per il passaggio
di Dio dalla dimensione inaccessibile della Trascendenza a quella
accessibile dell'immanenza, a quella dell'esistenza nella concretezza
della nostra esperienza quotidiana.
Ci troviamo ad essere cellule del corpo di Dio, ad essere tralci della
Vite, ad essere mani di Dio necessarie perché la materia, il
mondo si trasformi secondo amore. Dio ama, serve e condivide attraverso
di noi. Come i tralci fanno parte della Vite, come essi sono
interconnessi con Lei, così noi siamo di Dio, siamo dentro a
Dio, senza saperlo. Nel luogo e nel tempo in cui amiamo e condividiamo,
se e quando lo facciamo, lì e in quel momento lo Spirito esiste
ed opera. Se viceversa ci determiniamo secondo noi stessi, accumulando
ed usando gli altri per noi, ecco che Dio rimane distrofico e l’uomo
sperimenta i frutti maligni dell'assenza dell'Amore incarnato.
Proseguendo la riflessione, si può pensare che la Vite sia la
continuità, mentre i tralci sono provvisori.
L'Amore resta. Noi, strumenti d'amore, cediamo al tempo e ci secchiamo;
altri tralci devono scegliere di farsi strumenti di Amore incarnato.
L'albero della Vita perde le foglie, ma ne mette insieme di nuove,
e porta cibo, rifugio, ombra e bellezza allo sterminato popolo dei
viventi, tutte le oggettivazioni della forza incontenibile del Dio
della Vita. Proseguendo la riflessione, si può anche pensare che
Dio, Albero della Vita, stia crescendo con noi, che noi e Lui stiamo
crescendo insieme.
Per me é geniale l'intuizione di quell'uomo che ha formalizzato
il proprio pensiero su Dio facendogli dire di Sé stesso:
"Sarò ciò che sarò". Dio è al contempo
Verità e
ricerca della Verità. Se prendiamo esempio da noi stessi, e ci
mettiamo a riflettere sulla nostra vita, non ci accorgiamo forse che
gli anni, che la vita stessa ci portano ad arricchire la nostra
sensibilità, la nostra capacità di capire e di agire di
conseguenza, per cui vivere diventa un imparare a vivere, e questo
quando non abbiamo come riferimento noi stessi, ma il nostro rapporto
con gli altri viventi? Potrebbe essere, questo, il segnale
dell'evoluzione di Dio stesso, dato che Lui, per essere sempre
più presente ed incisivo fra noi, ha bisogno che noi stessi ci
si renda più incisivi e coerenti in rapporto all'incarnazione
dell'Amore?
"Sarò ciò che sarò" include il significato di
"Sarò
come mi farete incarnandomi"? Oppure "Sarò come io stesso non
so ancora", perché la Vita é sequenza, é sviluppo,
é ricerca, é eterna conquista aperta agli inesauribili
frutti dell'Amore incarnato? Oppure il significato è “Io resto
inaccessibile a voi"?
Che bella esplorazione é questa, e che bello navigare in essa,
alla ricerca dell'inesauribile nuovo di Dio. Comunque, non dovremo
perderci in essa, anche se é affascinante: la strada maestra
é l'incarnazione dell'Amore e della Condivisione da parte di noi
stessi in rapporto a tutti i viventi, per togliere sofferenza e portare
il necessario e1a gioia. Se il mistero ci rende inaccessibile la
Verità, non sarà forse che la Verità non va
conosciuta, ma costruita? Cosa succederebbe se, per superare un dolore,
ci impegnassimo nella lotta per togliere il dolore dove é
possibile e, attraverso lo strumento della ragione, riuscissimo a
trovare gli strumenti per fare un futuro senza dolore?
Il fare un futuro senza dolore, senza ingiustizia, senza competizione,
senza accumulo, senza violenza, non sarà il dare-trovare il
senso del "Sarò ciò che sarò" di Dio, che dialoga
con l'uomo
perché é nell'intimità profonda dell'uomo stesso?
Mario Mariotti
27 aprile 2008