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né in spirito |
Dio ha fatto il mondo in sei giorni e poi si é riposato. Si é riposato perché aveva finito il suo lavoro. Il lavoro finito sarebbe il mondo, anche quello di oggi, così com'é. Nel mondo così com'é ci sono i ricchi, i potenti, i sovrani, i presidenti, e poi i poveri, gli esclusi, i sudditi, quelli che non contano. Dato che il lavoro é finito, e che esistono queste realtà, ciò significa che queste realtà esistono per volontà di Dio, di Dio onnipotente creatore.
In linea con questo tipo di logica maligna, tante porcherie storiche si sono concretizzate su ispirazione proprio della Bibbia, o del Vangelo, e quella fra esse che ha fornito e che fornirà le maggiori facilitazioni per l'ingresso all'inferno é la bestemmia che ricchi e potenti, sovrani e presidenti, esistano per volontà di Dio.
Quando io dico che la Parola va presa in Spirito e non alla lettera, i miei interlocutori, preoccupati della relativizzazione della Parola, si indignano, accusandomi di demolire tutto quanto. A parte che é tutta la testimonianza del cristianesimo reale a dimostrare la relativizzazione della parola, adattata a coprire tutti i casini di tutti i tempi, praticati da coloro che dichiaravano di ispirarsi a Lei, ora produrrò una riflessione che forse farà riflettere i miei preoccupati interlocutori.
Proviamo a prendere alla lettera la Parola nella parabola del ricco epulone: costui non è cattivo, é semplicemente ricco. La Sua condizione esistenziale lo induce strutturalmente ad essere cieco in rapporto ai poveri Lazzari. Se li avesse visti, li avrebbe soccorsi condividendo le sue ricchezze con loro, avrebbe esaurito il proprio accumulo e quindi superata la propria condizione di ricco.
Il fatto stesso di essere ricco significa allora che egli é cieco rispetto alla sofferenza del mondo, e che la sua condizione è negativa. Il ricco non bestemmia, é egli stesso strutturalmente una bestemmia della condivisione, é un negativo pedagogico, una condizione che manifesta la propria cecità, la propria omessa condivisione, la propria resistenza, il proprio rifiuto in rapporto al progetto di Dio, che ci propone di essere Sue mani praticanti la cultura del necessario e la condivisione con amore, cioè la condivisione dei Suoi doni fra tutte le sue creature.
Se fosse vero che la Parola va sempre presa alla lettera, così com'è, penso che saremmo tutti quanti spacciati! Nella nostra cultura ricco é bello, é buono, é bene, ma nella cultura di Dio espressa dalla Parola nella parabola, ricco é cieco, é negativo, é male. Sarà a questo punto, allora, che gli interlocutori preoccupati della mia relativizzazione della Parola passeranno dalla mia parte, convenendo che un conto é la lettera e un conto é lo spirito?
Non lo so. Io comincio a nutrire un terribile dubbio: che la parabola, sia presa in spirito che alla lettera, ci inchiodi tutti quanti. E' vero che c'é il ricco disponibile alla condivisione e il povero ricco mancato, carogna più del primo, ma il rapporto fra le condizioni della ricchezza e della cecità é innegabile.
E se é vero che non ci si può mettere di botta a fare come Francesco d'Assisi, é anche vero che bisognerebbe lavorare per una società che escludesse l'accumulo privato, in modo che ognuno facesse la sua parte nel quadro del bene comune, e potesse fruire dei servizi gratuiti in rapporto ai propri bisogni. Se 1a persona, il soggetto, il ricco é buono, il sottosopra che si è venuto attuando sarà imputabile alla struttura, al sistema economico strutturato secondo il capitalismo privato ed il mercato. Nessuno però può negare che la materializzazione dei massimi sistemi siamo noi, sono i soggetti, le persone, che praticano di fatto o di desiderio il "beati i ricchi", e che cercando il prodotto più bello al prezzo più conveniente.
E allora, da chi bisognerà partire per incidere e cambiare una situazione che ci vede da una parte tutti buoni e in buona fede, e dall'altra manifesta la presenza di ingiustizie abissali, che poi, a loro volta, causano la morte quotidiana di migliaia di persone nella grande favela del Sud?
E chi, infine, potrà mai negare la contraddizione radicale fra l'accumulo, la ricchezza, e la condivisione, figlia primogenita, di quel Verbo, amare, che si determina strutturalmente proprio nel servizio e nella condivisione, dato che amare significa dare, spendersi per le altre creature, lavorare per loro, e non certo accumulare per se stessi?
Quindi, siamo proprio messi male: né la lettera né lo sirito della parola ci offrono delle scappatoie. Il progetto di Dio è chiaro: siamo tutti suoi figli, oggetto del suo amore, e quindi il nostro compito è amarci fra di noi come Lui ci ama. Sarà poi questa prassi a portare a compimento una creazione che acor oggi é intrisa di ingiustizia e di sofferenza, e che domani, nel Regno, dovrà vedere l'amore tutto compiuto in tutti. Questo è il progetto di Dio, del Verbo che vuol farsi carne, e noi le mani per realizzarlo, i tralci necessari alla vite per portare frutto a tutti i viventi. E i tralci non accumulano la linfa, altrimenti a valle di questo accumulo ci sarà la sofferenza. Quindi, volenti o nolenti, per entrare nel progetto del Padre dovremo pian piano convertirci alla cultura del necessario e alla condivisione con amore.
Un'ultima considerazione in rapporto alla nostra condizione esistenziale di mani di Dio. Questo è un concetto che va precisato, altrimenti vediamo quanti guai sono venuti a causa di una cattiva interpretazione del concetto stesso da parte del cristianesimo reale. In tutti i tempi i ricchi e i potenti si sono sentiti e dichiarati mani di Dio, per conseguire gli obiettivi più schifosi e maligni, e comunque sempre per accrescere la propria ricchezza ed il proprio potere.
Oggi Bush si sente mano di Dio per realizzare la pax americana... Libera nos Domine! Noi non siamo mani di Dio alle nostre condizioni, ma alle sue condizioni. Lo siamo, sue mani, solo se e quando amiamo, serviamo e condividiamo. In quel momento è Lui che opera attraverso di noi.
Quando ci amiamo come Lui ci ama, noi siamo e diamo corpo al suo amore per noi. Fuori da questo non siamo più mani, siamo cancri, che accumulano e soffocano quelli che si vedono negati l'amore del Padre a causa del nostro egoismo e della nostra inestinguibile avidità.
Dato poi, per finire la riflessione, che il mezzo del cammin di nostra vita io l'ho già passato da un pezzo, ci sarà chi continuerà a portare avanti questo tipo di esegesi, quasi generalmente omessa e, d'altra parte, sempre più necessaria? Speriamo di sì: il popolo di coloro che amano la vera Chiesa esiste, il futuro sarà suo, o non sarà.
Mario Mariotti