Laicità evengelica
Non
si sa
perché uno lo sia ed uno no, ma alcuni si ritrovano ostaggi
della compassione, sono portati ad immedesimarsi nei panni degli altri,
ed altri non lo sono affatto, e sono ostaggi delle pretese, delle
sollecitazioni insaziabili del proprio io.
Per i primi, gli
ostaggi della compassione, sicuramente non c'é mai pace,
perché di situazioni che generano compassione è piena la
Terra, e uno si ritrova sollecitato, ansioso, indignato, preoccupato
per la maggior parte del tempo della propria giornata. E d'altra parte
la pace che dà il Signore è una non-pace in rapporto a
tutto il negativo di questo caos-mondo, per cui la serenità,
l’atarassìa, la tranquillità di tanti, sono sintomo di
una molto
probabile alienazione, più o meno acuta, recidiva, aggravata e
continuata.
Per i secondi in
apparenza la vita e più comoda, ma forse di fatto non lo
è, perché soprattutto il proprio io può essere
fonte grosse preoccupazioni: invidia per i traguardi raggiunti dal
prossimo, incubo delle tasse, preoccupazioni in rapporto al proprio
lavoro, ansia continua all'interno delle iniziative soggiacenti al mito
maledetto della competitività.
Detto questo,
siccome la realtà ha una sua oggettività non fluttuante,
ma strutturale, e include dei passaggi che necessariamente
portano ad acquisire consapevolezze, a forza di riflettere sulla
propria esperienza e su quella degli altri si finisce con il trovarsi
davanti a problemi ineludibili per tutti. Può
sembrare strano e presuntuoso, ma presto si approda nella
ipotesi di ritrovarsi dentro allo stesso fondamentale problema che ha
cercato di affrontare e risolvere lo stesso Gesù: come fare a
liberare gli uomini dalla religione, dalla alienazione religiosa,
espressione di un criptoegoismo che cova nel più profondo del
cuore, e che fa parte della nostra naturalità
originale, oggi ancora imperfetta ma potenzialmente convertibile in
quella dell'uomo nuovo, del “giusto che ama”, laico,
povero prescelta e condivisionista per amore.
Questo è un
problema pedagogico talmente enorme da aver messo in crisi lo stesso
Signore, dato che Lui è stato prima assassinato, poi prostituito
in religione, poi tenuto prigioniero nella gabbia religiosa fino ai
giorni nostri. E Lui,
ineludibilmente anche attraverso di noi, continua a
cercare la chiave per uscire, ma non ci riesce, perché Lui ci ha
scelti quali strumenti della Sua incarnazione, e noi continuiamo a
rifiutarlo, continuiamo a fare degli altri pane per noi stessi, e a
navigare nella rete della nostra alienazione religiosa, più o
meno acuta, recidiva, aggravata e continuata.
Il problema
sotto il profilo della pedagogia, della scienza dell'educazione,
sarebbe semplice: educare significa rendersi conto del dove siamo e
il progettare il dove vogliamo andare.
Il dove siamo è la
nostra naturalità religiosa; il dove vogliamo andare è
l’amatevi fra voi come Gesù vi
ha amati, è la prassi
laica dello Spirito incarnato da noi, è una umanità che
sceglie e vive la cultura del necessario e la condivisione con amore.
Come raggiungere questi obbiettivi?
La religione,
oltre a nutrirsi della presunzione di poter conoscere e pilotare Dio
stesso, ha anche la malignità di mettere fuori circuito tutto
quello che potrebbe metterla in crisi. Intanto il bipede umano viene
rincoglionito fin da piccolo con la dottrina
(oggi catechesi), che
è un inprinting
micidiale; poi si alimenta la cultura della
divisione fra religione e laicità, fra fede è scienza;
infine tutti coloro che non si trovano allineati all'ortodossia
ideologica dei custodi del Tempio vengono etichettati e rinchiusi nelle
categorie o della laicità, o dell'ateismo, o della blasfemia (di
questo non c'è da meravigliarsi perché Gesù stesso
è stato assassinato vittima di queste accuse).
Se uno, resosi
conto della malignità della religione, la sa, la denuncia e
prende le distanze da lei, non fa altro che favorirne la logica di
separazione sopradescritta, e i fedeli-credenti, ubbidienti alla casta
sacerdotale, o rifiutano di ascoltare le diverse letture della Parola,
o le condannano a priori in quanto esternazioni di laici, o di atei,
comunque di soggetti pericolosi, perché, essendo senza Dio,
sono anche privi del timore di Lui.
In certe
esperienze storiche, poi, è anche stato fatto il tentativo di
spegnere la religione, di eliminare la casta, di costringere le persone
a rifiutare l'oppio religioso, ma sempre inutilmente. La religione,
come l'egoismo di cui è un'espressione, ha radici nel profondo,
e l'uomo, se ne viene espropriato, ne crea un'altra, è crea
un'altra casta, e ascolta da lei quello che vuole sentirsi dire, e
affida a lei la giustificazione dei propri comportamenti negativi in
rapporto ai fratelli, dato che uno, comunque, deve tenersi buono
l'Onnipotente, nel caso che ci sia.
E allora? E
allora se la storia ci dice che la religione è una precondizione
ineludibile dello spirito umano, la pedagogia ci dice che bisogna
partire da qui per poter progettare il modo di uscire da qui. Ecco
allora un contributo al tentativo di trovare il modo di superare la
religione partendo dalla religione stessa.
1° Dato che
la casta sacerdotale e di un'importanza fondamentale perché le
pecore (i fedeli) sono state condizionate dalla dottrina e dalla
cultura comune a vedere in essa la mediatrice necessaria del proprio
rapporto con Dio, e dato che le pecore stesse le attribuiscono funzione
autorevole e ascoltano lei e non i laici, ecco che il primo obiettivo
dell'impegno per convertire il prossimo dalla religione
all’Incarnazione dovrebbe essere proprio tra la casta sacerdotale.
Questo compito,
però, è di una difficoltà estrema; i sacerdoti
vivono il condizionamento religioso nel proprio DNA, e sono gli
stessi che nel Vangelo vengono riconosciuti come il più
refrattari al nuovo di Dio.
Sono quelli che pensano di
possedere la Verità, che cristallizzano lo Spirito nella
Rivelazione, e finiscono con l'assassinare la Verità stessa,
cioè il Signore. Se però si riuscisse a far riemergere
una loro laicità evangelica che avesse resistito all'alienazione
religiosa, la loro importanza diventerebbe enorme, perché le
pecore ascoltando la loro voce.
2°
Nell'annuncio della Parola sarebbe fondamentale anche l'uso di un
linguaggio laico che accompagnasse sistematicamente quello religioso.
“Gesù
salva” andrebbe sempre accompagnato-tradotto in "L'Amore incarnato da
noi rimuove il male del mondo”.
“Chi crede
avrà la vita eterna” dovrebbe stare con “Chi ama è
già nell'eternità della vita di Dio-Amore”.
“Prendete e
mangiate: questo è il mio corpo” vorrebbe chiarito in “Fate di
voi stessi il necessario e la gioia per gli altri viventi”.
3° Sarebbe
poi anche fondamentale una responsabilizzazione dei laici, che
dovrebbero rendersi conto dell’evangelicità della loro
condizione, che quest'ultima venisse connotata da una prassi ispirata
alla cultura del necessario ed alla condivisione con amore. Il
fondamentale dell'Incarnazione è infatti il nostro rapporto
positivo con gli altri viventi, e la Fede non ha altro modo di
esprimersi se non nella laicità fraterna, solidale e
condivisionista (la Fede senza le opere non c'è, non esiste).
I laici
dovrebbero farsi carico dell'educazione civica delle nuove generazioni,
dovrebbero riconoscere la prassi laica dello Spirito, che vive ed opera
in tutti quelli che amano, che si impegnano per il bene comune, che
lavorano onestamente e professionalmente per gli altri, che condividono
le proprie risorse in modo che tutti abbiano il necessario. I laici,
tutti quanti noi, dovrebbero realizzare la sequela al Signore
soprattutto attraverso le nostre opere, togliendo sofferenza e portando
il necessario per la gioia a tutti gli altri viventi, i minimi inclusi.
Ecco tre
obiettivi significativi all'interno del compito gigantesco di
convertire la nostra naturalità religiosa in una umanità
nuova che finalmente riuscisse a rendersi conto di essere, essa stessa,
volente o dolente, potenziale del Signore, cioè il tramite
necessario, imprescindibile per la materializzazione dell’Amore
nell'amore, e questo per la trasformazione del nostro mondo in Regno,
una repubblica democratica popolare nell'Amore è tutto compiuto
in tutti, dove nessuno accumula e porta dolore, dove le mani dell'amore
di Dio per noi si scambiano vicendevolmente la dolcezza dei frutti
dell’amore del Padre per loro.
Mario
Mariotti
15
gennaio 2007