
La prova schiacciante della necessità di prendere la Parola in Spirito e non alla lettera é il Vangelo di Luca (II,1-13) nel punto in cui i discepoli chiedono al Maestro di insegnar loro a pregare. Secondo me, quando il Signore ha incontrato l'Evangelista dopo aver conosciuto la formalizzazione che quest'ultimo aveva fatto di quell'evento, ha dovuto resistere con molta fatica alla tentazione di rimproverarlo severamente in ispirito. Egli infatti non poteva rimanere indifferente di fronte ad un resoconto talmente generico e indefinito da includere la potenzialità di alienare i futuri lettori ed esegeti, mentre quella poteva essere una buona occasione per far aprire gli occhi e per responsabilizzare il prossimo.
Il Padre nostro é molto più di Luca e della sua comunità che del Signore - e si vede che Luca arrivava fin lì - data la cultura religiosa con la quale doveva fare i conti dentro se stesso.
Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano. Siamo ancora nella religione: il nuovo di Dio é ancora lontano. Il Padre é Amare, l'Amare non va santificato, ma praticato; il Regno, il frutto dell'Amare, passa per le nostre mani; noi dobbiamo dare alle altre creature il necessario per vivere, ed esse lo devono dare a noi, dato che noi siamo il corpo del Tuo amore per loro, e loro il corpo del Tuo amore per noi.
Come fare a capire tutto questo dalla formalizzazione di Luca? Poteva il Signore sprecare un'occasione come questa per cercare di farci capire il meccanismo dell'Incarnazione, del quale Egli voleva porsi quale paradigma?
Padre, facci capire che il tuo nome viene santificato e che il Regno si costruisce se noi amiamo, se lavoriamo per dare il necessario quotidiano agli altri viventi, se sappiamo perdonare, se rifiutiamo l'accumulo che é una tentazione non certo indotta da Te, ma condannata esplicitamente da Te. E poi, proseguendo la Lettura, secondo voi il Signore si sarebbe mai permesso, di pronunciare frasi del tipo chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete? Oppure di proporre l'insistenza quale chiave per ottenere dal Padre ciò che chiediamo? Solo in questa assemblea domenicale conosco due persone che non possono non rimanere ferite ed umiliate da enunciati di questo tipo.
Alla prima non é stato dato neppure il tempo di chiedere, di cercare, di bussare: la persona cara le è morta improvvisamente senza nessun segno premonitore. La seconda spinge una carrozzina con sopra l'oggetto del suo amore, una persona cerebrolesa e forse anche distrofica, la propria figlia di circa vent'anni. Quante volte la mamma avrà chiesto, cercato, bussato, e con quanta insistenza, dati gli anni di questa creatura, circonfusa di amore impotente e infinito... Può, il Signore, dire cose che recano dolore a delle proprie creature già così colpite e in questa occasione a rischio di colpevolizzarsi per non aver saputo chiedere, o per non aver insistito abbastanza?
E le mamme dei piccini dell'Olocausto non avranno esse pure chiesto con insistenza? E le mamme dei piccini delle discariche? E se poi, in aggiunta, arrivano i commenti del sacerdote sulla bontà infinita e sull'onnipotenza di Dio che si determinano però solo quando ne hanno voglia loro o Lui, cosa rimane a quelle povere creature che vengono sistematicamente e inconsapevolmente espropriate del Dio-con-noi, Padre amoroso che soffre, che non é onnipotente, che continua a sperare che la Parola venga usata per farci capire che siamo noi le mani dell'amore di Dio per noi? Perché annunciare che bisogna chiedere, cercare, bussare, quando le risposte passano per le nostre mani, per il nostro sì, per la nostra adesione alla condizione di tralci in modo che la Vite possa portare frutto a tutti i viventi?
Qui, in questa Lettura, a parlare non é certo il Signore, ma Luca, e Luca gli sta facendo un brutto servizio. A me sembra estremamente importante interrompere questo circuito di logica religiosa che nasconde lo Spirito e reca dolore oltre che alienazione.
Forse é necessario ripartire riflettendo sulla differenza radicale inclusa nelle due diverse formalizzazioni del primo e più importante comandamento. Un conto è: Amerai Dio e amerai il prossimo come te stesso ed un altro conto è: Amerai il prossimo come Dio lo ama. La differenza é radicale, ed é la stessa che c'é fra religione e Incarnazione. La prima formalizzazione allude al rapporto religioso, all'osservanza della Legge in vista della propria salvezza; la seconda é il comandamento nuovo, la sintesi del progetto di Dio per noi, il messaggio finale di Colui che poi sarebbe stato assassinato.
Amatevi fra voi come Dio vi ama é la sintesi, la vera preghiera, invito a costruire quella soggettività strutturalmente solidale che passa per la cultura del necessario (il Beati i poveri per scelta) e per la condivisione con amore, ed é la radice generatrice del Regno.
Mario Mariotti