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Figli miei, che
siete in Terra
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Lo Spirito, nella unicità e profondità della sua
dimensione, non é alla nostra portata. Lo spirito interconnesso
ad un corpo dà luogo all'evento-vita. Noi che siamo vita, siamo
corpo, cioè materia, spazio nel tempo, e spirito, cioè
autocoscienza, emotività, razionalità,
progettualità. L'impressione soggettiva é quella di una
grande indipendenza dello spirito dal corpo, ma non é
così. Probabilmente non c'é neppure interdipendenza,
quanto piuttosto dipendenza dello spirito da un insieme di condizioni,
fisiche e biochimiche che devono rientrare in parametri precisi
perché il corpo funzioni e renda possibile l'esprimersi dello
spirito.
Così il corpo é la porta d'ingresso dello spirito nel
mondo, ma é una porta atipica: l'esterno ci é
sconosciuto; il passaggio, la porta ha un codice d'accesso che mette
insieme un'enormità di condizioni fisiche precise che permettono
il miracolo della vita del corpo e quindi la possibilità dello
spirito di sussistere e di esprimersi nel mondo. Il mondo é
corpo, é materia; lo spirito é misterioso in sé,
anche se fisico-dipendente; l'incontro spirito-corpo produce
l'evento-vita.
La vita é nel mondo, nella materia; e lavora, studia, ne diventa
l'auto coscienza, ne vede i limiti, lavora per superarli, in modo che
la materia stessa possa esprimersi secondo lo spirito-vita. I Valori,
il Verbo, Dio, sono puro Spirito. Non possiamo conoscerli in sé.
Gli occhiali spazio-temporali che ci siamo ritrovati addosso quando
siamo entrati nella vita, sono le dimensioni secondo le quali facciamo
esperienza della vita stessa.
La Giustizia, la Solidarietà, l'Amore ci restano inaccessibili
se non entrano nella nostra esperienza prendendo corpo in azioni
giuste, solidali, ¬amorose. Questo loro entrare nella
corporeità e nel tempo, a sua volta, genera, sostiene,
amplifica, migliora, arricchisce, produce altra vita. Quest'altra vita
si interroga, studia, si impegna perché la materia, il mondo,
ancora pieno di sofferenza e di negativo, si avvii in una direzione ed
in una dimensione che rendano il positivo strutturale e che vedano
l'estinzione del negativo.
Noi stessi però, fruitori autocoscienti dell'enorme dono-evento
della vita, ci troviamo davanti ad una nostra potenzialità che
può assumere un'importanza determinante, estrema: possiamo
scegliere se assecondare una nostra naturalità che mette
se stessa al primo posto e si ingegna ad usare gli altri per
soddisfare sé stessa, oppure se determinarci come strumenti,
come mani di un progetto che abbia per fine il servizio alla Vita, per
togliere la sofferenza e portare il necessario e la gioia a tutti gli
altri viventi.
Nel primo caso ci ritroviamo, noi stessi, causa di sofferenza, cancri
che schiacciano il flusso della vita e generano dolore; e poi finiamo
col creare le condizioni negative che travolgeranno anche noi stessi,
dato che siamo dentro ad un unico ecosistema e interdipendenti fra noi.
Nel secondo caso, diventiamo strumenti di Amore, che genera, alimenta,
sostiene e migliora la Vita stessa, e potrà anche succedere che
riceviamo dagli altri quei frutti d'amore che noi ci siamo impegnati a
far avere a loro.
La gioia di portare gioia, se si estenderà, ci
permetterà, mentre la portiamo, anche di ricevere gioia. Noi
infatti siamo le mani dell'amore di Dio del Dio amore per noi e mentre
amando Gli permettiamo di portare i frutti dell'amore, cioè il
necessario e la gioia, alle altre creature, se esse stesse si faranno
mani del Suo amore per noi amando, anche noi riceveremo dal Padre il
necessario e la gioia.
Se quanto ho scritto fin qui può dare un'idea, se può
essere una fenomenologia del meccanismo dell'Incarnazione, ecco davanti
a noi stessi l'enorme responsabilità della scelta se permettere
o negare la presenza e l'operatività dello Spirito, di Dio,
nell'esistenza, nel mondo. Il nostro sì
dà corpo, fa
esistere e rende operativo il Dio della Vita, e l'Amare che prende
vita, corpo, lavora ed arricchisce la Vita, la purifica del negativo,
la riempie di un'enorme ricchezza di doni, aperta a sviluppi dalla
positività inimmaginabile...
Il nostro no che
casomai si maschera o ripiega nell'alienazione
religiosa e perde il tempo a chiedere, a pregare il Padre che faccia
Lui quello che é strutturale alla decisione dei figli, produce
l'inferno che accompagna l'uomo dai primordi al tempo reale di oggi,
tempo che attribuisce autorevolezza morale al Tempio che se ne sta in
simbiosi con l'Impero e quindi é corresponsabile di un negativo,
di una metastasi che ormai sembra rendere impossibile anche la
speranza, dato che la musica é Signore,
Signore, ma la
sostanza é il servizio il più qualificato e competitivo
all'idolo Mammona.
Per questo, carissimi fratelli, non sarà mai troppo precoce il
prendere coscienza della nuova prospettiva necessaria e del radicale
cambiamento di noi stessi che essa implica. Anche il Padre nostro,
che é o la formalizzazione ambigua di un estensore condizionato
dalla propria cultura religiosa, o un messaggio che il Signore ha
dovuto adattare alla opacità e durezza del nostro cuore e del
nostro spirito, deve cambiare i termini di chi prega e di chi é
pregato. Il Padre nostro che sei nei
cieli si trasforma pressapoco
così:
"Figli miei che siete in terra,
santificate voi stessi che siete mio
tempio,
costruite
il mio Regno con le vostre mani,
amatevi
fra voi come io vi amo, perché la mia volontà
é
nell'Amare.
Lavorate
per avere e far avere a tutti il
necessario alla vita.
Perdonatevi
fra voi come avete il mio perdono.
Rifiutate
la tentazione di arricchire,
e
condividete i miei doni,
liberatevi
dal male portando il necessario e la gioia
ad
ogni vivente, incluse le piccole vite"
Questa, io credo, la preghiera di un Padre che ha bisogno di
noi, come
del sì di Maria, per
far arrivare a noi il Suo amore per noi.
Questa, io credo, una formalizzazione più significativa, per
farci capire e operare secondo la Sua volontà.
Mario Mariotti
15 marzo 2006