Attenti ai credenti
Nella cultura
comune ci sono le persone religiose, i credenti, gli agnostici
(cioè i credenti ad intermittenza), ed infine gli altri.
Sempre
nella cultura comune, i credenti sono brave persone, timorate di Dio,
galantuomini onesti e pacifici. Il numeroso popolo degli credenti ad
intermittenza costituisce la maggioranza silenziosa: questi usano la
chiesa nei momenti più importanti - battesimo, matrimonio,
funerale, richiesta di miracoli - vanno a Messa a Natale e a Pasqua, si
proclamano agnostici, ma vogliono tenersi buono il Signore, nel caso
esista, pur essendo essi, nella realtà, fedeli e devoti seguaci
di mammona.
Infine ci sono
gli atei, in numero esiguo, adesso che i comunisti si sono convertiti
al capitalismo, ma - sempre nella cultura comune (in quella delle due
prime categorie) - tutti brutte persone, senza principi e senza Dio,
potenzialmente pericolosi perché liberi da quel timor di Dio
che sa tener buone le categorie degli credenti e degli agnostici.
Anche qui, come
al solito, la realtà non è affatto così, è
molto diversa. La prima considerazione, che nessuno può
smentire, dai faraoni a Bush: la stragrande maggioranza degli orrori
che la storia ci fa conoscere è stata attuata da capi ed
esecutori che si qualificavano credenti.
Dal genocidio
dei popoli nativi delle Americhe, alle torture e ai roghi
dell'inquisizione; dal Dio con noi di Hitler, ai giuramenti sulla
Bibbia di Bush; dal meccanismo dello scambio ineguale del capitalismo
privato, a quello del debito dei Paesi poveri, che soffocano i non
garantiti della grande favela del Sud: tutto questo è stato ed
è praticato, è stato e viene messo in atto o nel nome
dello stesso Dio, oppure da soggetti che acquistano, mantengono e
rafforzano la loro credibilità davanti al prossimo proprio
perché si autoqualificano credenti
in Dio.
Se queste sono
state, e sono oggi, le brave persone, i galantuomini timorati di Dio,
nella Geenna - sempre che ci sia - ci deve essere il traffico di New
York nelle ore di punta quando c’è lo sciopero dei mezzi
pubblici, mentre al grande tavolo della mensa vegetariana nella casa
del Padre i pochi atei presenti saranno costretti a litigare fra loro
con telefonini forniti gratuitamente dalla direzione.
La seconda
considerazione, molto importante, è che, nella realtà, i
veri atei non esistono. Di veri atei ce n'è uno solo, Dio
stesso, che non può strutturalmente avere un figlio, in quanto
è, lui stesso, Dio.
Tutti gli altri
che si credono, si proclamano, si autoqualificano atei, nella sostanza
non lo sono, perché tutti noi, sapendolo o ignorandolo, quando
è ora di giudicare, scegliere e assumere un comportamento,
abbiamo un qualcosa o un qualcuno di cui siamo mani, di cui siamo
strumento. Alla fine, se saremo stati mani che hanno materializzato i
valori della giustizia, solidarietà, condivisione, cioè
l'amore nell'amare, anche se ci eravamo ritenuti atei, saremo accolti
nella casa del Padre, perché abbiamo avuto un rapporto positivo
con l'affamato e l'assetato.
Se invece saremo
stati mani che hanno materializzato l’accumulo, lo sfruttamento, la
competizione, cioè la violenza sugli altri viventi, non
basterà il nostro credere in Dio, nella Chiesa, nel Papa e in
tutti i dogmi - anche in quelli futuri che il Tempio proclamerà
per tenere assopito il gregge - per salvarci dall'ira, dato che il
nostro rapporto con l'affamato e l'assetato è stato determinato
dal nostro "vai in pace a morire, e non rompere".
Fatte queste due
considerazioni, mettiamoci a riflettere non sulla categoria degli atei,
che, come abbiamo visto, secondo il criterio dell'incarnazione è
irrilevante, ma su quella dei credenti,
data la
pericolosità che essa ha manifestato durante tutta l'evoluzione
della storia umana. Fra i credenti, i più pericolosi, e anche i
più schifosi, quei farisei ipocriti che facevano indignare il
Signore, che li qualificava razza di vipere, e della razza stessa delle
vipere ha espulso per l'indegnità, doppiezza e malignità.
E’ questa categoria, e non quella dei discendenti di Abramo, ad
apparire a volte più numerosa delle stelle del cielo.
Sono quelli che
non perdono una Messa alla domenica, che consumano con assiduità
i sacramenti, che nei momenti elettorali diventano ubiquitari per
essere presenti nelle prime file delle chiese, che si dichiarano
d’accordo con le gerarchie della Chiesa ad ogni loro pronunciamento,
che credono nell'infallibilità del Papa anche quando sta zitto,
che credono nel distacco dalla ricchezza realizzato mettendo i propri
soldi in banca o sottoscrivendo azioni, che vivono tranquilli
perché è stato lo stesso Signore a dire che i poveri li
avremo sempre con noi, e, quindi, attenti affinché rimangano
tali! Questa classe, questa categoria, questa dimensione dello spirito,
caratterizzata nel modo precedente, non appare pericolosa, anzi in
superficie è onesta, sincera, trasparente e cristallina.
E allora,
perché il Signore si indignava e probabilmente sì indigna
ancor di più oggi, dopo 2000 anni di preghiere, di epidemie
liturgiche e sacramentali, di parola mandata nella messa e tornata a
Lui con l'effetto opposto a quello per cui era stata mandata?
Semplicemente per la schizofrenia non patologica, ma aggravata e
continuata (aggravata dall'autocertificazione di "buona fede") che
viene nutrita, coltivata ed arricchita da quella che, fra i credenti,
sembra proprio essere la maggioranza. Schizofrenia come separazione,
separazione netta fra ciò in cui si dichiara di credere, e
ciò che si mette in pratica.
E
quale è la traduzione in opere della precedente fede evangelica?
Beati i poveri in spirito, perché permettono a noi di diventare
ricchi in materia.
Beato il capitalismo moderato, se non riusciamo a praticare quello
selvaggio.
Beata la competizione, che permette alla razza dei pochi di imporsi al
gregge degli inutili. Beato il mercato, dato che il ricco fa il prezzo
che il lavoratore deve subire.
Beate le posizioni politiche di neo-centro, di neo-destra e di
neo-sinistra, che ci permettono di mantenere i nostri diritti
acquisiti, che i comunisti defunti chiamavano privilegi.
Beati quelli che dimostrano di valere accumulando ricchezze,
perché il loro "timor di Dio" ha dato frutto superando
l'inflazione.
Beata la transsustanziazione di Gesù in mammona, miracolo sia
chierico che laico, che ci permette di usare la verità per
accrescere noi stessi e il nostro gruzzolo.
Queste
beatitudini non possono bastare: come corrispettivo, esse hanno una
gerarchia che ulula per il rispetto della vita di una cellula in
provetta, e rimane muta sulle guerre di aggressione e sui meccanismi
strutturali (capitalismo e mercato) che soffocano ogni giorno la vita
di 30.000 bambini.
L'apoteosi della
forma è come la negazione e la bestemmia della sostanza!
C'è da meravigliarsi se il Signore si indignava? C'è solo
da meravigliarsi perché anche noi non ci indigniamo! E qui, cari
fratelli, la questione si fa grigia: non saremo anche noi fra quei
seguaci che hanno transsustanziato il Signore in mammona, e mentre le
loro labbra invocano il Primo, i loro piedi e le loro mani servono
zelantemente il secondo col nome del Primo?
Mario
Mariotti
5 dicembre 2006