L'ateo
evangelico
Se continuiamo a riflettere sulla Parola in relazione al
“fondamentale”, che poi determina il giudizio finale da parte di Dio,
il messaggio appare sempre più chiaro: la discriminante è
il nostro atteggiamento nel rapporto col prossimo, che deve
determinarsi in modo positivo, nel dare da mangiare agli affamati e da
bere agli assetati. La Parola stessa, poi, allude alla condizione del
soggettivo, di colui che sazia e disseta il prossimo: egli si muove
nella dimensione della gratuità, dato che non sa che, col suo
comportamento, sta saziando e dissetando il Signore stesso.
Questa
realtà però non va analizzata nella prospettiva del
Signore, che sembra alludere alla Sua presenza nei poveri; bisogna
invece focalizzare il soggettivo dell'uomo, per comprendere il
messaggio della gratuità dell'amore. I giusti hanno saziato e dissetato
gli altri viventi gratuitamente, e questa condizione rimanda al
soggettivo del giusto, che
non è necessariamente credente nella presenza del Signore, ma
può essere agnostico, o meglio ancora, ateo, ateo che ama e che
condivide gratuitamente, semplicemente perché fa agli altri
quello che vorrebbe gli altri facessero a lui se si trovasse nelle loro
condizioni.
L'ateo si apre alla compassione, si immedesima nelle condizioni
dell'altro, lo sazia e lo disseta provando gioia nel portare il
necessario e la gioia al proprio interlocutore.
La condizione
del credente, che opera perché pensa o sa che il Signore
è nei poveri, non riesce a superare la logica del dare-avere,
della buona azione per la vita eterna, e quindi non realizza il
gratuito.
Andando avanti in questo tipo di logica, si può evincere un
messaggio sconvolgente per coloro che hanno avuto una formazione
religiosa: il paradigma dell'atteggiamento evangelico, il progetto di
Dio per l'uomo, è l'ateo che ama e condivide gratuitamente,
semplicemente perché si adegua al principio laico, all'etica
laica, di fare agli altri ciò che si vorrebbe ricevere da loro.
Questo
amore e condivisione gratuita riflettono la condizione del tralcio, che
é unito alla Vite senza saperlo, ed opera nell’immanente, nel
rapporto laico col prossimo, senza sapere di essere mano di Dio, oppure
senza sapere che, nel momento in cui opera, rende presente l'Emanuele, il “Dio con noi” che
è “Dio in noi”, e gli sta dando corpo, e gli permette di
diventare operativo attraverso sé stesso. Si possono evincere,
allora, varie considerazioni.
Il
problema dell'esistenza di Dio va riformalizzato: Dio c'é se
c’é, o meglio, Dio c’é dove e quando c’è. E dove e
quando c'è? Dove e quando l’uomo si determina nel proprio
rapporto col prossimo secondo amore e condivisione. Allora si apre la
porta per l'esistenza di Dio nel mondo, per una sua trasformazione
seconde amore. Quando Dio é
nella trascendenza, è inaccessibile, e indeterminabile.
La storia
umana poi, e le regole della natura, rendono poco probabili e poco
credibili l'esistenza e la presenza di un Dio buono, onnipotente ed
immutabile. Anche tutto ciò che nel mondo sembra più
pacifico e sereno, e bello sotto il profilo estetico, sotto la
superficie nasconde fatica, lotta, crudeltà, sofferenza, dolore
recato e subito, situazioni esistenziali terribili; e poi, se va anche
tutto per il meglio, non si riesce, non é possibile superare la
precarietà, la provvisorietà del positivo.
La
Verità, come la vita, sta crescendo, sta evolvendo, si
approfondisce, si modifica, si arricchisce di qualità e di senso. La Verità non
si cristallizza mai in Rivelazione, perché é una radice
dai frutti infiniti. Siccome la
Verità é da Dio e Dio é la Verità, e
siccome la Verità che si incrocia col mondo produce una
trasformazione storica che dovrà vedere, alla fine, il
mondo sostanziato e rimodellato secondo Amore, noi stessi siamo
probabilmente cellule di un Dio che sta crescendo con noi, e se noi Gli
diamo vita immettendolo nell'esistenza, sazieremo e disseteremo gli
altri viventi, e se invece noi ci determiniamo accumulando ed usando,
sazieremo solo noi stessi e recheremo dolore attorno a noi.
Un
Creatore che ci lasci esposti alla sofferenza universale, in attesa di
una nostra conversione, e in attesa che riusciamo a capire le
leggi della natura per porre rimedio ai limiti della materia, sarebbe
un dio crudele, e non sarebbe un Padre. Dio non può non soffrire
per la violenza degli uomini sugli uomini, e anche per quella dei
carnivori che sbranano gli erbivori. È molto
più lineare ed accessibile il concetto di un Dio con noi, o
meglio “in noi” che patisce, soffre, si incavola, si impegna con noi
nella lotta per togliere sofferenza e portare il necessario e la gioia
a tutti i viventi, compresi i minimi, le piccolissime vite.
Altra
considerazione che, secondo me, deve essere fatta, è quella che
non può corrispondere alla realtà l’enunciato che il
Signore si troverebbe nei poveri, negli affamati e negli assetati. L’Evangelista ha
lanciato questo messaggio essendo condizionato dalla logica religiosa
del Dare-avere (Fate le buone azioni,
e avrete il premio finale). Non credo che la realtà sia
questa; credo che l’avete fatto a me
vada riformulato in l’avete fatto
per me, nel senso che noi siamo le Sue mani per amare e
condividere.
Vorrei
dire altre due cose. La prima è che il povero non va mitizzato;
troppo spesso egli vive e sostiene la cultura di cui egli stesso
è frutto, è vittima; troppo spesso egli stesso si
determina negativamente con chi è più povero, più
ultimo di lui. La seconda è
che mi pare assurdo che la presenza di Dio si debba manifestare nelle
situazioni di sofferenza e di dolore. A proposito del povero, lancerei
questo messaggio: intanto lui è il frutto, è l’effetto
del nostro peccato di omessa solidarietà; se noi avessimo
condiviso con lui ciò che eccede il nostro necessario, egli non
esisterebbe più in quanto povero, ma ci ritroveremmo
equalizzati, fratelli e compagni.
Vorrei
educare la gente ad interiorizzare il contrario di quanto annuncia la
religione, in relazione alla presenza del Signore nei poveri, negli
ultimi, nella sofferenza, nel dolore. Tutte queste condizioni, per me,
denunciano l’opposto, l’assenza, o meglio gli effetti dell’assenza
dell’Amore incarnato; e il nostro compito laico, nella dimensione atea
del gratuito, è proprio quello di superarle, facendo agli altri
quello che vorremmo ricevere da loro. Seguendo l’etica laica del fare
agli altri, che equivale all’amatevi fra voi del Signore, rimuoveremo
questa assenza, toglieremo la sofferenza, il dolore, la povertà
e il resto, e il Dio-Amore non lo troveremo, Lo porteremo, Lo renderemo
operativo, il che è lo scopo del nostro esistere. Solo questa etica
laica, inoltre, é in grado di unificare tutto il genere umano
nella categoria di nostro prossimo; mentre le religioni, come gli stati
e come le lingue, lavorano in senso contrario, per la divisione.
La
condizione dell'ateismo, qualora si determini nella prassi dell'amare,
del lavorare per gli altri onestamente e professionalmente, e del
condividere, attinge a quella qualità del gratuito che é in sintonia
con quella del Padre creatore, che ci ama di amore incondizionato, e
quindi gratuito. Va a finire che
questo tipo di ateo é il tralcio
perfetto, é quel corpus
Domini che materializza lo Spirito nel mondo, e lavora
incessantemente ed instancabilmente, per compiere la creazione secondo
Amore.
D'altra parte, questo corrisponde alla grande Verità: il
Cristianesimo non é una religione fra le tante religioni,
bensì un criterio: chi ama e condivide, nel dove e nel quando lo
fa, è il corpo dello Spirito che costruisce il Regno.
L'ateismo
amoroso, solidale e condivisionista, realizza una unità profonda
Spirito-corpo, ed é forse la realizzazione più compiuta
del Dio in noi che plasma il
mondo con la dolcezza dell’Amore incarnato e fa nuove tutte le cose. Non so se questa sia
una condizione diffusa ma invisibile a noi, perché siamo sempre
limitati dall'alienazione religiosa, o se sia rara come la vera
santità presso Dio, che non é certo quella definita dalla
chiesa, cieca sulla natura laica dello Spirito.
E' forse
la condizione dello stesso Gesù, senza dio perché Dio lui
stesso, un Dio col corpo, un Figlio dell'Uomo che costituisce il
“paradigma” della prassi che i tralci della Vite devono adottare per
costruire il Regno, termine della creazione con l'Amore tutto compiuto
in tutti.