Ancora una volta siamo perdenti


Mercoledì 7 febbraio, il sottosegretario alla Difesa, Lorenzo Forcieri, ha sottoscritto a Washington con il suo omologo statunitense Gordon England il memorandum che sancisce l’adesione dell’Italia al programma di sviluppo dei nuovi aerei da combattimento Joint Strike Fighter 35 (JSF35). Questa firma rappresenta di fatto il primo passo per l’installazione della linea d’assemblaggio dei futuri caccia, presso la base militare di Cameri in provincia di Novara.

Vale la pena ricordare alcuni dati per inquadrare meglio il problema nella sua essenzialità: i caccia JSF35 sono bombardieri da guerra aerea, trasportatori di bombe e potenziali trasportatori di testate nucleari. Costeranno ai cittadini italiani sui 100 milioni di euro l’uno (totale di circa 13 miliardi di euro per una commessa prevista di 131 velivoli). Si tratta di un progetto costosissimo (il nostro Paese ha già versato un miliardo di euro per entrarci) che allontana l’Italia da un quadro di riferimento europeo e la lega alle scelte e alla tecnologia made in USA e alle politiche del Pentagono e che stona vistosamente con le attuali esigenze di contenere la spesa pubblica. Con una commessa così corposa l’Italia si consolida al 7° posto nel mondo nelle industrie belliche, con una spesa annua pro-capite di 484 dollari.

Da tempo la faccenda era sul tappeto; diverse e abbastanza variegate erano le prese di posizione che si fronteggiavano su questo tema; all’interno del mondo politico locale c’erano divergenze di vedute come affrontarlo. Nei mesi scorsi erano stati indetti a Novara diversi incontri organizzati dal tavolo di lavoro “Cacciabombardieri a Cameri: quale futuro?” promosse da un raggruppamento di persone contrarie a questa prospettiva e che, si sono date da fare per far conoscere il problema ad un auditorio più vasto. Qualcun altro, pur accettando la logica della difesa, faceva notare che accollandosi costi per gli JSF35 si sarebbero tolte risorse, al programma Eurofighter che impegnava già l’Italia dentro un sistema di difesa europeo, ponendo il dubbio se fossero proprio necessari due sistemi di difesa pressoché simili?

La commissione diocesana Giustizia e Pace interpellata da questo segno dei tempi, si pose il problema di come leggere ed interpretare questa situazione alla luce del Vangelo e del Magistero della Chiesa, sollecitati in tal senso anche dal messaggio del Papa per la Giornata Mondiale per la Pace 2007, dove veniva affermato che la persona è il cuore della pace, per cui, dopo attenta riflessione, si è identificata nella linea della condanna alla corsa agli armamenti da parte del Magistero, l’approccio più significativo a questo tema, da li è iniziata una ricognizione dei testi, a partire dalla Pacem in Terris e dal Concilio Vaticano II che evidenziassero come la corsa agli armamenti sia una vera sciagura per l’umanità.

Le stroncature Pontificie e Magisteriali sotto questo aspetto sono ineccepibili. Certo, ci possono essere punti di vista e approcci diversi sull’argomento, si può vedere l’intera questione sotto l’aspetto occupazionale, oppure dello sviluppo tecnologico, ma la Commissione Diocesana ha preferito leggere questo fatto ponendosi dal punto di vista dei poveri e degli ultimi, un aspetto questo sottolineato con vigore, e posto in risalto da vari giornali cattolici (vedi i servizi di Famiglia Cristiana e del Nostro Tempo di Torino).

A seguito di questa nota riflessiva, la Commissione Regionale della Pastorale del Lavoro (in cui confluiscono le varie commissioni Giustizia e Pace piemontesi) presieduta da Mons. Fernando Charrier, vescovo di Alessandria, dopo un’attenta valutazione, ha emesso un comunicato, sottoscritto anche da Mons. Tommaso Valentinetti, presidente di Pax Christi Italia, nella quale si metteva ancor più in risalto la contrarietà a questo progetto. La risonanza mediatica è stata enorme, tanto da guadagnare la prima pagina dei più autorevoli quotidiani nazionali. Immediata è stato anche il commento del mondo politico-economico novarese: il Centro-destra, profondendosi in premesse ossequiose verso il Magistero dei Vescovi, concludeva all’unisono che un conto sono i sani princìpi cattolici che i Vescovi hanno il dovere di richiamare, un altro… gli affari! Pertanto un’occasione così ghiotta era da prendere al volo. I politici cattolici del Centro-sinistra, tranne il senatore Bobba (vercellese, sic), assumevano un prudente silenzio, eloquente nella forma ma profondamente equivoco nella sostanza. In ogni caso non sono mancate altre sottolineature provenienti dal mondo industriale novarese, favorevoli all’assemblaggio degli JSF35 a Cameri.

D'altro canto, settori sempre più vasti del mondo cattolico e non, dei missionari e di gruppi e movimenti locali esprimevano tutta la loro contrarietà. Le lettere e le e-mail giunte da ogni parte del mondo alla Commissione Diocesana Giustizia e Pace, ne sono la prova più evidente, Vescovi, sacerdoti e laici, hanno fatto arrivare la loro disapprovazione ed il loro disgusto per una faccenda come questa, che farà aumentare i profitti delle azioni di chi ha investito nelle Banche armate, che farà felici le amministrazioni locali che vedono all’orizzonte profilarsi nuovi posti di lavoro, che farà contenti i teo-con in salsa nostrana, sempre in prima linea ad alzare la loro voce contro l’aborto e l’eutanasia, ma latitanti da tempo sul tema della Pace e poco propensi a confrontarsi con chi ha avuto le loro case bombardate e i loro cari uccisi da questi gioielli della tecnica che garantiscono salari, tredicesima e panettoni a Natale alle maestranze del Primo Mondo pasciutamente inquieto di fronte agli sconvolgimenti planetari in atto e morte, rovine e distruzioni a chi non conta.

Queste voci (di cui allego testimonianza) sono la voce di chi non ha voce, sono la coscienza dei poveri del Sud del mondo che chiedono Pace e Giustizia ma soprattutto sono le grida di chi chiede di vivere una vita degna di questo nome: il vescovo di Kirkuk in Irak, i sacerdoti che hanno scritto dal martoriato Libano dove le bombe sono di stretta attualità, i missionari che lavorano nelle più sperdute e povere zone dell’Africa, Dom Adriano Ciocca Vasino, vescovo missionario novarese da una vita impegnato al fianco dei più derelitti del Sertão brasiliano e tanti altri hanno scritto tutto il loro disappunto sulla decisione di proseguire sulla corsa agli armamenti. Tra le tante lettere ci piace soffermarci su una in particolare, inviata da don Gianni Sacco (missionario in Brasile) che nella sua stringatezza, ci sembra esprima meglio di ogni altra l’assurdità di quest’operazione, scrive don Gianni: se gli aerei vengono fatti e non utilizzati, visto il costo esorbitante, è uno spreco folle di denaro, se vengono utilizzati (guarda caso aggiungiamo noi, il più delle volte su obiettivi civili) creeranno distruzione e morte, per questo ripugnano la coscienza e non possono essere accolte a cuor leggero.

Per concludere, un’amara considerazione personale: come per la TAV in Val di Susa, o come l’ampliamento della base americana di Vicenza, ci viene imposto di essere sudditi e non cittadini consapevoli e protagonisti nelle scelte essenziali che toccano la nostra vita, ancora una volta ...
- il popolo della pace viene dileggiato e deriso,
- constato di essere dalla parte dei vinti, dalla parte di chi non conta nulla,
- prendo atto che i poteri forti, soprattutto le lobby degli armamenti, consolidano e rafforzano i loro interessi,
- osservo cattolici doc e atei devotissimi che mentre si inchinano deferenti ai valori del Magistero strizzano l’occhio agli indici di Borsa infischiandosene dei poveri del mondo,
- il sogno biblico di trasformare le spade in vomeri e lance in falci, viene bollato come utopìa infantile da lasciare agli ingenui e sprovveduti cattocomunisti di turno,
- mi ritrovo perdente di fronte a chi con troppa arroganza dichiara di sapere cosa sia veramente il bene ed il male e quale siano le decisioni più appropriate da prendere per difendere i “nostri interessi”.

Ancora una volta sono un perdente!

Qualche settimana fa fu ospite nostro il Cardinale hondureño Rodriguez Maradiaga, il quale con un linguaggio secco e preciso, lontano anni luce dal paludato curialese nostrano ha ricordato che il crimine più grande che l’Occidente commette ogni giorno nei confronti del Terzo Mondo, oltre a quello di impoverire intere popolazioni, sfruttarne le loro ricchezze e appropriarsi delle loro economie attraverso il controllo di organismi internazionali (vedi Fondo Monetario Internazionale e simili) è quello di aver distrutto nelle coscienze dei poveri la possibilità di sognare; di sognare un mondo nuovo, una vita migliore per loro e per i loro figli alimentando così una rabbia crescente nei nostri confronti.

E dalla rabbia dei poveri - ci dicono i benpensanti - bisogna difendersi! Quindi ben vengano gli SJF35 a Novara a darci sicurezza, tranquillità e lavoro.


Don Mario Bandera
Responsabile Diocesi di Novara - Commissione Giustizia e Pace

Novara, 14 febbraio 2007


La deriva militarista del Governo Prodi

 
Reggio Nel Web intervista Padre Alex Zanotelli, ospite a Reggio Emilia lo scorso week end in una serie di iniziative organizzate da Pax Christi movimento cattolico internazionale per la pace.


Padre Zanotelli, può spiegarci sinteticamente il suo appello per disarmo nucleare?

Semplice: oggi siamo alla vigilia di un disastro nucleare. Personalmente credo che siamo alla vigilia di un attacco nucleare da parte degli Stati Uniti o di Israele verso l’Iran. E da qui le cose potrebbero davvero precipitare. Per cui il problema nucleare oggi deve essere posto in primo piano rispetto a tutte le questioni.
 
Cosa pensa delle posizioni assunte dall’attuale Governo sulla politica estera?

I Governi facciano i Governi, i politici facciano i politici: lascino invece alla società civile quello che deve fare. Sono fra coloro che sostengono che in Italia i partiti devono uscire dalla società civile, la quale dovrà portare avanti le proprie battaglie.
 
Due sentori di maggioranza - Fernando Rossi e Franco Turigliatto - non hanno votato la mozione dell'Unione sulla politica estera. Pensa sia stata una scelta giusta?

Quelle due persone sicuramente hanno riflettuto un bel po’ prima di decidere e alla fine hanno votato secondo coscienza nei confronti di una guerra immorale. Credo si debba tornare al primato della coscienza e rispettare le scelte dei singoli. Discorso che vale anche la per Chiesa. Ma, se posso, aggiungo una mia preoccupazione ancora più grande rispetto all’Afghanistan, sul governo italiano.
 
Cioè?

Sono preoccupatissimo per la militarizzazione del Governo Prodi, che spende ben quattro miliardi di euro per la ricerca militare. Ma ci rendiamo conto? Il sottosegretario alla difesa Forcieri è da poco rientrato dagli USA dove ha firmato l´accordo per l’acquisto di 133 caccia bombardieri d´attacco. Purtroppo ormai è palese la connessione fra armi e sistema.
 
Se oggi incontrasse il Presidente Prodi, cosa gli direbbe?

Quando Prodi dice determinate cose, non necessariamente queste sono la verità. Io ritengo, checché ne dica Prodi o D’Alema, che in Afghanistan vi è la stessa guerra dell’Iraq, non c’è nessuna differenza: è davvero la guerra imperiale iniziata con l’Afghanistan, continuata con l’Iraq, e che potrebbe spostarsi all’Iran. Quindi noi dobbiamo uscirne fuori. A parte gli aspetti etici, è la Costituzione italiana stessa che prevede solo una guerra di difesa. Cosa ci facciamo, noi, in una guerra di offesa?
 
Da sempre è impegnato in giro per il Paese in battaglie a difesa della vita, ultimamente la vediamo spesso a Napoli…

Guardi, considero Napoli la punta dell’iceberg su un problema che attanaglia tutti: la camorra è anni che fa soldi con i rifiuti tossici. Ma è anche vero che da un lato certi disastri li ha fatti la camorra, dall’altro i politici. Sono convinto che lentamente, come società civile, possiamo sfondare, portando avanti le nostre idee e denunciando gli scandali. Oggi non si tratta più di disastro ambientale, ma di crimine ambientale, e noi vogliamo portare in tribunale i politici.
 
Lei si trova nella città dove ha sede la Fondazione Manodori, importante azionista di Capitalia, un istituto bancario che non gradisce essere definito “Banca Armata”, nonostante le transazioni attive legate a operazioni di export di armamenti. Cosa consiglia ai reggiani?

Se Capitalia è una di quelle banche attraverso cui passano i soldi per pagare le armi, penso che il minimo che si debba fare sia di boicottarla. Le banche allora capiscono, specialmente quando si scrivono lettere illustrandone le motivazioni: le assicuro che sono molto attente, perché l’immagine che desiderano avere di sé deve essere purissima!…

Marina Bortolani

ReggioNelWeb.it n. 210 del 27/02/2007 - www.reggionelweb.it/articolo_stmp.asp?file=a210zanotelli.xml