![]() |
di Tiberio Graziani |
Traduzione italiana della postfazione al libro, pubblicato in Francia, Les Croisés de l'Oncle Sam, di Tahir de la Nive. I 'Crociati dello Zio Sam' sono quegli "esperti" (sovente autori di una inversione di campo di 180°...) che, soffiando sul fuoco dello "scontro di civiltà" prescritto nei pensatoi statunitensi (e gradito anche ai fondamentalisti islamici), intendono coinvolgere gli europei in una 'crociata'.
La recente questione sulla pericolosità dell'Islam per
l'Europa occidentale, sollevata dalle opinioni di Alexandre Del
Valle e di Guillaume Faye, cui Tahir de la Nive reagisce in Les
Croisés de l'Oncle Sam (ed. Avatar, nov. 2002) con
adeguata vis polemica, interseca più piani che vanno
distinti tra loro e ricondotti nella giusta prospettiva: quella
degli attuali rapporti geopolitici tra il nostro continente e
gli Stati Uniti d'America.
1 - Gli USA e la conquista dell'Europa
I rapporti tra l'Europa nel suo complesso e gli Stati Uniti
sono, sino alla fine del XIX secolo, di reciproca indifferenza.
E' a partire dai primi anni del XX secolo che le relazioni cominciano
a cambiare. Infatti, è con l'affermarsi delle teorie propagate
dal think tank costituito in seno al gruppo inglese del
Round Table e con il progressivo spostamento degli interessi
finanziari britannici negli Usa che si manifesta l'interesse espansionistico
delle lobbies anglo-americane a danno del Vecchio Continente
e a delinearsi quindi una strategia che possiamo già definire
mondialista.
Il primo intervento degli Usa nelle questioni europee è
costituito dalla loro partecipazione alla Grande Guerra. Al termine
del conflitto, i nordamericani si affermano, con energia, alla
Conferenza di Parigi: infatti alcuni dei principi esposti, in
quell'occasione, dal presidente Wilson (i famosi 14 punti) saranno
alla base del Trattato di Versailles. La diplomazia americana,
nonostante alcune perplessità del Senato statunitense,
contribuisce così di fatto alla ridefinizione della futura
Europa ed inoltre, assieme a inglesi e francesi, alla pianificazione
delle politiche neocolonialiste nelle aree geografiche già
appartenenti al defunto Impero della Sublime Porta.
E' dunque alla fine della Prima Guerra mondiale che i governi
di Washington abbandonano de facto la loro tradizionale
politica isolazionista per praticarne un'altra, interventista
ed espansionista. Questa nuova politica si orienta principalmente
contro l'Europa; il suo retroterra teorico è costituito
dalle ricerche e dagli studi economico-politici del Council
on Foreign Relations (una creatura del Round Table)
sulla interdipendenza economica tra le nazioni. Tali studi si
contrapporranno con forza alle teorie dell'autosufficienza continentale
proposte, e parzialmente attuate, dai regimi totalitari di Roma,
Berlino e Mosca.
Con la sconfitta delle Potenze dell'Asse, gli Usa si aprono definitivamente
la via verso la conquista militare ed economica del Vecchio Continente.
Questa volta i governi di Washington hanno maggior libertà
d'azione, non essendo più subalterni agli inquilini di
Downing Street: è infatti dal 14 agosto del 1941, quando
Churchill e Roosevelt firmano la Carta dell'Atlantico, che gli
Usa hanno preso la guida del costituendo sistema atlantico.
Dal 1945, il disegno egemonico statunitense si impone economicamente,
in Europa, attraverso il Piano Marshall, e si sviluppa politicamente,
durante i 45 anni della Guerra Fredda, mantenendo in un vero e
proprio stato di vassallaggio i maggiori paesi dell'Europa occidentale,
pilotandone i governi nazionali e contrastando ogni loro tentativo
volto a uscire dalla soffocante logica di Jalta. Saranno infatti
ostacolate le politiche di apertura verso Mosca e quelle volte
ad assicurare l'indipendenza energetica o quella militare ai principali
paesi dell'Europa "libera". Ricordiamo en passant:
la Ostpolitik di W. Brandt, la force de frappe del
Generale De Gaulle ed i tentativi di Enrico Mattei per affrancare
l'Italia dal cartello dei petrolieri anglo-americani.
Gli Stati Uniti perseguono tale strategia con esiti positivi grazie
anche al fondamentale appoggio fornito loro dalla Gran Bretagna,
unico paese europeo "culturalmente" e geopoliticamente
a loro affine.
2 - Gli USA e la conquista dell'Eurasia
Con il crollo del muro di Berlino e con il collasso dell'Unione
Sovietica, gli Usa diventano l'iperpotenza che oggi noi tutti
conosciamo.
L'Europa occidentale secondo i think tank americani assume
ora il ruolo di una "testa di ponte" gettata sul cuore
del continente euroasiatico. Il teorico principale di tale strategia
è l'ex consigliere per la sicurezza nazionale del presidente
J. Carter, Z. Brzezinski. Nel suo saggio, La grande scacchiera
(Milano, 1998), anticipato nell'articolo "A Geostrategy
for Eurasia", apparso sulla rivista del Council on
Foreign Relations, "Foreign Affairs" (76, 5), afferma
esplicitamente che l'Europa occidentale è semplicemente
"la testa di ponte essenziale dell'America sul continente
euroasiatico" e molto realisticamente sottolinea che "enorme
è la posta geostrategica americana in Europa. Diversamente
dai rapporti fra Stati Uniti e Giappone, all'interno dell'Alleanza
atlantica l'influenza politica e la potenza militare americane
incidono direttamente sul continente euroasiatico. In questa fase
delle relazioni euroamericane, che vede gli alleati europei tuttora
dipendenti, in larga misura, dal sistema di sicurezza americano,
l'allargamento dell'Europa si traduce automaticamente in un'espansione
della sfera d'influenza diretta degli Stati Uniti. In assenza
di stretti legami transatlantici, per contro, il primato dell'America
in Eurasia svanirebbe in men che non si dica. E ciò comprometterebbe
seriamente la possibilità di estendere più in profondo
l'influenza americana in Eurasia" (pag. 83).
Il controllo del continente euroasiatico è dunque il vero
scopo della politica espansionista americana. Una volta assegnato
all'Europa occidentale il ruolo geostrategico di testa di ponte,
l'obiettivo primario degli Usa è quello di contenere ed
influenzare sul piano militare e politico la Federazione Russa,
mediante partnership create ad hoc con i paesi dell'ex-blocco
sovietico e persino con un accordo diretto come il recente trattato
Nato-Russia.
La disintegrazione dei Balcani, voluta dal Vaticano, dalla Germania
ed attuata da Washington e Londra, la questione del Kosovo e Metohija,
il sostegno all'UCK, la demonizzazione di Milosevic, come anche
l'appoggio dato dagli Usa ai terroristi secessionisti del Daghestan
e della Cecenia, come un tempo venne dato a Bin Laden e compagni
contro i sovietici nella guerra afghana, appartengono alla strategia
mondialista degli anglo-americani. In questa stessa strategia
rientra dunque anche la creazione della cosiddetta "dorsale
verde". Infatti i fenomeni secessionisti, come quello del
Kosovo e Metohija, del Daghestan o della Cecenia, prima richiamati,
che esplodono apparentemente in nome del principio di autodeterminazione
dei popoli o di una specificità religiosa, nella generalità
dei casi (a causa della loro posizione geostrategica) sono pretesti,
che hanno dato e danno un senso alla cosiddetta ingerenza umanitaria
ed al presidio militare dei governi di Washington e di Londra
e pongono inoltre le premesse per la definizione di un nuovo diritto
internazionale, una sorta di un parodistico Jus planetario,
che sancirebbe la sovranità dello pseudo-impero americano.
Il controllo del continente euroasiatico impone alle amministrazioni
di Washington la ridefinizione degli assetti geopolitici nel Vicino
Oriente (rientra in questo piano la normalizzazione dei rapporti
tra Turchia e Israele) ed in Oriente.
Per quanto concerne l'area del Vicino Oriente, il riequilibrio
geopolitico deve tener conto delle privilegiate relazioni che
esistono tra il governo israeliano e gli Usa, e risolvere dapprima
l'annosa questione dell'Iraq, ed in seguito quella dell'Iran.
Per l'area orientale invece i think tank del Pentagono
già prevedono, per il 2017 (il 2012 secondo Edward N. Luttwak),
il risveglio del Drago cinese. Il prossimo nemico dell'Occidente
sarà dunque, verosimilmente, la Cina.
2.1 Il nemico principale e la trappola del falso obiettivo
Per chi propugna una politica di liberazione continentale,
gli anglo-americani sono e rimangono quindi il nemico principale.
Un nemico principale che adotta strategie diversificate, che strumentalizza
situazioni critiche irrisolte da anni, che tende a provocare fossati
tra popoli di diversa cultura e civiltà. Che basa la sua
strategia pseudo-imperiale sulla teoria dello scontro delle civiltà,
una caricaturale ripresa dell'antica prassi romana del "divide
et impera".
Teorizzatore dello scontro delle civiltà è Samuel
P. Huntington, già membro del National Security Council
e attualmente in forza al Weatherhead Center for International
Affairs della Harvard University. In realtà
quello che l'autore del fortunato saggio, The clash of civilizations
and the remaking of world order, teorizza più
che uno scontro di civiltà è uno scontro tribale.
C'è chi ha subito il fascino delle teorie di Huntington
e invece di considerarle per quello che sono, vale a dire la giustificazione
della aggressiva politica anglo-americana verso le aree geografiche
ove risiedono popolazioni non occidentali, le reinterpreta alla
luce di un fenomeno sociale interno all'Europa, non politico quindi,
come l'immigrazione. E' il caso di Del Valle, Faye e Steuckers.
Costoro prospettano uno scenario geopolitico ove lo sviluppo di
un espansionismo islamico attenterebbe al continente europeo.
Ne sarebbero coinvolti principalmente i paesi dell'Europa occidentale
e, dopo l'11 settembre, gli stessi Stati Uniti. Sarebbe dunque
auspicabile.un'alleanza euro-americana contro i popoli islamici,
una alleanza che ricorda quella euro-atlantica contro l'orso sovietico.
Tale scenario assegna all'Europa un ruolo di vassallaggio ben
peggiore di quello che subiamo attualmente, in quanto le conseguenze
immediate sarebbero lo scontro diretto con popolazioni a noi geograficamente
vicinissime e con le quali abbiamo sempre mantenuto rapporti di
amicizia, nonostante il passato colonialista di alcuni paesi europei
come la Francia e l'Italia.
Come si può notare, la soluzione euro-americana, proposta
da autori come Del Valle, è strettamente connessa alla
strategia USA per la conquista dell'Eurasia: giustifica infatti,
da parte "europea", ulteriormente la funzione di testa
di ponte che gli strateghi statunitensi hanno assegnato ai paesi
dell'Europa occidentale e ribadisce gli "stretti legami transatlantici"
(Brzezinski) necessari e finora insostituibili alla politica di
predominio mondiale vagheggiata dalla iperpotenza d'oltreoceano.
L'Europa, se cadesse in questa trappola, commetterebbe un vero
e proprio suicidio, in quanto andrebbe a spezzare quel continuum
geopolitico di cui è parte costituente e che le ha assicurato,
da sempre, la sua stessa esistenza, culturale, politica ed economica.
Dal punto di vista atlantico uno scontro permanente tra le nazioni
europee e il mondo islamico ridurrebbe la forza economica dell'Europa
a sicuro vantaggio degli Usa che, data la fragilità intrinseca
del Vecchio Continente, si potranno imporre come defensores
Europae, analogamente a come fecero, oltre cinquanta anni
fa, quando si imposero come liberators nella crociata contro
il nazi-fascismo.
2.2 - Propaganda di guerra, immigrazione e islamofobia
Il problema dell'immigrazione esiste e pone molteplici questioni:
sociali, di convivenza, di cultura.
Ma dobbiamo essere consapevoli che è un fenomeno naturale
e ricorrente nella storia dei popoli, originato da diverse cause,
generalmente socio-economiche, più raramente politiche.
Con una differenza però rispetto al passato. Infatti, bisogna
considerare che questo fenomeno, nell'ultimo decennio, ha assunto
proporzioni gigantesche a causa dello sviluppo industriale del
nord del pianeta e dell'accelerato processo di globalizzazione
dei mercati. Esso equivale oggi ad un vero e proprio "urbanesimo
planetario". Le nazioni ove tale fenomeno è più
rilevante e desta maggiori preoccupazioni sono quelle dell'Europa
occidentale, che, dal 1989 (crollo del muro di Berlino), attraversano
una fase di transizione, non solo politica e geopolitica, ma anche
economica e sociale. L'immigrazione, nel quadro delle strategie
messe in atto dai governi degli Usa e dagli organismi internazionali
che fanno capo alle Nazioni Unite, in particolare il Fondo monetario
internazionale e la Banca mondiale, diviene un non trascurabile
elemento aggiuntivo alla destabilizzazione delle politiche economico-sociali
dei paesi dell'Europa occidentale, traducendosi infatti in una
forza lavoro a basso costo e costituendo un blocco sociale allogeno,
con le correlate critiche conseguenze di coesistenza con gli autoctoni.
A ciò occorre aggiungere anche la scarsa attenzione che
i governi europei hanno riservato al fenomeno considerato. La
superficialità dei governi europei in materia di immigrazione
ha favorito e favorisce i flussi migratori, aumentandone il grado
d'intensità e di pervasività, fino a determinare,
da un lato, episodi incontrollabili di intolleranza - finora limitati
e sporadici, e comunque confinati nell'ambito di epidermica reazione
a fenomeni di microcriminalità -, e, dall'altro, la crescita
macroscopica di organizzazioni criminali transnazionali di stampo
mafioso a base etnica, che compromettono, drammaticamente, il
controllo di ampi spazi territoriali (nazionali ed extranazionale,
come nel caso dell'area adriatica) da parte delle normali forze
di polizia ed alimentano, con i loro illeciti ricavati, quote
sempre più crescenti e costitutive della finanza internazionale,
che, poiché pecunia non olet, le tollera e pertanto
le legittima.
L'attenzione di autori come Faye, Del Valle e Steuckers si focalizza
però esclusivamente sull'immigrazione arabo-musulmana,
in quanto essa costituirebbe, insieme agli europei "convertiti"
all'Islam, una sorta di avamposto o quinta colonna del presunto
espansionismo islamico. Ora la realtà è ben diversa.
Innanzitutto gli immigrati, di qualunque razza e di qualunque
fede, hanno un problema primario: quello della sopravvivenza e
dell'integrazione nel paese in cui sono emigrati. Problemi elementari
dunque, generalmente dettati dalla miseria da cui fuggono. Queste
necessità primarie possono certamente spingere l'immigrato
nel circuito della criminalità, come anche farlo diventare
un terrorista. Ma da qui a dire che gli immigrati siano dei criminali
o dei terroristi ce ne corre; essi, più realisticamente,
sono dei disperati, come gli immigrati di tutti i tempi. E come
gli immigrati di tutti i tempi sono attratti dal "benessere"
e dalle società ricche.
Gli immigrati dunque non costituiscono un pericolo politico-militare
come pretendono le ricostruzioni di Del Valle, ma un fattore di
perturbazione sociale, cui la politica democratico-occidentalista
risponde imponendo il processo dell' "integrazione culturale".
Un processo che si situa dunque nella logica "illiberale"
e democraticamente totalitaria della soppressione delle differenze
culturali ed etniche.
Tahir de la Nive ricorda molto opportunamente che gli stessi ambienti
culturali e politici cui appartengono o appartenevano i Faye,
i Del Valle e gli Steuckers avevano ipotizzato delle soluzioni
al dramma dell'immigrazione ed ai suoi effetti. Scrive infatti
il nostro autore: «le problème de l'immigration
qui prenait de l'ampleur dans l'ensemble de l'Europe était
abordé en conséquence et à la formule Avec
les immigrés contre l 'Immigration correspondait un
projet empreint à la fois de réalisme et de justice
:celui d'une coopération entre une Europe enfin libre de
ses choix et les pays du Tiers-Monde, afin d'uvrer à leur
développement dans le respect mutuel et la coprospérité,
et non de la façon capitaliste et néo-colonialiste,
pour ne pas dire néo- esclavagiste, actuelle. Rétablir
l'équilibre Nord-Sud, créer dans les pays
en voie de développement des conditions d'existence honorable
pour leurs peuples, c'était dans un premier temps freiner
l'immigration, puis poser les conditions d'une politique de retour.
Il n'était pas question d'exclure mais de libérer
;de xénophobie mais de fraternité entre les peuples.
En premier lieu, de rendre à chacun le droit primordial
de prospérer sur son sol et selon sa culture.»
Ma perché ci si sofferma di più sull'immigrazione
araba, e non su quella, ad esempio filippina o cinese o nigeriana?
Si criminalizza, in definitiva, esclusivamente l'immigrazione
araba. Evidentemente lo scopo è quello di creare una psicosi
tra gli europei, di creare un odio contro gli arabi, immigrati
e non.
Gli arabo-musulmani devono essere considerati i nemici, in quanto
attualmente essi sono i nemici degli Usa e di Israele, e quindi
dell'Occidente. Si cerca insomma di promuovere una diffidenza
tra i cittadini europei nei confronti degli arabi e della loro
cultura (l'islamofobia che denuncia Tahir de la Nive) nel quadro
della creazione di quelle opportune premesse psicologiche ed ideologiche
che serviranno per aprire un fossato tra civiltà limitrofe,
con lo scopo non dichiarato di attuare una frattura geopolitica
tra le due sponde del Mar Mediterraneo. Quello di spezzare l'unità
geopolitica assicurata da questo mare interno, l'antico Mare
Nostrum dei Romani, è il vecchio sogno di tutte le
potenze marittime che hanno avuto a che fare con il continente
europeo: da Cartagine alla Gran Bretagna agli attuali Stati Uniti.
L'intenzione geopolitica degli atlantisti è dunque molto
chiara: è quella di separare il nord Africa dall'Europa
meridionale al fine di indebolire, politicamente, economicamente
e militarmente la propaggine sudoccidentale della massa euroasiatica,
tagliando a quest'ultima la via d'accesso verso l'Africa e l'Oriente,
per assicurare agli USA le risorse che si trovano in queste due
aree geografiche.
E' questa una azione speculare e parallela a quella che viene
attuata ormai da alcuni anni nella zona caucasica, ove risiedono
proprio popolazioni a prevalente cultura islamica.
Tre sono attualmente i fronti che gli Usa hanno aperto contro
la massa euroasiatica: Balcani, Mar Mediterraneo, fascia caucasica.
L'attuale islamofobia, la sua propagazione nel mondo occidentale,
assume dunque un'efficace funzione propagandistica proprio nel
contesto dell'aggressione anglo-americana all'Eurasia.
2.3 - La costruzione dell'identità occidentale
Gli europei occidentali vengono indotti, con la scusa del terrorismo
islamico e delle tensioni connesse all'immigrazione selvaggia,
non solo ad odiare gli arabi nordafricani, per creare le premesse
di cui dicevamo più sopra, ma anche gli islamici e il loro
collante culturale e religioso, l'Islam. Il fine è quello
di "costruire" una compatta identità "occidentale"
a spese dell'Islam, in modo da utilizzare gli europei occidentali
nelle azioni militari - pianificate per il controllo della massa
euroasiatica - lungo tutta quella fascia che dalla regione caucasica
si allunga verso il Mediterraneo.
Una fascia territoriale che è ricca di risorse energetiche
(gas e petrolio) e soprattutto è geostrategicamente importante,
sia dal punto di vista militare che commerciale. Questa vasta
zona costituisce infatti un vero e proprio spazio vitale per tutta
l'Eurasia, in particolare per l'Europa occidentale e la Russia.
E' questa un'area geografica i cui abitanti, lo ricordiamo, sono
popolazioni a prevalente cultura islamica.
La libertà dell'Europa tra Zivilisation e nuova
Kultur
Creare dunque fratture in Eurasia è lo scopo militare
dei neocartaginesi di Washington e di Londra. Nel loro "delirio
di onnipotenza" oggi gli atlantisti prestano la loro attenzione
alle popolazioni islamiche: domani sarà la volta della
Cina ed allora si parlerà dapprima della mafia cinese,
poi delle pericolose organizzazioni nazional-religiose cinesi
ed infine di non sappiamo ancora quale "fondamentalismo confuciano"
e terrorismo "giallo".
Oggi per chi ha a cuore la libertà dei popoli, la salvaguardia
e lo sviluppo delle specificità razziali, culturali e spirituali,
che il mercato globale e la "deriva occidentalista"
della cultura europea tendono a conculcare, irridere e strumentalizzare,
il nemico è l'Occidente.
Oggi, la liberazione del nostro continente ed il risveglio delle
sue più autentiche identità e delle sue più
profonde vocazioni passa per l'alleanza con gli strati migliori
e validi del mondo islamico.
Oggi, solo mediante una intesa, paritaria ed onesta, con le popolazioni
islamiche è possibile costruire una Europa libera ed unita.
L'alleanza con il mondo islamico, come pure altre eventuali alleanze
(col mondo ortodosso, indù, buddista) richieste dalle attuali
esigenze politiche, economiche e militari, non deve essere tuttavia
concepita ed adottata in termini meramente pragmatici.
L'intesa con l'Islam deve essere realizzata principalmente in
termini metapolitici, poiché l'attuale fase dell'occidentalizzazione
dell'Europa e del mondo intero richiede la mobilitazione di tutte
le energie disponibili. E la Kultur islamica, in quanto
custode di un'eredità derivante dalla stessa tradizione
primordiale, può fornire un contributo determinante per
la rinascita dell'Europa, cioè per l'affermazione di una
nuova Kultur europea dopo il lungo inverno della Zivilisation
occidentale.
Per ordinare il libro di Tahir de La Nive: www.geostrategie.com