Barbarica o anticristiana?

La violenza non ha aggettivi

 

La cattolica IRA colpiva i protestanti, Al Qaeda ammazza anche i musulmani:
il compito dei leader spirituali è denunciare chi uccide in nome di Dio

 

Barbarico o anticristiano? È a partire da una «rettifica» del giudizio di Papa Benedetto XVI sugli attentati di Londra che Pierluigi Battista ha proposto sul Corriere di sabato una incalzante sollecitazione a rinunciare agli eufemismi per chiamare il terrorismo qaedista col nome «anticristiano» - nome che il pontefice aveva adottato in un primo momento, ripiegando poi per una prudenza diplomatica sul più neutrale «barbarico».

Quella di Battista è una proposta che si sarebbe attirata i fulmini di Wojtyla, attento a non concedere mai per nessuna ragione e in nessun modo una patente di religiosità e di antireligiosità al terrorismo. Quel pontefice, che con la contestata profezia di Assisi del 1986 volle affermare che l'incontro fra le religioni davanti a Dio può purificare la carica di violenza che ne segna la storia, non si sarebbe certo lasciato abbindolare dal ritornello binladista sui nemici «crociati e sionisti» e non ha mai riconosciuto ai sanguinari assassini di Al Qaeda la patente di rappresentanti dell'islam o di avversari religiosi. E dubito che Papa Ratzinger, pur meno intrinseco del predecessore al problema dell'incontro fra religioni, abbia intenzione di marcare una discontinuità politica, diplomatica e teologica così forte su questo ambito.

Tuttavia sarebbe banalizzare l'argomento di Battista riducendolo ad una questione di esegesi vaticana: perché nella sua proposta di affermare laicamente e francamente il carattere «anticristiano» del terrorismo qaedista, c'è una provocazione ai credenti alla quale penso si possa rispondere, rifiutando cortesemente l'invito. Si potrebbe farlo ripercorrendo un po' la storia del termine "anticristiano" - etichetta con la quale nel Cinquecento cattolici e protestanti si bollavano a vicenda e che l'Ottocento riservava ai diritti dell'uomo e delle democrazie -. Ma forse è più semplice evocare i nomi di due città tristemente note - Belfast e Bagdad - che a mio avviso rendono irricevibile l'offerta, sia per i cristiani che per i non cristiani.

Belfast è il nome che viene subito in mente quando Battista dice che il terrorismo non è mai «cristiano»: nell'Irlanda del Nord (ma anche nella stessa Londra, nei momenti di maggior attivismo militare) guerriglieri indipendèntisti ed un esercito di occupazione si sono sfidati senza tener sotto banco le proprie appartenenze confessionali. I militanti cattolici dell'Ira hanno rappresentato lungo i decenni della loro lotta armata contro i soldati anglicani la proiezione sullo schermo del presente di quella violenza fra cristiani che anche altrove - dall'Ucraina alla ex Jugoslavia - si è palesata con tutta la sua virulenza.

Gli accordi di pace per l'Irlanda hanno chiuso, speriamo definitivamente, quella scia di sangue, nella quale si ricordano anche i suicidi non violenti di protesta di Bobby Sand e dei suoi compagni. Tuttavia, per la sua vicinanza storica e la sua prossimità culturale, la violenza infracristiana dell'Ulster è li a ricordare che nemmeno la religione del perdono e della mitezza insegnata da Gesù Cristo è in grado di filtrare le strumentalizzazioni e le manipolazioni sanguinarie, se non è controllata da un rigore spirituale e intellettuale che richiede poco tempo per essere perduto e più generazioni per essere restaurato.

Bagdad, per altro verso, ci rammenta a ritmo quotidiano che se il terrorismo qaedista fosse anticristiano e antigiudaico, allora bisognerebbe affermare con non minor energia che esso è prima di tutto e soprattutto antimusulmano: le migliaia di vittime del tragico dopoguerra iracheno sono in piccola parte caldee, ma nella stragrande maggioranza fedeli sciiti e sunniti, cadaveri senza video e senza internet, fatti «brillare» dai militanti di Al Qaeda, nelle strade, nelle caserme e addirittura nelle moschee, con una profanazione simile a quella che ha colpito gli ebrei a Tunisi o i cristiani protestanti del Pakistan e l'ortodossa provincia di Beslan.

Dunque cos'è il terrorismo qaedista? Anticristiano e basta? Anticristiano, antigiudaico e antimusulmano? Chiamarlo «barbarico» è una forma di reticenza ecclesiastica, che i laici dovrebbero redimere e stanare con parole più nette d'un Papa troppo timido e d'un Segretario di Stato troppo astuto? Personalmente non credo sia così: la Santa Sede (che serve una comunione planetaria) sa più di tutti che la questione non si risolve a colpi di aggettivi qualificativi, che possono incendiare gli animi e spegnere la sete di pace. Per fortuna di tutti e per grazia di Dio i terroristi sono una minoranza insignificante anche nell'universo musulmano - e ne sono consapevoli le tante chiese che vivono dentro l'islam, sentendo i minacciosi rumori del fondamentalismo, ma al tempo stesso memori dei secoli di coabitazione, timorosi di diventare le nuove Polonie di un mondo diviso da altre cortine di ferro. Queste chiese, e la sede romana che le ascolta, sanno che ciò che prosciugherà l'acqua in cui nuotano i terroristi non sarà la scelta di un aggettivo deprecatorio, ma al contrario la crescita di una più forte coscienza religiosa, di una più acuta teologia, di una più rigorosa disciplina spirituale che sappia portare dentro la vita di ciascun uomo di fede il vero e aspro jihad che secondo l'islam è quella contro il peccato e le passioni disordinate.

Nella lotta contro il terrorismo che chiede alla politica una lungimiranza, le fedi non hanno il compito di diventare le cappellane dei campi avversi - e non lo faranno. Com'è stato e come ancora oggi accade, si muoveranno in linea con le mille società nelle quali sono inserite. Per tutte le fedi c'è un compito in più che è quello di denunciare il carattere idolatra e blasfemo di chi nomina il nome di Dio per uccidere le sue creature che di lui sono l'immagine traslucida: nemmeno per i figli del padre Abramo, che da lui hanno appreso che Dio conosce il desiderio perverso di uccidere Isacco per compiacerlo e lo rifiuta per sempre, è un compito facile; nemmeno per i cristiani, che sanno che in Gesù Cristo Dio ha riconciliato a sé il mondo nella sua totalità; è agevole riscoprire le parole del perdono, che è una verità cristiana e non un valore negoziabile. Ma è ciò li aspetta, è ciò su cui saranno giudicati.

Alberto Melloni