![]() |
|
Dal 1496 a.C. al 1861
d.C.
si sono avuti 227 anni di pace e 3357 anni di guerra,
in ragione di 13 anni di guerra per ogni anno di pace.
Nei tre ultimi secoli sono state combattute,
solo in Europa, ben 286 guerre.
Dall'anno 1560 a.C. all'anno 1860 d.C.
furono conclusi più di 8000 trattati di pace,
destinati a durare per sempre.
Invece la loro durata media di validità è stata
di 2 anni
M.R. Davie, 1931
Dal 1820 al 1945
oltre 59 milioni di uomini sono stati uccisi
in guerra o in altri conflitti
Carthy e Ebling, The natural history of aggression, 1964
Negli ultimi 10 anni
i conflitti nel mondo hanno ucciso
2 milioni di bambini
800.000 ragazzi sono reclutati come soldati
Fonti O.N.U., 2003
Il pensiero di guerra è una parte importante della cultura dell'Occidente, ed anzi interviene nella definizione della sua identità
Dapprima il pensiero della guerra era il pensiero della "guerra giusta". L'avevano elaborato i teologi medioevali, e serviva a giustificare, ma anche a limitare strettamente, le guerre dei prìncipi cristiani. Essa:
- doveva essere decisa dall'autorità
legittima
- doveva avere una giusta causa, per lo più consistente
nella reintegrazione di un diritto violato
- non dovevano esserci altri mezzi per conseguire quel risultato
- doveva esserci una proporzione tra i mali arrecati e il bene
perseguito
- doveva essere sufficiente a raggiungere il suo fine.
Non si sa se queste condizioni si siano mai realizzate o siano realizzabili. Eppure anche oggi si parla di "guerra giusta" pur non essendoci alcuna delle condizioni sopra dette.
Durante le crociate per la prima volta si parlò di una guerra perpetua, "bellum perpetuum contra Turcos" (la guerra perpetua contro i Turchi), per definire i connotati di una cristianità esclusiva e tentata di coincidere con l'intero mondo conosciuto. (Lo stesso oggi "guerra perpetua contro gli arabi terroristi e infedeli" come scusa per far coincidere l'intero mondo con la sovranità occidentale)
È stato nel contesto di una discussione sul diritto di guerra (De iure belli hispanorum in barbaros) che Francisco De Vitoria nel 1539 impostò i rapporti tra l'Europa dei conquistatori e il nuovo mondo appena scoperto, e fissò le caratteristiche dello Stato sovrano moderno, come parte di una comunità internazionale di Stati sovrani, i cui rapporti, in ultima istanza, dovevano essere decisi dalla guerra, come strumento di giustizia del re ed espressione suprema della sovranità (e tale è rimasta fino al 1945, quando fu creata la Società delle Nazioni Unite). Lo stesso sta tornando ad avvenire nella guerra attuale, la prima in cui le Nazioni Unite sono state scavalcate dalla sovranità di una nazione che decide di farsi giustizia per conto proprio, negando ogni diritto internazionale. C'è chi dice che proprio questo sia l'aspetto più pericoloso della guerra contro l'Iraq, aver ristabilito un principio di giustizia privata che pareva superato a livello sia nazionale che internazionale.
È stato nel contesto di una discussione sulla guerra (De iure belli libri tres) che nel 1588 uno dei fondatori del diritto internazionale, Alberico Gentili, intimò ai teologi di tacere in faccende che non li riguardavano ("silete theologi in munere alieno") e di passare la mano ai giuristi, dando formalmente inizio al processo di secolarizzazione. Oggi gli USA non danno ascolto alle parole del Papa: in questo campo la politica è sovrana!
È stato nel contesto di una trattazione sulla guerra (nei Prolegomeni al De iure belli ac pacis libri tres) che nel 1625 il giusnaturalista Grozio coniò la formula, che doveva segnare tutta la modernità ("Come se Dio non ci fosse, etsi daretur non esse Deum").
È nel contesto della discussione sulla guerra, che è stata definita la politica contemporanea, prima da von Clausewitz ("la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi"), poi da Carl Schmitt (la guerra è la massima espressione della politica).
È ancora riflettendo sulla guerra che nel 1946 lo stesso Carl Schmitt, ultimo cultore del diritto pubblico europeo, ha preannunciato l'arrivo del nuovo grido che ora risuona: "silete iurisconsulti in munere alieno": tacete giuristi, ora non è più il tempo del diritto, ormai a decidere sono "i tecnici al servizio dei potenti e dei prepotenti".
Lo stesso sta avvenendo oggi: non è più tempo di diritto internazionale, l'ONU non ha avuto voce in capitolo per bloccare la guerra, decidono i tecnici economici e militari che condizionano la politica estera statunitense.
La guerra è infinita perché è preventiva: finirà, ha detto il segretario USA Colin Powell, quando "la civiltà sarà di nuovo al sicuro". E quando lo sarà? e chi deciderà una volta per tutte qual è la sicurezza giusta? quale sicurezza di una parte non sarà insicurezza per l'altra, e dunque fonte di un'altra guerra? La guerra preventiva non può che essere logicamente infinita.
La guerra non è irrazionale come
molti dicono: corrisponde invece alla razionalità:
- di selezione e di esclusione
- di apartheid
- di un mondo contrapposto e diviso
- della competizione e della lotta per la vita, perché,
come aveva detto Spencer, "se gli uomini sono realmente
in grado di vivere essi vivono, ed è giusto che vivano.
Se non sono realmente in grado di vivere, essi muoiono ed è
giusto che muoiano".
- della selezione operata dai Mercati, che sono entità
astratte, irresponsabili. Sono loro che votano. La Mano che divide,
che separa, che discrimina, che licenzia, è la Mano invisibile
del Mercato. La nuova razionalità non è la razionalità
di una superiorità razziale, etnica, religiosa. È
la razionalità del Mercato.
R. La Valle, 'Per un nuovo pacifismo', giugno 2002
Oggi l'inevitabilità della guerra
contro l'Iraq è una necessità economica (legata
non solo al petrolio!):
- andamento delle Borse: balzo in alto all'inizio, quando si aspettava
una guerra-lampo, in basso quando ci è accorti che sarebbe
stata più lunga del previsto
- la ricostruzione del porto di Um Kasr era stata appaltata prima
dell'inizio del conflitto
La guerra è
una necessità biologica...
decide in modo biologicamente giusto,
poiché le sue decisioni poggiano sulla vera natura delle
cose
Von Bernhardi, ideologo pre-nazista (citato da Montagu)
La guerra, per quanto
la possiamo odiare,
è ancora il fattore supremo del progresso evolutivo
Lord Elton, 1942
Da un lato, l'uomo
è affine a diverse specie animali,
perché combatte i propri simili.
Ma dall'altro, egli, fra le migliaia di specie in lotta,
è l'unico che combatte per distruggere...
La specie umana è l'unica che pratichi l'omicidio di massa
Niko Tinbergen, etologo
Il comportamento distruttivo
nell'uomo
deriva da un istinto innato, programmato filogeneticamente,
che cerca di scaricarsi e aspetta l'occasione propizia per esprimersi
Konrad Lorenz Il cosiddetto male, Robert Ardrey L'istinto
di uccidere,
Desmond Morris La scimmia nuda, I. Eibl-Eibesfeld Amore
e odio
Ma tutta la violenza è istintuale?
esistono diversi tipi di aggressione:
- uno difensivo, al servizio della sopravvivenza, biologicamente
adattivo: l'impulso di attaccare (o fuggire) quando sono minacciati
interessi vitali;
- uno non programmato filogeneticamente, non biologicamente adattivo,
finalizzato alla distruttività e alla crudeltà.
Si tratta di una "pulsione del carattere", "passione
non istintuale", risposta deviata a bisogni esistenziali
della natura umana di 'ricerca di senso'
«La libertà genuina, l'indipendenza,
la fine di ogni forma di controllo e di sfruttamento sono le premesse
indispensabili per mobilitare l'amore per la vita, l'unica forza
che possa sconfiggere l'amore per la morte»
Erich Fromm, Anatomia della distruttività umana
Ma come si può agire per operare questa trasformazione dall'amore per la morte all'amore per la vita?
1) C'è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?
2) Come è possibile che una minoranza di «coloro che, attivi in ogni Stato e indifferenti di fronte a considerazioni e limitazioni sociali, vedono nella guerra soltanto un'occasione per promuovere i loro interessi e promuovere la loro autorità personale ... riesca ad asservire la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? ... «Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa ... ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica» Risposta, questa che Einstein stesso dava alla sua domanda, che si potrebbe sottoscrivere identica anche oggi, settant'anni dopo, e con un altro olocausto mondiale in più alle spalle.
3) Come è possibile che «la
massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore
e all'olocausto di sé? E' possibile dare una sola risposta.
Perché l'uomo ha dentro di sé il piacere di odiare
e di distruggere.
Su questo, Freud è pienamente d'accordo nella sua risposta
che riprende il suo precedente saggio "Considerazioni
attuali sulla guerra e la morte" scritto nel 1915 subito
dopo il primo conflitto mondiale: non c'è speranza di
voler sopprimere le tendenze aggressive degli uomini anche
se tutto ciò che promuove l'evoluzione civile lavora
contro la guerra.
Si può rispondere alle domande di Einstein in modo meno pessimistico di quanto Freud e lo stesso Einstein credevano? Qualche indicazione viene della psicologia:
La soluzione dei conflitti - sul
piano internazionale come su quello interpersonale - non comporta
necessariamente la alternativa tra rinuncia passiva ai
propri bisogni e aggressività violenta: può
invece consistere nella affermatività: che appaga
i giusti bisogni senza usare mezzi violenti
La soluzione affermativa dei conflitti interpersonali e
sociali comporta un «repertorio di comportamenti mirati
ad ottenere dagli altri esiti desiderabili e ad evitare esiti
indesiderabili, usando mezzi che non infliggono inutili sofferenze
e non provocano rifiuti o rivalse»(Rinn & Markle,
1979)
Per dirla con la saggezza antica: «In una situazione di conflitto lo stolto (lo stupido) vede l'attacco come prima soluzione, il saggio come ultima soluzione» (da una stele cinese di epoca Tang, X'ian)
Bisognerebbe aggiungere: Lo stolto comunque non capirebbe qual è l'ultima soluzione, perché non riesce a vedere le altre.
E' compito della psicologia e dell'educazione insegnare l'uso delle modalità di pensiero adatte a 'vedere le soluzioni' possibili e a valutare le conseguenze di ciascuna.
Un programma per adolescenti diffuso negli
Stati Uniti è loYale-New Haven Social Problem-Solving
Program for Young Adolescents (Weissberg e al. 1988). Questi
i passi proposti per le situazioni di problem-solving sociale,
come sono i conflitti interpersonali:
1. fermarsi, stare calmi e pensare prima di agire (evitare i comportamenti
impulsivi);
2. parlare del problema e di come viene percepito;
3. individuare un obiettivo positivo
4. pensare a più soluzioni per raggiungere l'obiettivo
(pensiero alternativo);
5. pensare in anticipo alle conseguenze, a breve e a lungo termine
(pensiero sequenziale)
6. mettere in atto la soluzione valutata come più idonea
alla situazione e al contesto
Peccato che gli Stati Uniti, dopo aver insegnato queste cose ai propri adolescenti, poi li mandano alla guerra dicendo loro che serve per risolvere i conflitti internazionali. Peccato che quando entrano in guerra non usino il pensiero sequenziale: che conseguenze avrà un conflitto che delegittima l'ONU? che dà nuove ragioni e nuovi consensi al terrorismo? che scava un solco con l'intero mondo arabo, spingendo anche più i moderati verso l'estremismo? che spacca il fronte degli alleati europei?
Alternative non passive ma "affermative",
e di successo, alla violenza ci
sono (e proprio inglesi e statunitensi che adesso promuovono la
guerra come fonte di pace futura, dovrebbero conoscerle!):
- Gandhi , liberazione dell'India dal dominio coloniale
inglese
- Martin Luther King , liberazione degli USA dalla segregazione
razziale
- il cristianesimo primitivo , le vittime della violenza
e della discriminazione 'conquistano' il mondo al messaggio della
non violenza e dell'amore
- Giovanni Paolo II , l'unica voce forte e chiara contro
la guerra Mai la violenza e le armi possono risolvere i problemi
dell'umanità. Solo la pace è la strada per costruire
una società più giusta e solidale.
Al termine dell'incontro-dibattito "Perché la guerra? Il conflitto e le possibili alternative", tenuto il 31 marzo 2003 nella Facoltà di Scienze della Formazione, con un'ampia partecipazione di studenti, docenti e pubblico esterno, è stata approvata la seguente mozione:
In un momento in cui la guerra si afferma come mezzo per risolvere, e addirittura prevenire, i conflitti tra le culture e tra i popoli, occorre lavorare - in armonia con i principi dei movimenti non violenti - per l'esclusione della violenza individuale e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale e internazionale.
Va perseguito lo scopo della creazione di una comunità mondiale che promuova il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti, attraverso:
- l'opposizione integrale alla guerra come
mezzo di soluzione dei conflitti
- la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio
e di nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla
provenienza geografica, al sesso e alla religione
- lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola
cultura, e la creazione di organismi di democrazia dal basso per
la diretta e responsabile gestione da parte di tutti del potere,
inteso come servizio comunitario
- la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale,
che sono patrimonio prezioso per il presente e per il futuro,
e la cui distruzione e contaminazione sono un'altra delle forme
di violenza dell'uomo
Occorre operare per questi obiettivi rifiutando odio e menzogna, violenze fisiche, atti terroristici come strategia di lotta, e tutte le forme di impedimento del dialogo e della libertà di informazione e di critica.
Occorre affermare la pace come valore universale che trascende le appartenenze culturali, religiose e politiche, fondata sulla giustizia e fonte di giustizia.
In questa direzione l'educazione e la formazione, che la nostra Facoltà ha il compito istituzionale di promuovere, è uno dei metodi essenziali perché in contrapposizione alla logica della morte e di intolleranza si affermi invece l'amore per la vita e per la convivenza pacifica tra le persone ed i popoli.