Sassuolo, 18 settembre 2005 - Festival della filosofia


IL SENSO DEL SACRO

Umberto Galimberti *


[ v. anche  LA SCIENZA GUARDA AL DOMANI ]

Sembra che oggi ci sia un risveglio del sacro, in realtà non si è mai addormentato, è dentro di noi prepotentemente e in modo inquietante, solo che non abbiamo più in questa società laicizzata gli strumenti per difenderci da questa dimensione spaventosa, da cui gli uomini si sono sempre guardati da questa parola sacro che vuol dire separato e con questa parola gli uomini hanno designato delle potenze che sentivano superiori a loro e incapaci di dominarli, ciò le avevano collocate in un’altra dimensione che hanno denominata divina. Dio nel sacro è arrivato con molto ritardo, il sacro è qualcosa di molto più potente di Dio. Nei confronti del sacro noi abbiamo un rapporto di ambivalenza, da un lato lo teniamo lontano, e dall’altro ne siamo attratti come si può essere attratti come dall’origine da cui un giorno siamo provenuti. A tutela del sacro gli uomini hanno in un primo tempo ideato le religioni. La religione ha il compito di relegare il sacro, lo dice la parola religione-relegare, contenerlo perché terribile e pericoloso e perciò ha stabilito degli spazi in cui relegare il sacro: le chiese, le sinagoghe, le moschee. A separare dallo spazio invece non sacro che i latini chiamavano profano, pro: lo spazio antistante il luogo sacro, dove si svolge la vita degli uomini, questo spazio è consegnato alla comunità degli uomini nelle loro faccende quotidiane.

Ancora le religioni hanno distinto il tempo sacro che è la festa e un tempo feriale che è il tempo delle attività umane. E poi hanno istituito i sacerdoti che sono i competenti del sacro, quelli che stanno con un piede nel sacro e uno fuori dal sacro per consentire da un lato l’esorcismo del sacro e con l’altro la mediazione con il sacro; del sacro ne abbiamo anche bisogno, e i sacerdoti sono questi grandi mediatori. Il sacro è indifferenziato e per capire cosa vuol dire indifferenziato, dobbiamo capire che cosa sono le differenze, che cosa è l’identità, in una parola che cosa è la ragione.

L’umanità si è emancipata, è uscita fuori dalla dimensione indifferenziata del sacro attraverso le procedure della ragione, e queste procedure della ragione sono innanzitutto il principio di non contraddizione e il principio di identità, grazie ai quali gli uomini possono parlare confrontarsi fra di loro riducendo l’angoscia. Ciò non vuol dire che le macchine della ragione siano delle macchine per ridurre il più possibile l’angoscia. L’umanità infatti non si è mai raccolta intorno al focolare come è caro alla metafora del liberalisti, l’umanità si è raccolta attorno al grido e un grido d’angoscia di fronte al potente che non è riuscito a controllare. Questi potenti sono le dimensioni indifferenziate, incontrollabili della sacralità.

Ci sono due frammenti di Eraclito che ci danno bene lo schema, dice Eraclito: Dio è giorno e notte, sazietà e fame, guerra e pace e si mescola tutte le cose assumendo di volta in volta il loro aroma. Ecco qui gli indifferenziati, Dio è la mescolanza di tutti gli elementi, Dio non è in grado di articolare un discorso di identità. Gli dei greci subivano tutte le metamorfosi, Giove diventava vitello, mucca, fulmine, uomo, perché Dio non riesce a darne l’identità, perché tutte le cose anche il concetto cristiano di Dio di onnipotenza non è altro che la forma filosofica e sterilizzata della metamorfosi continua del Dio. Ancora dice Eraclito: L’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra; per Dio tutto è bello, tutto è buono, tutto è giusto. Quindi l’uomo è colui che stabilisce le differenze, che distingue il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto, stabilendo le differenze stabilisce le identità fuoriesce dalla dimensione sacrale dove invece tutto si confonde, si fonde insieme e si mescola, Migma dicevano i greci, mescolanza assoluta e all’interno della mescolanza assoluta gli uomini non possono vivere.

Con il principio di non contraddizione e con il principio di identità, che sono i due cardini con cui l’umanità e avvenuta alla ragione e se diciamo: questa è una bottiglia e la prendo in mano, nessuno di voi teme alcun che, non temete perché ipotizzate che io utilizzi la bottiglia per bere, i verità io la bottiglia la potrei usare come un’arma impropria, perché le cose sono tutte ambivalenti, le cose appartengono tutte al sacro e lo sforzo della ragione è quello di contenere la loro identità in modo tale che quando io prendo in mano questo oggetto che è la bottiglia, non ci sia allarme nei vostri comportamenti. Quando dico: portami una bottiglia uno sa che cosa sta facendo e mi porta una bottiglia e non un’altra cosa.

Ragionare significa determinare, definire, porre fine al significato delle cose che sono tutte ambivalenti. Lo sanno benissimo le mamme quando vedono i bambini con il principio di non contraddizione, il bambino se vede un pennarello lo usa per disegnare, per succhiare e poi lo usa per metterlo nell’occhio a suo fratello. La mamma dice no. Il pennarello è disponibile a tutte queste funzioni, è ambivalente, porta con se una pluralità di significati, dicendo no, la mamma insegna al bambino che il pennarello non si usa come arma nei confronti del fratello, non si usa come il biberon, si usa per disegnare. In questo no, si perviene alla definizione della cosa e a quello che attorno ai sette anni si chiama uso della ragione.

Ragionare allora è uscire dall’indifferenziato, uscire da quella dimensione dl Dio che giorno e notte, inverno estate, sazietà e fame. Ragionare significa ritener giusto una cosa e ingiusta un’altra, gli uomini ragionano e ragionando si sono emancipati dal sacro. Emancipati però non in maniera definitiva e soprattutto emancipati da quello che Kant definisce l’oceano dell’irrazionale. Kant dice: La ragione è un’isola nell’oceano dell’irrazionale, per cui il nostro ragionare è una faccenda provvisoria, è una faccenda che dobbiamo ricostituire ogni giorno, è una faccenda precaria. Nella ragione ci siamo, ma possiamo anche cedere e questo collasso, questo cedimento lo conosciamo istruiti dalla psichiatria e dalla psicanalisi e lo chiamiamo follia. La follia ci abita, non è qualcosa che abbiamo congedato una volta per sempre, la follia è il sottosuolo della nostra anima in ragione di quell’isola piccolissima di cui parlava Kant nell’oceano dell’irrazionale.

Nel sacro si muovono i bambini, perché i bambini vanno custoditi, perché trattano le cose per come sono per la loro infinita disponibilità, allora le mamme li custodiscono gli vietano i pericoli, gli assegnano il significato delle cose in modo che il loro uso sia corretto, non inquietante, gli insegnano le parole e gli insegnano che le parole hanno un significato ben definito, cioè finito e gli elimina tutte le oscillazioni del significato, perché noi nasciamo nel sacro e dobbiamo fuoriuscire. Per questo la ragione la si guadagna dopo un po' di anni.

Nel sacro si muovono i poeti, i poeti fanno oscillare tutte le parole, quando Leopardi dice Dimmi che fai tu luna in ciel… se dovessimo guardare questa espressione dal punto di vista della ragione, non avrebbe nessun significato; assume significato solo se alla parola luna dò un secondo significato, ed ecco qui l’oscillazione di senso. Assumo per esempio la luna come interlocutrice femminile, e allora questa luna femmina diventa suscettibile di essere interrogata: Dimmi che fai tu luna in ciel.., ma se non faccio questa oscillazione di significato, se non derogo dalla definizione di luna, la parola, dal punto di vista della ragione, sarebbe insignificante.

Nel sacro noi affondiamo ogni notte, la notte è la sospensione della ragione, i nostri sogni non sono solo delle belle cose, i nostri sogni sono uno sconvolgimento totale dell’anima, nel sogno si abolisce il tempo, posso sognare passando in un minuto dalla rivoluzione francese ai giorni nostri. Il sogno non tiene l’identità, nel sogno io sono vecchio e giovane, sono maschio e femmina, sono io ma non sono io, nel sogno non regge il principio di non contraddizione e il principio di identità, non regge il principio di causalità per cui l’effetto genera la causa, non funziona il tempo e la sua scansione, non funziona lo spazio per cui sono qui, ma sono anche a Washington. Queste dimensioni ci dicono che la ragione collassa e il collasso non è il buio della notte, ma è l’insorgenza del pre-razionale, questa dimensione, e dimensione spaventosa, è la dimensione del sacro.

Il sacro è un luogo di massima violenza, un luogo di sessualità sfrenata, è un luogo che non conosce i limiti, è il luogo dove la mistico-sessualità è violenza perché queste sono le due grandi matrici delle leggi di natura, di come la natura proceda attraverso l’esercizio della sessualità e proceda attraverso l’esercizio della aggressività per la difesa della prole. La natura che c’è in noi, è il luogo eminente dell’irrazionale che è dimensione sacrale. Le prime religioni sacralizzavano gli enti naturali, il sole, la luna, le stelle. Da tutto ciò l’uomo si è emancipato con l’uso della ragione che ha inventato. Anche la ragione è violenza, è violenza perché il dire che questa è una bottiglia e non è un’arma impropria è una decisione, non è una verità; questa bottiglia è anche un’arma impropria, per cui noi nuotiamo nell’irrazionale e nel sacro.

Attraverso la rete della ragione (ed è impresa ardua) cerchiamo di tenere le definizioni e attraverso la definizioni cerchiamo di tranquillizzare i comportamenti, per cui se prendo in mano questa bottiglia nessuno si spaventa, e si considera che io non sia pazzo. Attraverso le definizioni noi possiamo intenderci e comunicare in maniera univoca, per cui la ragione è stata la grande macchina che ci ha fatto uscire dal sacro, e la disciplina che ha ideato la ragione si chiama filosofia. La filosofia non è altro che quel grande accadimento attraverso cui si è ideata la ragione, si è usciti dai miti. C’è un passaggio vicino all’Illisso, un fiume che scorre nei pressi di Atene, dove Fedro chiede a Socrate: Dimmi che cosa ne facciamo ora degli Dei i quali subiscono metamorfosi, si concedono le sessualità più disparate e perverse, le violenze più inimmaginabili? Socrate risponde: Ora che siamo arrivati alla ragione, degli Dei non ci occupiamo più, ne del resto... basta, siamo usciti dalla dimensione sacrale, per quel tanto che siamo usciti.

In occidente la civiltà ha due matrici, la greca e l'ebraica, e questi scenari della grecità in cui si opera, e la fuoriuscita da quella dimensioni sono esempi molto pratici, significativi, molto belli da esaminare brevemente a incominciare da quell’unica colpa che i Greci riconoscevano agli uomini. I Greci non avevano un catalogo morale, perché erano persone serie; i Greci avevano una sola colpa che imputavano agli uomini e questa colpa si chiama tracotanza, il tentativo di oltrepassare la misura umana, il tentativo di competere con gli dei, e ciò è molto rischioso. Quando l’uomo desidera l’immortalità, compete con gli dei; e quando si compete con gli dei, non si può che perdere, perché la loro potenza è enormemente superiore a quella degli uomini. Non devi competere con gli dei, gli dei sono solo la misura di quello che tu uomo non sei, perché tu uomo sei mortale. I Greci avevano due modi per dire uomo, usavano solo la parola brotos al tempo di Omero, e la parola demetros al tempo di Platone che significa mortale: ricordati uomo che sei mortale, questa è la tua misura e se non stai nella tua misura, se affondi nello smisurato e se oltrepassi la condizione che ti è stata assegnata, sei perso. Questa era l’unica colpa che i Greci riconoscevano agli uomini, l’oltrepassamento della misura umana, perché sapevano bene da che sfondo l’umanità era stata tratta fuori: attraverso l’ideazione dei processi della ragione.

Abbiamo un passo dell’Iliade in cui Agamennone sottrae ad Achille la sua schiava e Achille offeso non va più in guerra, e quando Achille non va in guerra i greci perdono le battaglie. Ulisse come al solito tenta di far da mediatore, organizza dei giochi in modo tale che il vincitore abbia la possibilità di scegliere come debbano essere composte le liti. Alla fine Agamennone, persuaso della violenza che ha usato nei confronti di Achille, restituisce la schiava con questa frase: io non ho colpa Achille di averti sottratto la schiava, tu conosci la violenze con cui tutti gli dei confondono la mente degli uomini. Non è una scusa per salvare la propria dignità, perché Achille gli risponde: conosco le violenze terribili che gli dei impongono alla mente degli uomini e dovremo trovare il modo per cui gli uomini riescano a fare a meno e a chiudere la mente quando gli dei la vogliono sconvolgere, quindi dio è visto come lo sconvolgente. I sacrifici agli dei non si fanno per implorare gli dei; i sacrifici agli dei si fanno per tenerli lontano, perché l’ingresso del dio nella città sconvolge la città.

Ce ne dà una interpretazione Euripide, quando spiega che Dioniso entra nella città, corre al palazzo reale e il sovrano dimentica di essere re, e gira come un poveraccio mendicante nella città: le donne diventano menadi, i vecchi si comportano come i bambini, c’è il collasso dell’ordine, e quando si chiede se non si può allontanare il Dio, si risponde no, nessun uomo può allontanate il dio, dobbiamo solo attendere che il dio se ne vada. Quando Dioniso avrà lasciato la città allora ritornerà l’ordine.

Pensate che ancora nell’ottocento, quando si facevano le prognosi psichiatriche, si concludevano questi referti con la dicitura D.C., Dio Concedente, se Dio concede. Se il Dio concede di abbandonare la mente, allora anche la sua mente rinsavirà.
Nessuno può cacciare il Dio, solo il Dio può congedarsi e quando il Dio si congeda la comunità degli uomini può cominciare a operare secondo ragione.

Sempre nel mondo greco abbiamo la figura del capro espiatorio, quando c’era un massimo disordine nella città si assumeva un capro e lo si investiva in tutte le sue dimensioni sacrali, lo si insultava, lo si offendeva e alla fine lo si sacrificava e in questa maniera il capro espiatorio raccoglieva in se tutta la violenza che c’era nella città che era indotta dagli dei, ma che gli uomini hanno sempre rifiutato di essere depositari della violenza, perché non volevano attribuirsi il principio della distruttibilità umana. Per salvaguardarsi da questo terrore gli attribuivano una potenza superiore in maniera tale da non guardare in faccia la possibilità dell’autodistruzione. Capro espiatori, farmaco, la malattia è una dimensione sacrale, perché è la disorganizzazione di tutti gli organi, è il disordine di tutte le nostre composizioni somatiche, è il magma del nostro corpo è il collasso dell’ordine, e allora ci vuole il farmaco che appare in tutte le cose sacre e dimensione ambivalente, perché il sacro con la sua ambivalenza fatica anche il farmaco sia ad un tempo rimedio o veleno, ma le due cose vanno sempre associate, perché il sacro non conosce le differenze.

Nella cultura ebraica le cose non vanno molto diversamente, il sacro è aldilà di ogni legge, perché la legge è già una faccenda umana, è già un prodotto della ragione, è già un dispositivo d’ordine. Voi ricorderete quando Abramo riceve da Dio l’ordine di sacrificare suo figlio, il sacro da ordini che sono aldilà dei comandamenti. Kierkegaard queste cose le aveva capite molto bene, il religioso oltrepassa l’etico, l’uomo di religione non si deve impigliare in nature etiche e in problemi etici, perché la religione è aldilà dell’etica, Dio ti dà i comandamenti non uccidere, ma ti dà anche il comandamento “sacrifica tuo figlio”. Naturalmente le cose finiscono bene perché arriva un angelo a fermare la mano di Abramo, ma anche qui vedete la violenza del sacro, l’oltrepassamento delle regole, il non contenimento di questa potenza.

Gli stessi dieci comandamenti che sono pure un principio di ordine, un principio di legge, vengono dati da Dio e raccolti da Mosè sul monte Sinai secondo quella modalità, per cui Dio appare a Mosè senza che Mosè lo possa vedere dicendogli di nascondersi dietro il cespuglio, perché nessuno può reggere il mio sguardo, con Dio non c’è un faccia a faccia. Solo quando me ne sarò andato tu mi potrai vedere da dietro guardando le mie orme, perché nessuno può tenere il volto di fronte a Dio, non c’è un faccia a faccia con Dio. Un ebreo morto qualche anno fa ha scritto che non c’è un faccia a faccia con Dio perché la faccia di Dio non si può vedere perché la faccia di Dio è di tutti i volti. Si riprende l’antico motivo che il sacro non conosce differenze, non conosce l’identità, è la mescolanza totale di tutte le cose. Non nominare il nome di Dio invano non è un comandamento è una constatazione, noi diciamo Jahweh per comodità, in realtà il nome di Dio non si può nominare perché costruito con consonanti che aggruppate non sono enunciabili. Non è un comando non nominare il nome di Dio è una impossibilità, perché Dio non ha nome, perché se avesse nome avrebbe un volto, avrebbe una identità e ispirerebbe delle differenze.

Abramo, Mosè, lo stesso Giobbe per esempio che viene decantato per la sua pazienza ed è un uomo giusto che a un certo punto gli muore il bestiame, i figli si allontanano, la moglie lo lascia, arriva la lebbra, gli amici lo vanno a trovare e lo incolpano, se tutto questo ti è capitato vuol dire che qualcosa di ingiusto hai commesso. Quest’uomo sul letto, disperato, abbandonato, incolpato dagli amici, si rivolge a Dio e gli chiede perché essendoti stato fedele e uomo giusto tu mi hai dato tutte queste disgrazie. Di solito ci si ferma qui e si elogia la pazienza di Giobbe e la fiducia in Dio, ma andatevi a leggere fino in fondo questo passo, andatevi a leggere nell’ultima colonna la risposta di Dio, il quale gli dice: ma tu Giobbe dov’eri quando io ponevo la terra sui suoi cardini, dov’eri quando io riempivo il cielo di stelle, dov’eri quando riempivo le acque di animali acquatici e l’aria di animali volatili dov’eri tu? E mi vieni a dire che la moglie se ne andata, che hai la lebbra ecc, ma dov’eri tu? Ti metti a parlare con Dio come se fosse uno al pari di te. Recupera il senso che con Dio non c’è contrattazione, non c’è richiesta, non c’è preghiera. Dio è inaccessibile e qui abbiamo già un Dio abbastanza formato, abbiamo detto all’inizio che Dio nel sacro è arrivato con molto ritardo.

Oggi sostanzialmente il sacro non c’è più, perché è accaduto quell’evento importante, grandioso che ha deciso la cultura dell’occidente e che si chiama cristianesimo, che ha operato una sorta di desacralizzazione che non è determinata dal fatto che il cristianesimo strada facendo si è occupato di cose terrene e oggi si occupa di fecondazione assistita, contraccettivi, pillole, scuole pubbliche, scuole private, non è questa la desacralizzazione, qui ci sono i cascami della desacralizzazione, ma la desacralizzazione è avvenuta quando Dio si è fatto uomo. Il cristianesimo è l’unica religione che ha eliminato il sacro (separato), ma se Dio diventa uno di noi è riconoscibile. Quindi ha costituito una sorta di fuoriuscita dalla sacralità, ci sono ancora tratti sacrali, l’operazione del Golgota è una esplosione di sacralità, sangue, carneficina, dolore espressi in una modalità più drammatica che si potevano immaginare, ma ormai il sacro è emarginato. Dio acquista un volto e per giunta il volto di un padre, perde la sua ambivalenza di cui parlavamo all’inizio, non è più giorno e notte, inverno estate, acquista il volto del Padre buono e allontana da se il male e il male diventa il diavolo che è la controparte di Dio il suo aspetto negativo, il male di Dio è il diavolo.

Attraverso questa separazione il diavolo viene addirittura iconograficamente rappresentato come quella divinità greca che è Pan dio dello stupro, lo stupro ha qualcosa in se sia pure ad un livello elementare i due fattori della sacralità: sessualità perversa, orgia dionisiaca e violenza suprema, lo stupro è violento. Lo stupro è sessuale e Pan diventa il diavolo proprio perché raccoglie in se queste due dimensioni. Pan è anche dio della tragedia, nella tragedia si discute sostanzialmente e continuamente di questo tema, come ci si emancipa dal sacro, come si affronta la città, come si costituiscono le leggi, come si smette il regime delle vendette, come ci si può intendere, come si fa giustizia, come si organizzano tribunali, come può avere la sua rappresentanza la giustizia, questo è il grande risvolto della tragedia, il Dio dei pastori che hanno inventato i cori tragici e lo fanno diventare il diavolo, separando radicalmente il bene e il male. Attraverso questa separazione non usciamo dall’ambivalenza sacrale, usciamo dalla confusione, di qui c’è il bene, di qui c’è il male. E il diavolo che è la parte negativa di Dio viene ad assumere l’iconografia, l’immagine di Pan il dio capro con le corna e gli zoccoli.

Se Dio si fa uomo è inevitabile che dopo qualche tempo l’uomo si faccia Dio e ottenga da se quello che un tempo era costretto a implorate dagli dei, noi siamo usciti dalla dimensione sacrale e grazie a questa fuoriuscita abbiamo potuto fare senza tecnica e arrivare a quel regime tecnico di oggi che è il regime più alto di razionalità mai raggiunto dagli uomini.

Quando voi sentite dire che vogliamo esportare la democrazia in Iraq o altrove, coloro che pronunciano questa proposizione non sanno nulla della storia dell’uomo, non sanno che le popolazioni che vivono ancora in un regime sacrale e che non sono ancora pervenuti ad un regime di assoluta razionalità, non possono neppure arrivare ad un regime di democrazia, cioè il riconoscimento delle differenze di strutture di giustizia, di riconoscimento di pari dignità degli uomini, non è possibile, ci sono passi antropologici da fare enormemente, che richiedono tempi lunghissimi e non certo una guerra di tre o quattro anni, le guerre sono dimensioni sacrali.

Noi siamo usciti dal sacro, viviamo in un contesto di razionalità suprema, spassionata, perché la tecnica è la cosa più alta della razionalità ed è anche la cosa più alta di assenza di passioni. Prima della tecnica la forma più razionale era l’economia, ma l’economia soffriva ancora di una passione umana, del desiderio del denaro che la tecnica non ha. E vivendo noi tutti in un regime tecnico di assoluta razionalità, di fredda razionalità, costituita da efficiente razionalità non abbiamo strumenti per reggere il sacro che ci abita, perché il sacro ci abita potentemente in quella formula che il linguaggio modesto di Freud chiama inconscio. Un linguaggio più forte lo usa un amico di Freud, poco conosciuto di nome Bleuler, nato nello stesso anno e morto nello stesso anno, il quale la chiama schizofrenia.

La follia è la matrice della nostra costituzione, nasciamo folli, i bambini sono folli, se io mi metto immediatamente a passare dal pianto al riso alla mia età, qualcuno chiama la croce rossa. Se mi metto a urlare, a pestare i piedi, a buttare il cibo in faccia agli altri e faccio quello che fanno i bambini ho qualche problema. I bambini nascono dalla follia e dice bene Bleuler: nasce perché noi nasciamo con una infinità di personalità ancora indistinte, ancora magmatiche, ma abbiamo una popolazione dentro di noi. Noi siamo tutto, la nostra follia ospita una infinità di personalità che si chiamano il bambino che c’è in noi, il vecchio che c’è in noi, il maschio che c’è in noi, la femmina che c’è in noi, quante discussioni si fanno su gli omosessuali potrebbero essere eliminate se appena pensassimo che siamo nello stesso tempo maschio e femmina e poi ci struggiamo in una direzione per poter convivere secondo una certa regola.

Abbiamo tutte queste personalità dentro di noi di cui una diventa egemone e quando diventa egemone siamo soliti chiamarla io. Io, è quel complesso psichico che ha un buon rapporto con la realtà e si è abituato a ragionare, che chiama la bottiglia bottiglia e soprattutto la usa per bere e non per scaraventarla al prossimo. L’io - lo ricordava Kant - è un’isola piccolissima; Jung dice un cerchio minore; Bleuler dice qualcosa di instabile, addirittura aveva proposto ai filosofi dell’epoca di non chiamare più la coscienza essere, ma questo è un lavoro quotidiano che noi dobbiamo fare per recuperare coscienza.

Quando la mattina ci svegliamo abbiamo qualche difficoltà, non perché passiamo dal sonno alla sveglia, ma perché dobbiamo recuperare la nostra identità che si è smarrita durante la notte, perché abbiamo fatto un viaggio nella follia durante la notte. E se ci fate caso i momenti massimamente ritualizzati - perché il mito è un grande contenitore del sacro - lo abbiamo la mattina, la mattina andiamo in automatico con i nostri riti, poi durante il giorno diventiamo più disinvolti, più liberi, mentre la mattina siamo molto ritualizzati perché dobbiamo ricuperare la nostra identità, la memoria di noi, di quel che eravamo. Abbiamo la ripresa dei nostri comportamenti serali, se abbiamo detto qualcosa di troppo, basta bere un po’ che il sacro riemerge nella forma della follia, perché si indeboliscono le difese dell’io.

Se facciamo questa traduzione in chiave religiosa e in chiave psicologica vi rendete conto che la follia è il nostro habitat abituale. La ragione ci salvaguarda finché ce la fa. E nella follia c’è l’ambivalenza, per cui le madri hanno i figli, ma li odiano anche, è inutile farsi l’immagine delle madri tutte buone, perché i figli nascono e crescono a spese delle madri. Il figlio nasce sottraendo dalla madre la qualità del suo corpo, il suo tempo, il suo sonno, i suoi progetti, allora non è vero che si amano solamente i figli si odiano anche, e questa ambivalenza è sacralità. Gli psichiatri per comodità dicono che quando le madri ammazzano i figli sono depresse, non sono depresse, sono ambivalenti, perché così vuole la natura. Non c’è il bene da una parte e il male dall’altra, questa è una finzione cristiana, il bene e il male si contaminano, non c’è la luce senza l’ombra.

Senza l’ombra non si distingue neanche il paesaggio, pensate a un quadro senza ombre non si riesce a vedere che figure ci sono, questo avevano capito gli antichi che Dio è buono e cattivo, è tremendo e tragico e soprattutto con Dio non c’è comunicazione, tant’è che Platone aveva detto: siccome gli uomini non possono parlare con gli dei, il linguaggio degli uni è assolutamente incomprensibile agli altri. Siccome gli uomini parlano secondo ragione e gli dei parlano secondo codici confusi, metamorfosi, enigmi, che non sono i problemi i problemi si risolvono gli enigmi no.

Allora è necessario per consentire agli uomini di accedere al sacro o di parlare con gli dei, di quel mediatore che Platone chiama amore, potentissimo che sta tra gli uomini e gli dei, la sua funzione è più quella di interpretare e tradurre, interpretare le parole degli dei e tradurre agli uomini, interpretare le parole degli uomini e riferirle agli dei. Amore, Platone sta dicendo con questo che noi abbiamo una conoscenza non solo razionale, abbiamo anche una conoscenza affettiva, emotiva. Amore è un organo di conoscenza, le madri conoscono i bisogni dei figli anche se i figli non parlano e la categoria è l’amore, due innamorati si capiscono al di la delle parole attraverso la competenza emotiva, affettiva, e amore fa da mediatore. Naturalmente amore è una dimensione di disturbo per la razionalità, quando uno si innamora dice che perde la testa, perché entra in una dimensione sacrale, e però finisce quella competenza quella conoscenza, quella capacità di capire che attraverso gli strumenti della ragione è doppiamente impossibile pervenire, si conosce per amore. I grandi fenomeni cognitivi sono erotici, gli studenti imparano a scuola se i professori amano, e questo lo dico anche ai professori cristiani, io non sono cristiano, ma però anche nel cristianesimo c’è questa affermazione chiara: non si entra nel sapere se non attraverso l’amore. Se uno non sa amare non deve fare il professore, come se uno è alto 1,50 non può fare il corazziere.

Dalla follia non possiamo prescindere, la follia e la condizione della creatività, perché la ragione non crea niente, mette in ordine un materiale magmatico che non proviene dalla ragione, la ragione è solo uno strumento di ordinamento, ma il contenuto da ordinare ce lo da la follia cioè il sacro. E ora di aumentare il rapporto con quella popolazione multipla che ci abita, il bambino, il vecchio, la femmina, il maschi che c’è in noi, luogo di potere, luogo dissoluto, luogo del denaro, tutto questo abbiamo dentro in questo caos. Le religioni queste cose le hanno sempre sapute, quando Gesù libera l’indemoniato chiede al demonio uscito da quel disgraziato che abitava: dimmi il tuo nome, e la risposta del demonio è ironica: come faccio a dirti il mio nome, tu sai che noi siamo una legione. Noi abbiamo una molteplicità di personalità dentro di noi, grazie alla quale noi attingiamo spunti, per cui l’uomo può essere anche dolce perché ha anche il femminile dentro di sé Una donna può anche essere decisa perché ha un maschile dentro di se, il vecchio può essere tenero perché ha un bambino dentro di se e un bambino può essere anche saggio perché ha un vecchio dentro di sé. Ho sentito un nipotino di quattro anni che diceva con la mamma un po' triste in quel momento: tutto passa.

Gli islamici pregano cinque volte al giorno in ore diverse, un po' anche come i monaci nelle ore canoniche e loro pregano finché i complessi psichici, personalità latenti e si mettono in comunicazione con Allah. Alle cinque del pomeriggio non sono quello che sono alle nove del mattino, ho un modo diverso e tutti i complessi si devono mettere in contatto con Allah, perché solo così sono un uomo giusto in contatto con Dio. Ecco, queste sono macchine potentissime, poi l’umanità attraverso i riti religiosi aveva le modalità di accedere al sacro perché del sacro ne abbiamo bisogno, e di tenerlo al tempo stesso lontano perché il sacro ci può subissare.

Oggi i riti religiosi sono spariti non ci sono più, se voi andate nelle chiese, sentite le cose che potete dire tranquillamente al bar, è la stessa lingua che usate al bar, il sacro non parla la lingua dell’uomo, il sacro parla un’altra lingua, deve fare dei canti comprensibili perché solo così si etra in contatto con il totalmente altro. Se io parlo italiano magari rivolto al popolo, parlo come faccio questa conferenza e non so a cosa si distingua da una messa al di la del fatto che qui non si trasforma il pane e il vino. Il sacro è tutt’altro, non si entra in confidenza, non si parla in italiano, non si dicono le cose con la lingua con cui si trattano le cose normali, questa forma liturgica parte dal concilio Vaticano II. Non sono cristiano e non mi schiero da nessuna parte, ma certamente c’è stato uno smarrimento del sacro, abbiamo perso il canto che è dimensione sacrale, abbiamo perso la parola straniera e quindi non abbiamo più niente di chi parla un’altra lingua. I riferimenti qui li lascio fare a voi.

Abbiamo perso quella dimensione per cui mi trovo di fronte all’incomprensibile con cui ho a che fare, esattamente come mi trovo di fronte all’incomprensibile quando mi misuro con la mia follia a me stesso ignota e però sconvolgente. Queste dimensioni le abbiamo perse tutte. Succede che vedo più i riti collettivi di contenimento della dimensione sacrale che ci abita, ricorriamo a quelle forme di religione come la new age, dei movimenti apocalittici, la droga, l’alcol, il tentativo disperato di tenere a bada la follia che ci abita. Forma degradata sono anche le palestre.

Le religioni non fanno più il lavoro loro che è quello di contenere il sacro e di consentirne l’accesso graduale, quindi ciascuno deve vedersela da solo, ma le spalle individuali sono insufficienti a reggere la fortezza del sacro, l’individuo non ce la fa da solo a reggerne la sua fortezza e allora psicofarmaci a go-go. Il 57% dei professori italiani usa antidepressivi, sapete che è previsto che per il 2020 noi avremo una mortalità da suicidi giovanili 1 su 5, queste sono le previsioni della organizzazione mondiale della sanità. Questa dimensione disperante per cui non si hanno più i connotati della vita, perché a decidere la razionalità non ti fornisce nessun senso, la pulsione sacrale e cioè la follia che hai dentro che è anche la voglia di esprimerti in questi grandi scenari della sacralità non più custodirti dalla religione. Vi hanno lasciato tutti orfani e ciascuno si va a cercare la propria religione privata. Se non la trova si fa il suo bel sistema di ossessioni e di pratiche personali nel tentativo disperato di contenere, arginare, relegare le religioni e la potenza del sacro che ci abita.

Dal sacro viene la nostra vita, il sacro è generativo, dal sacro viene la creatività, non si idea nulla se non a partire dalle follie che abbiamo dentro. La follia deve essere condizionata dalle regole della ragione e dalle discipline, ci vuole questo doppio lavoro nell’uomo e la fatica nel vivere è questa: attingere al sacro e disciplinarlo immediatamente. Chi lo attinge diventa un funzionario di apparato per persone insignificanti, che quando le guardi ti viene da mordere il cuore perché non c’è nessuna espressione né somatica né verbale, né visiva: un manager. Nel tempo stesso questa dimensione sacrale però non deve esorbitare non deve prendere il sopravvento perché altrimenti abbiamo il collasso della personalità.

Jung consigliava i suoi allievi che, certo la psicanalisi deve aprire le porte dell’inconscio, ma non tutte le porte devono essere aperte, dobbiamo anche sapere che il sacro è anche distruttivo soprattutto se non abbiamo capacità ci contenimento. E allora i greci avevano inventato la ragione e corredata da quella dimensione potente che si chiama giusta misura.

Conoscenza di se, noi viviamo senza conoscersi “conosci te stesso” e tieniti alla giusta misura nel contatto col divino che è poi il contatto con la follia.
Adesso abbiamo anche in Italia una pratica filosofica che si è sviluppata in America, Germania, Olanda, Francia che si chiama consulenza filosofica, quando si sta male si chiamano i filosofi, invece della psicanalisi a imparare la conoscenza di se che e la giusta misura.

Non il dolore, il dolore dicono i greci è una dimensione ineliminabile dell’esistenza; per i cristiani, invece, è il frutto di una colpa che poi diventa una caparra per la salvezza, quindi bisogna amare il dolore. Per i greci il dolore è da sopportare con dignità se sei uomo, non è frutto della colpa, non è promessa di una redenzione e quindi lo reggi il dolore. Il cristianesimo invece, visualizzando il dolore come effetto di una colpa e come caparra di redenzione lo cerca, lo ama, la religione cristiana è la religione della sofferenza non della forza, la forza di reggere come fa il greco. La filosofia è nata per insegnare all’uomo a reggere il dolore e a cercare la gioia, perché anche la gioia non è una cosa che dobbiamo attendere dal cielo è qualcosa che dobbiamo produrre noi.

L’uomo è tragico perché è mortale, ma nel tempo di vita che gli è dato si produca nel massimo della gioia e deve prodursi reggendo il dolore. Questo è un po’ la filosofia della parte filosofica e mi auguro che prenda piede anche in Italia in cui uno riordina e perviene magari per la prima volta a conoscenza di se e impara la giusta misura.



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Nato a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario dell’international Association for Analytical Psychology. Dal 1987 al 1995 ha collaborato con "Il Sole-24 ore" e dal 1995 a tutt’oggi con il quotidiano "la Repubblica".
 Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale e di psicologia, ha tradotto e curato di Jaspers, di cui è stato allievo durante i suoi soggiorni in Germania: Sulla verità (raccolta antologica), La Scuola, Brescia, 1970. La fede filosofica, Marietti, Casale Monferrato, 1973.
Filosofia, Mursia, Milano, 1972-1978, e Utet, Torino, 1978. Di Heidegger ha tradotto e curato: Sull’essenza della verità, La Scuola, Brescia, 1973.

Opere:

 1975 - Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente, Marietti, Casale Monferrato, (Ristampa, Il Saggiatore, Milano, 1994).
 1977 - Linguaggio e civiltà, Mursia, Milano, (2° edizione ampliata 1984).
 1979 - Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano.
 1983 - Il corpo, Feltrinelli, Milano, 1983 (Premio internazionale S. Valentino d’oro, Terni, 1983).
 1984 - La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo, Feltrinelli, Milano (premio Fregene, 1984)
 1985 – Antropologia culturale, ne Gli strumenti del sapere contemporaneo, Utet, Torino.
 1986 - Invito al pensiero di Heidegger, Mursia, Milano.
 1987 - Gli equivoci dell'anima, Feltrinelli, Milano.
 1988 - La parodia dell’immaginario in W. Pasini, C. Crepault, U. Galimberti, L’immaginario sessuale, Cortina, Milano.
 1989 - Il gioco delle opinioni, Feltrinelli, Milano.
 1992 - Dizionario di psicologia, Utet, Torino.(Nuova edizione: Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Milano, 1999).
 1992 – Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, Milano.
 1994 - Parole nomadi, Feltrinelli, Milano.
 1996 - Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano.
 1999 - Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica, Feltrinelli, Milano.
 2000 - E ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera dialogica con Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi, Torino.
 2000 - Orme del sacro, Feltrinelli, Milano (premio Corrado Alvaro 2001).
 2001 - La lampada di psiche, Casagrande, Bellinzona.
 2003 - I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano.
 2004 - Le cose dell'amore
 2005 - Il tramonto dellìOccidente



L’arretratezza della politica,
l’insufficienza della riflessione etica,
la scarsa informazione,
e non il progresso della scienza,
sono infatti i veri pericoli che oggi l’umanità corre
E per giunta a sua insaputa
(U.G.)

 
 
Umberto Galimberti

 LA SCIENZA GUARDA AL DOMANI

Repubblica, 20 settembre 2005

 Si apre domani a Venezia la Prima Conferenza Internazionale su "Il futuro della scienza" promossa dalla Fondazione Umberto Veronesi. La conferenza prevede la presenza di scienziati europei, americani e giapponesi, nonché filosofi, economisti e politici internazionali che, nella loro attività, si sono rivelati particolarmente sensibili alle tematiche sollevate dall’enorme progresso scientifico e tecnologico a cui assistiamo e sempre più assisteremo nei prossimi anni, senza che ciò abbia una particolare ricaduta sul dibattito culturale. Inconveniente, questo, che priva il pubblico di quell’indispensabile informazione che potrebbe consentirgli di partecipare alle riflessioni che tale progresso necessariamente comporta. La Conferenza si articola in tre giornate dedicate: la prima al rapporto tra la scienza e i valori, la seconda all’impatto della scienza sulla vita umana, la terza ai rapporti tra la scienza e il potere.


1. Scienza e valori. Già il tema della prima giornata apre il dibattito, a cui tutti siamo sensibili, relativo alla compatibilità tra le possibilità di intervento che le scoperte scientifiche rendono possibili e i valori etici su cui finora la cultura occidentale ha fondato se stessa. E qui diciamo subito che, nell’età della tecno-scienza, quale è appunto la nostra, l’etica si trova in grande affanno. In Occidente, infatti, abbiamo conosciuto fondamentalmente tre etiche: l’etica cristiana, che si limita a considerare la corretta coscienza e la sua buona intenzione, per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze disastrose, se non ne avevo coscienza o intenzione, non ho fatto nulla che mi sia moralmente imputabile. Esattamente come capitò un giorno a coloro che hanno messo in croce Gesù Cristo e che da lui sono stati perdonati “perché non sanno quello che fanno”. è evidente che in un mondo complesso e tecnologizzato come il nostro, una morale di questo genere è improponibile, perché gli effetti sarebbero catastrofici e in molti casi addirittura irreversibili.

Quando nell’età moderna la società si laicizzò, apparve quella che potremmo chiamare l’etica laica, la quale, messo sullo sfondo il riferimento a Dio, con Kant formulò quel principio secondo cui “l’uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo”. è questo un principio che ancora attende di essere attuato, ma nelle società complesse e tecnologicamente avanzate già rivela tutta la sua insufficienza. Davvero, a eccezione dell’uomo da trattare sempre come un fine, tutti gli enti di natura sono un semplice mezzo che noi possiamo utilizzare a piacimento? E qui penso agli animali, alle piante, all’aria, all’acqua. Non sono questi, nell’età della tecnica, altrettanti fini da salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da usurare? Sia l’etica cristiana, sia l’etica laica sembra che si siano limitate a regolare i rapporti tra gli uomini, senza avere nessuna sensibilità e quel che più conta senza disporre di alcuno strumento né teorico né pratico per farci assumere una qualche responsabilità nei confronti degli enti di natura, il cui degrado è sotto gli occhi di tutti.

All’inizio del nostro secolo Max Weber formulò l’etica della responsabilità, riproposta vent’anni fa da Hans Jonas. Secondo Weber chi agisce non può ritenersi responsabile solo delle sue intenzioni, ma anche delle conseguenze delle sue azioni. Se non che, subito dopo aggiunge: “Fin dove le conseguenze sono prevedibili”. Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a capo, perché è proprio della scienza e della tecnica avviare ricerche e promuovere azioni i cui esiti finali non sono prevedibili. E di fronte all’imprevedibilità non c’è responsabilità che tenga. Lo scenario dell’imprevedibile, dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti imputabile, come nell’antichità, a un difetto di conoscenza, ma a un eccesso del nostro potere di fare enormemente maggiore rispetto al nostro potere di prevedere e quindi di valutare e giudicare. L’imprevedibilità delle conseguenze che possono scaturire dai processi tecnici rende quindi non solo l’etica dell’intenzione (il cristianesimo e Kant), ma anche l’etica della responsabilità (Weber e Jonas) assolutamente inefficaci, perché la loro capacità di ordinamento è enormemente inferiore all’ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare. Come si vede il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Ma che lo si debba pensare mi pare urgente e inevitabile, e bene ha fatto Umberto Veronesi ad aprire la Conferenza da lui promossa con questa prima importantissima questione.

2. L’impatto della scienza sulla vita umana. è questo il tema della seconda giornata articolata in quattro sessioni dove si discute con Carlo Rubbia delle future fonti di energia, con i più famosi genetisti internazionali della rivoluzione che ha comportato la scoperta del Dna, con Veronesi dei progressi della medicina e delle possibilità terapeutiche che le continue scoperte dischiudono, e infine delle ricadute in termini di informazione e comunicazione che il continuo progresso telematico comporta. Le risorse energetiche sono infatti la condizione per cui l’Occidente può mantenere il suo standard di vita e i popoli in via di sviluppo raggiungerlo. Lo scenario non è prevedibile, perché mai, in un arco di tempo così breve, abbiamo raggiunto livelli di vita così elevati, che sono stati resi possibili dalla disponibilità tecnologica, tanto potente quanto fragile, come Chernobyl vent’anni fa e oggi il disastro di New Orleans sono lì a dimostrare.

L’accaparramento di risorse energetiche sarà la causa di guerre future, per non parlare delle presenti, e disegnerà un nuovo mondo i cui contorni sono difficilmente prevedibili. Se dalla vita collettiva passiamo alla vita individuale, la genetica in primo luogo e i progressi della medicina prolungheranno la nostra esistenza e miglioreranno la qualità della nostra vita in una misura che le generazioni che ci hanno preceduto non avrebbero neppure immaginato. Ciò comporterà, in Europa dove esiste, una riduzione dello stato sociale e dei contributi pubblici per l’assistenza sanitaria, fino a giungere al paradosso per cui quello che dal punto di vista tecnico-scientifico sarebbe possibile effettuare, diventa impraticabile per i costi economici che la collettività non è in grado di sostenere. Da ultimo l’impatto telematico che amplia in modo esponenziale le nostre conoscenze e modifica in modo radicale la modalità della nostra comunicazione, nella speranza che non modifichi anche la nostra intelligenza, trasformandola da problematica in binaria. La rivoluzione nel mondo del lavoro è già sotto gli occhi di tutti, ed ora la attendiamo, non senza una certa preoccupazione, nel mondo della scuola e dell’università, dove i processi formativi dovranno inevitabilmente cedere il passo all’acquisizione di competenze tecniche.

3. Scienza e potere. La terza giornata della Conferenza ha per oggetto la spinosa questione dei condizionamenti che la scienza subisce ad opera dell’economia e della politica. Infatti non si fa scienza senza denaro. E il denaro, essendo purtroppo l’unico generatore simbolico della nostra cultura, si incanala là dove può moltiplicarsi grazie alle scoperte scientifiche. Ciò comporta che il denaro privato avrà occhi solo per la ricerca applicata che dà subito risultati economici, mentre per la ricerca di base (da cui quella applicata dipende) bisognerà implorare risorse pubbliche ad amministratori statali che non hanno sguardi a lungo periodo per ricerche il cui successo non è garantito. Basti guardare le condizioni in cui versano le nostre facoltà scientifiche e il tempo che gli scienziati sottraggono alle loro ricerche per andare in cerca di finanziamenti, fino alla decisione di abbandonare il nostro paese per impossibilità materiale di fare ricerca. A medio periodo, perché ormai il progresso della scienza è velocissimo, questa situazione comporterà la  dipendenza dei paesi che non investono abbastanza in ricerca, come l’Italia, dai paesi che invece investono e, in un mondo sempre più tecnologizzato, questa sarà la nuova forma che assumerà il colonialismo.

Coloro che ci governano faticano a capire che in un mondo sempre più tecnologizzato la politica, se non si porta all’altezza del mondo che le è dato da governare, rischia di non essere più il luogo della decisione, perché per decidere è costretta a guardare all’economia, la quale assume le sue decisioni a partire dalle risorse e dalle disponibilità tecnologiche, per cui la tecno-scienza finirà per mandare in soffitta la politica se questa non si fa avveduta. Il rischio è terribile perché, come già ci ricordava  Platone: “Le tecniche sanno come le cose devono essere fatte, ma non se devono essere fatte e a che scopo devono essere fatte. Per questo occorre quella tecnica regia (basiliké téchne) che è la politica, capace di far trionfare ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo di tutte le conoscenze, le tecniche e le attività che si svolgono nella città” (Politico, 304 a). Siamo all’altezza di quest’avvertimento di Platone? Penso di no. E allora ben venga, a chiusura della Conferenza Internazionale sul futuro della scienza, questa sollecitazione alla politica perché questa si porti all’altezza della trasformazione del mondo che le è dato da governare.  L’arretratezza della politica, l’insufficienza della riflessione etica, la scarsa informazione, e non il progresso della scienza, sono infatti i veri pericoli che oggi l’umanità corre. E per giunta a sua insaputa.