Sassuolo, 18 settembre 2005 -
Festival
della filosofia
IL SENSO DEL
SACRO
Umberto Galimberti
*
[ v. anche
LA
SCIENZA GUARDA AL DOMANI ]
Sembra che oggi ci sia un risveglio del sacro, in realtà non si
è mai addormentato, è dentro di noi prepotentemente e in
modo inquietante, solo che non abbiamo più in questa
società laicizzata gli strumenti per difenderci da questa
dimensione spaventosa, da cui gli uomini si sono sempre guardati da
questa parola sacro che vuol dire separato e con questa parola gli
uomini hanno designato delle potenze che sentivano superiori a loro e
incapaci di dominarli, ciò le avevano collocate in un’altra
dimensione che hanno denominata divina. Dio nel sacro è arrivato
con molto ritardo, il sacro è qualcosa di molto più
potente di Dio. Nei confronti del sacro noi abbiamo un rapporto di
ambivalenza, da un lato lo teniamo lontano, e dall’altro ne siamo
attratti come si può essere attratti come dall’origine da cui un
giorno siamo provenuti. A tutela del sacro gli uomini hanno in un primo
tempo ideato le religioni. La religione ha il compito di relegare il
sacro, lo dice la parola religione-relegare, contenerlo perché
terribile e pericoloso e perciò ha stabilito degli spazi in cui
relegare il sacro: le chiese, le sinagoghe, le moschee. A separare
dallo spazio invece non sacro che i latini chiamavano profano, pro: lo
spazio antistante il luogo sacro, dove si svolge la vita degli uomini,
questo spazio è consegnato alla comunità degli uomini
nelle loro faccende quotidiane.
Ancora le religioni hanno distinto il tempo sacro che è la festa
e un tempo feriale che è il tempo delle attività umane. E
poi hanno istituito i sacerdoti che sono i competenti del sacro, quelli
che stanno con un piede nel sacro e uno fuori dal sacro per consentire
da un lato l’esorcismo del sacro e con l’altro la mediazione con il
sacro; del sacro ne abbiamo anche bisogno, e i sacerdoti sono questi
grandi mediatori. Il sacro è indifferenziato e per capire cosa
vuol dire indifferenziato, dobbiamo capire che cosa sono le differenze,
che cosa è l’identità, in una parola che cosa è la
ragione.
L’umanità si è emancipata, è uscita fuori dalla
dimensione indifferenziata del sacro attraverso le procedure della
ragione, e queste procedure della ragione sono innanzitutto il
principio di non contraddizione e il principio di identità,
grazie ai quali gli uomini possono parlare confrontarsi fra di loro
riducendo l’angoscia. Ciò non vuol dire che le macchine della
ragione siano delle macchine per ridurre il più possibile
l’angoscia. L’umanità infatti non si è mai raccolta
intorno al focolare come è caro alla metafora del liberalisti,
l’umanità si è raccolta attorno al grido e un grido
d’angoscia di fronte al potente che non è riuscito a
controllare. Questi potenti sono le dimensioni indifferenziate,
incontrollabili della sacralità.
Ci sono due frammenti di Eraclito che ci danno bene lo schema, dice
Eraclito: Dio è giorno e notte, sazietà e fame, guerra e
pace e si mescola tutte le cose assumendo di volta in volta il loro
aroma. Ecco qui gli indifferenziati, Dio è la mescolanza di
tutti gli elementi, Dio non è in grado di articolare un discorso
di identità. Gli dei greci subivano tutte le metamorfosi, Giove
diventava vitello, mucca, fulmine, uomo, perché Dio non riesce a
darne l’identità, perché tutte le cose anche il concetto
cristiano di Dio di onnipotenza non è altro che la forma
filosofica e sterilizzata della metamorfosi continua del Dio. Ancora
dice Eraclito: L’uomo ritiene giusta una cosa e ingiusta l’altra; per
Dio tutto è bello, tutto è buono, tutto è giusto.
Quindi l’uomo è colui che stabilisce le differenze, che
distingue il bene dal male, il vero dal falso, il giusto dall’ingiusto,
stabilendo le differenze stabilisce le identità fuoriesce dalla
dimensione sacrale dove invece tutto si confonde, si fonde insieme e si
mescola, Migma dicevano i greci, mescolanza assoluta e all’interno
della mescolanza assoluta gli uomini non possono vivere.
Con il principio di non contraddizione e con il principio di
identità, che sono i due cardini con cui l’umanità e
avvenuta alla ragione e se diciamo: questa è una bottiglia e la
prendo in mano, nessuno di voi teme alcun che, non temete perché
ipotizzate che io utilizzi la bottiglia per bere, i verità io la
bottiglia la potrei usare come un’arma impropria, perché le cose
sono tutte ambivalenti, le cose appartengono tutte al sacro e lo sforzo
della ragione è quello di contenere la loro identità in
modo tale che quando io prendo in mano questo oggetto che è la
bottiglia, non ci sia allarme nei vostri comportamenti. Quando dico:
portami una bottiglia uno sa che cosa sta facendo e mi porta una
bottiglia e non un’altra cosa.
Ragionare significa determinare, definire, porre fine al significato
delle cose che sono tutte ambivalenti. Lo sanno benissimo le mamme
quando vedono i bambini con il principio di non contraddizione, il
bambino se vede un pennarello lo usa per disegnare, per succhiare e poi
lo usa per metterlo nell’occhio a suo fratello. La mamma dice no. Il
pennarello è disponibile a tutte queste funzioni, è
ambivalente, porta con se una pluralità di significati, dicendo
no, la mamma insegna al bambino che il pennarello non si usa come arma
nei confronti del fratello, non si usa come il biberon, si usa per
disegnare. In questo no, si perviene alla definizione della cosa e a
quello che attorno ai sette anni si chiama uso della ragione.
Ragionare allora è uscire dall’indifferenziato, uscire da quella
dimensione dl Dio che giorno e notte, inverno estate, sazietà e
fame. Ragionare significa ritener giusto una cosa e ingiusta un’altra,
gli uomini ragionano e ragionando si sono emancipati dal sacro.
Emancipati però non in maniera definitiva e soprattutto
emancipati da quello che Kant definisce l’oceano dell’irrazionale. Kant
dice: La ragione è un’isola nell’oceano dell’irrazionale, per
cui il nostro ragionare è una faccenda provvisoria, è una
faccenda che dobbiamo ricostituire ogni giorno, è una faccenda
precaria. Nella ragione ci siamo, ma possiamo anche cedere e questo
collasso, questo cedimento lo conosciamo istruiti dalla psichiatria e
dalla psicanalisi e lo chiamiamo follia. La follia ci abita, non
è qualcosa che abbiamo congedato una volta per sempre, la follia
è il sottosuolo della nostra anima in ragione di quell’isola
piccolissima di cui parlava Kant nell’oceano dell’irrazionale.
Nel sacro si muovono i bambini, perché i bambini vanno
custoditi, perché trattano le cose per come sono per la loro
infinita disponibilità, allora le mamme li custodiscono gli
vietano i pericoli, gli assegnano il significato delle cose in modo che
il loro uso sia corretto, non inquietante, gli insegnano le parole e
gli insegnano che le parole hanno un significato ben definito,
cioè finito e gli elimina tutte le oscillazioni del significato,
perché noi nasciamo nel sacro e dobbiamo fuoriuscire. Per questo
la ragione la si guadagna dopo un po' di anni.
Nel sacro si muovono i poeti, i poeti fanno oscillare tutte le parole,
quando Leopardi dice Dimmi che fai
tu luna in ciel… se dovessimo guardare questa espressione dal
punto di vista della ragione, non avrebbe nessun significato; assume
significato solo se alla parola luna
dò un secondo significato, ed ecco qui l’oscillazione di senso.
Assumo per esempio la luna come interlocutrice femminile, e allora
questa luna femmina diventa suscettibile di essere interrogata: Dimmi che fai tu luna in ciel.., ma
se non faccio questa oscillazione di significato, se non derogo dalla
definizione di luna, la parola, dal punto di vista della ragione,
sarebbe insignificante.
Nel sacro noi affondiamo ogni notte, la notte è la sospensione
della ragione, i nostri sogni non sono solo delle belle cose, i nostri
sogni sono uno sconvolgimento totale dell’anima, nel sogno si abolisce
il tempo, posso sognare passando in un minuto dalla rivoluzione
francese ai giorni nostri. Il sogno non tiene l’identità, nel
sogno io sono vecchio e giovane, sono maschio e femmina, sono io ma non
sono io, nel sogno non regge il principio di non contraddizione e il
principio di identità, non regge il principio di
causalità per cui l’effetto genera la causa, non funziona il
tempo e la sua scansione, non funziona lo spazio per cui sono qui, ma
sono anche a Washington. Queste dimensioni ci dicono che la ragione
collassa e il collasso non è il buio della notte, ma è
l’insorgenza del pre-razionale, questa dimensione, e dimensione
spaventosa, è la dimensione del sacro.
Il sacro è un luogo di massima violenza, un luogo di
sessualità sfrenata, è un luogo che non conosce i limiti,
è il luogo dove la mistico-sessualità è violenza
perché queste sono le due grandi matrici delle leggi di natura,
di come la natura proceda attraverso l’esercizio della
sessualità e proceda attraverso l’esercizio della
aggressività per la difesa della prole. La natura che c’è
in noi, è il luogo eminente dell’irrazionale che è
dimensione sacrale. Le prime religioni sacralizzavano gli enti
naturali, il sole, la luna, le stelle. Da tutto ciò l’uomo si
è emancipato con l’uso della ragione che ha inventato. Anche la
ragione è violenza, è violenza perché il dire che
questa è una bottiglia e non è un’arma impropria è
una decisione, non è una verità; questa bottiglia
è anche un’arma impropria, per cui noi nuotiamo nell’irrazionale
e nel sacro.
Attraverso la rete della ragione (ed è impresa
ardua) cerchiamo di tenere le definizioni e attraverso la definizioni
cerchiamo di tranquillizzare i comportamenti, per cui se prendo in mano
questa bottiglia nessuno si spaventa, e si considera che io non sia
pazzo. Attraverso le definizioni noi possiamo intenderci e comunicare
in maniera univoca, per cui la ragione è stata la grande
macchina che ci ha fatto uscire dal sacro, e la disciplina che ha
ideato la ragione si chiama filosofia. La filosofia non è altro
che quel grande accadimento attraverso cui si è ideata la
ragione, si è usciti dai miti. C’è un passaggio vicino
all’Illisso, un fiume che scorre nei pressi di Atene, dove Fedro chiede
a Socrate: Dimmi che cosa ne
facciamo ora degli Dei i quali subiscono metamorfosi, si concedono le
sessualità più disparate e perverse, le violenze
più inimmaginabili? Socrate risponde: Ora che siamo arrivati alla ragione, degli
Dei non ci occupiamo più, ne del resto... basta, siamo usciti
dalla dimensione sacrale, per quel tanto che siamo usciti.
In occidente la civiltà ha due matrici, la greca e l'ebraica, e
questi scenari della grecità in cui si opera, e la fuoriuscita
da quella dimensioni sono esempi molto pratici, significativi, molto
belli da esaminare brevemente a incominciare da quell’unica colpa che i
Greci riconoscevano agli uomini. I Greci non avevano un catalogo
morale, perché erano persone serie; i Greci avevano una sola
colpa che imputavano agli uomini e questa colpa si chiama tracotanza, il tentativo di
oltrepassare la misura umana, il tentativo di competere con gli dei, e
ciò è molto rischioso. Quando l’uomo desidera
l’immortalità, compete con gli dei; e quando si compete con gli
dei, non si può che perdere, perché la loro potenza
è enormemente superiore a quella degli uomini. Non devi
competere con gli dei, gli dei sono solo la misura di quello che tu
uomo non sei, perché tu uomo sei mortale. I Greci avevano due
modi per dire uomo, usavano
solo la parola brotos al
tempo di Omero, e la parola demetros
al tempo di Platone che significa mortale: ricordati uomo che sei mortale,
questa è la tua misura e se non stai nella tua misura, se
affondi nello smisurato e se oltrepassi la condizione che ti è
stata assegnata, sei perso. Questa era l’unica colpa che i Greci
riconoscevano agli uomini, l’oltrepassamento della misura umana,
perché sapevano bene da che sfondo l’umanità era stata
tratta fuori: attraverso l’ideazione dei processi della ragione.
Abbiamo un passo dell’Iliade in cui Agamennone sottrae ad Achille la
sua schiava e Achille offeso non va più in guerra, e quando
Achille non va in guerra i greci perdono le battaglie. Ulisse come al
solito tenta di far da mediatore, organizza dei giochi in modo tale che
il vincitore abbia la possibilità di scegliere come debbano
essere composte le liti. Alla fine Agamennone, persuaso della violenza
che ha usato nei confronti di Achille, restituisce la schiava con
questa frase: io non ho colpa Achille di averti sottratto la schiava,
tu conosci la violenze con cui tutti gli dei confondono la mente degli
uomini. Non è una scusa per salvare la propria dignità,
perché Achille gli risponde: conosco le violenze terribili che
gli dei impongono alla mente degli uomini e dovremo trovare il modo per
cui gli uomini riescano a fare a meno e a chiudere la mente quando gli
dei la vogliono sconvolgere, quindi dio è visto come lo
sconvolgente. I sacrifici agli dei non si fanno per implorare gli dei;
i sacrifici agli dei si fanno per tenerli lontano, perché
l’ingresso del dio nella città sconvolge la città.
Ce ne dà una interpretazione Euripide, quando spiega che Dioniso
entra nella città, corre al palazzo reale e il sovrano dimentica
di essere re, e gira come un poveraccio mendicante nella città:
le donne diventano menadi, i vecchi si comportano come i bambini,
c’è il collasso dell’ordine, e quando si chiede se non si
può allontanare il Dio, si risponde no, nessun uomo può
allontanate il dio, dobbiamo solo attendere che il dio se ne vada.
Quando Dioniso avrà lasciato la città allora
ritornerà l’ordine.
Pensate che ancora nell’ottocento, quando si facevano le prognosi
psichiatriche, si concludevano questi referti con la dicitura D.C., Dio
Concedente, se Dio concede. Se il Dio concede di abbandonare la mente,
allora anche la sua mente rinsavirà.
Nessuno può cacciare il Dio, solo il Dio può congedarsi e
quando il Dio si congeda la comunità degli uomini può
cominciare a operare secondo ragione.
Sempre nel mondo greco abbiamo la figura del capro espiatorio, quando
c’era un massimo disordine nella città si assumeva un capro e lo
si investiva in tutte le sue dimensioni sacrali, lo si insultava, lo si
offendeva e alla fine lo si sacrificava e in questa maniera il capro
espiatorio raccoglieva in se tutta la violenza che c’era nella
città che era indotta dagli dei, ma che gli uomini hanno sempre
rifiutato di essere depositari della violenza, perché non
volevano attribuirsi il principio della distruttibilità umana.
Per salvaguardarsi da questo terrore gli attribuivano una potenza
superiore in maniera tale da non guardare in faccia la
possibilità dell’autodistruzione. Capro espiatori, farmaco, la
malattia è una dimensione sacrale, perché è la
disorganizzazione di tutti gli organi, è il disordine di tutte
le nostre composizioni somatiche, è il magma del nostro corpo
è il collasso dell’ordine, e allora ci vuole il farmaco che
appare in tutte le cose sacre e dimensione ambivalente, perché
il sacro con la sua ambivalenza fatica anche il farmaco sia ad un tempo
rimedio o veleno, ma le due cose vanno sempre associate, perché
il sacro non conosce le differenze.
Nella cultura ebraica le cose non vanno molto diversamente, il sacro
è aldilà di ogni legge, perché la legge è
già una faccenda umana, è già un prodotto della
ragione, è già un dispositivo d’ordine. Voi ricorderete
quando Abramo riceve da Dio l’ordine di sacrificare suo figlio, il
sacro da ordini che sono aldilà dei comandamenti. Kierkegaard
queste cose le aveva capite molto bene, il religioso oltrepassa
l’etico, l’uomo di religione non si deve impigliare in nature etiche e
in problemi etici, perché la religione è aldilà
dell’etica, Dio ti dà i comandamenti non uccidere, ma ti
dà anche il comandamento “sacrifica tuo figlio”. Naturalmente le
cose finiscono bene perché arriva un angelo a fermare la mano di
Abramo, ma anche qui vedete la violenza del sacro, l’oltrepassamento
delle regole, il non contenimento di questa potenza.
Gli stessi dieci comandamenti che sono pure un principio di ordine, un
principio di legge, vengono dati da Dio e raccolti da Mosè sul
monte Sinai secondo quella modalità, per cui Dio appare a
Mosè senza che Mosè lo possa vedere dicendogli di
nascondersi dietro il cespuglio, perché nessuno può
reggere il mio sguardo, con Dio non c’è un faccia a faccia. Solo
quando me ne sarò andato tu mi potrai vedere da dietro guardando
le mie orme, perché nessuno può tenere il volto di fronte
a Dio, non c’è un faccia a faccia con Dio. Un ebreo morto
qualche anno fa ha scritto che non c’è un faccia a faccia con
Dio perché la faccia di Dio non si può vedere
perché la faccia di Dio è di tutti i volti. Si riprende
l’antico motivo che il sacro non conosce differenze, non conosce
l’identità, è la mescolanza totale di tutte le cose. Non
nominare il nome di Dio invano non è un comandamento è
una constatazione, noi diciamo Jahweh per comodità, in
realtà il nome di Dio non si può nominare perché
costruito con consonanti che aggruppate non sono enunciabili. Non
è un comando non nominare il nome di Dio è una
impossibilità, perché Dio non ha nome, perché se
avesse nome avrebbe un volto, avrebbe una identità e ispirerebbe
delle differenze.
Abramo, Mosè, lo stesso Giobbe per esempio che viene decantato
per la sua pazienza ed è un uomo giusto che a un certo punto gli
muore il bestiame, i figli si allontanano, la moglie lo lascia, arriva
la lebbra, gli amici lo vanno a trovare e lo incolpano, se tutto questo
ti è capitato vuol dire che qualcosa di ingiusto hai commesso.
Quest’uomo sul letto, disperato, abbandonato, incolpato dagli amici, si
rivolge a Dio e gli chiede perché essendoti stato fedele e uomo
giusto tu mi hai dato tutte queste disgrazie. Di solito ci si ferma qui
e si elogia la pazienza di Giobbe e la fiducia in Dio, ma andatevi a
leggere fino in fondo questo passo, andatevi a leggere nell’ultima
colonna la risposta di Dio, il quale gli dice: ma tu Giobbe dov’eri
quando io ponevo la terra sui suoi cardini, dov’eri quando io riempivo
il cielo di stelle, dov’eri quando riempivo le acque di animali
acquatici e l’aria di animali volatili dov’eri tu? E mi vieni a dire
che la moglie se ne andata, che hai la lebbra ecc, ma dov’eri tu? Ti
metti a parlare con Dio come se fosse uno al pari di te. Recupera il
senso che con Dio non c’è contrattazione, non c’è
richiesta, non c’è preghiera. Dio è inaccessibile e qui
abbiamo già un Dio abbastanza formato, abbiamo detto all’inizio
che Dio nel sacro è arrivato con molto ritardo.
Oggi sostanzialmente il sacro non c’è più, perché
è accaduto quell’evento importante, grandioso che ha deciso la
cultura dell’occidente e che si chiama cristianesimo, che ha operato
una sorta di desacralizzazione che non è determinata dal fatto
che il cristianesimo strada facendo si è occupato di cose
terrene e oggi si occupa di fecondazione assistita, contraccettivi,
pillole, scuole pubbliche, scuole private, non è questa la
desacralizzazione, qui ci sono i cascami della desacralizzazione, ma la
desacralizzazione è avvenuta quando Dio si è fatto uomo.
Il cristianesimo è l’unica religione che ha eliminato il sacro
(separato), ma se Dio diventa uno di noi è riconoscibile. Quindi
ha costituito una sorta di fuoriuscita dalla sacralità, ci sono
ancora tratti sacrali, l’operazione del Golgota è una esplosione
di sacralità, sangue, carneficina, dolore espressi in una
modalità più drammatica che si potevano immaginare, ma
ormai il sacro è emarginato. Dio acquista un volto e per giunta
il volto di un padre, perde la sua ambivalenza di cui parlavamo
all’inizio, non è più giorno e notte, inverno estate,
acquista il volto del Padre buono e allontana da se il male e il male
diventa il diavolo che è la controparte di Dio il suo aspetto
negativo, il male di Dio è il diavolo.
Attraverso questa separazione il diavolo viene addirittura
iconograficamente rappresentato come quella divinità greca che
è Pan dio dello stupro, lo stupro ha qualcosa in se sia pure ad
un livello elementare i due fattori della sacralità:
sessualità perversa, orgia dionisiaca e violenza suprema, lo
stupro è violento. Lo stupro è sessuale e Pan diventa il
diavolo proprio perché raccoglie in se queste due dimensioni.
Pan è anche dio della tragedia, nella tragedia si discute
sostanzialmente e continuamente di questo tema, come ci si emancipa dal
sacro, come si affronta la città, come si costituiscono le
leggi, come si smette il regime delle vendette, come ci si può
intendere, come si fa giustizia, come si organizzano tribunali, come
può avere la sua rappresentanza la giustizia, questo è il
grande risvolto della tragedia, il Dio dei pastori che hanno inventato
i cori tragici e lo fanno diventare il diavolo, separando radicalmente
il bene e il male. Attraverso questa separazione non usciamo
dall’ambivalenza sacrale, usciamo dalla confusione, di qui c’è
il bene, di qui c’è il male. E il diavolo che è la parte
negativa di Dio viene ad assumere l’iconografia, l’immagine di Pan il
dio capro con le corna e gli zoccoli.
Se Dio si fa uomo è inevitabile che dopo qualche tempo l’uomo si
faccia Dio e ottenga da se quello che un tempo era costretto a
implorate dagli dei, noi siamo usciti dalla dimensione sacrale e grazie
a questa fuoriuscita abbiamo potuto fare senza tecnica e arrivare a
quel regime tecnico di oggi che è il regime più alto di
razionalità mai raggiunto dagli uomini.
Quando voi sentite dire che vogliamo esportare la democrazia in Iraq o
altrove, coloro che pronunciano questa proposizione non sanno nulla
della storia dell’uomo, non sanno che le popolazioni che vivono ancora
in un regime sacrale e che non sono ancora pervenuti ad un regime di
assoluta razionalità, non possono neppure arrivare ad un regime
di democrazia, cioè il riconoscimento delle differenze di
strutture di giustizia, di riconoscimento di pari dignità degli
uomini, non è possibile, ci sono passi antropologici da fare
enormemente, che richiedono tempi lunghissimi e non certo una guerra di
tre o quattro anni, le guerre sono dimensioni sacrali.
Noi siamo usciti dal sacro, viviamo in un contesto di
razionalità suprema, spassionata, perché la tecnica
è la cosa più alta della razionalità ed è
anche la cosa più alta di assenza di passioni. Prima della
tecnica la forma più razionale era l’economia, ma l’economia
soffriva ancora di una passione umana, del desiderio del denaro che la
tecnica non ha. E vivendo noi tutti in un regime tecnico di assoluta
razionalità, di fredda razionalità, costituita da
efficiente razionalità non abbiamo strumenti per reggere il
sacro che ci abita, perché il sacro ci abita potentemente in
quella formula che il linguaggio modesto di Freud chiama inconscio. Un
linguaggio più forte lo usa un amico di Freud, poco conosciuto
di nome Bleuler, nato nello stesso anno e morto nello stesso anno, il
quale la chiama schizofrenia.
La follia è la matrice della nostra costituzione, nasciamo
folli, i bambini sono folli, se io mi metto immediatamente a passare
dal pianto al riso alla mia età, qualcuno chiama la croce rossa.
Se mi metto a urlare, a pestare i piedi, a buttare il cibo in faccia
agli altri e faccio quello che fanno i bambini ho qualche problema. I
bambini nascono dalla follia e dice bene Bleuler: nasce perché
noi nasciamo con una infinità di personalità ancora
indistinte, ancora magmatiche, ma abbiamo una popolazione dentro di
noi. Noi siamo tutto, la nostra follia ospita una infinità di
personalità che si chiamano il bambino che c’è in noi, il
vecchio che c’è in noi, il maschio che c’è in noi, la
femmina che c’è in noi, quante discussioni si fanno su gli
omosessuali potrebbero essere eliminate se appena pensassimo che siamo
nello stesso tempo maschio e femmina e poi ci struggiamo in una
direzione per poter convivere secondo una certa regola.
Abbiamo tutte queste personalità dentro di noi di cui una
diventa egemone e quando diventa egemone siamo soliti chiamarla io. Io,
è quel complesso psichico che ha un buon rapporto con la
realtà e si è abituato a ragionare, che chiama la
bottiglia bottiglia e soprattutto la usa per bere e non per
scaraventarla al prossimo. L’io - lo ricordava Kant - è un’isola
piccolissima; Jung dice un cerchio minore; Bleuler dice qualcosa di
instabile, addirittura aveva proposto ai filosofi dell’epoca di non
chiamare più la coscienza essere, ma questo è un lavoro
quotidiano che noi dobbiamo fare per recuperare coscienza.
Quando la mattina ci svegliamo abbiamo qualche difficoltà, non
perché passiamo dal sonno alla sveglia, ma perché
dobbiamo recuperare la nostra identità che si è smarrita
durante la notte, perché abbiamo fatto un viaggio nella follia
durante la notte. E se ci fate caso i momenti massimamente ritualizzati
- perché il mito è un grande contenitore del sacro - lo
abbiamo la mattina, la mattina andiamo in automatico con i nostri riti,
poi durante il giorno diventiamo più disinvolti, più
liberi, mentre la mattina siamo molto ritualizzati perché
dobbiamo ricuperare la nostra identità, la memoria di noi, di
quel che eravamo. Abbiamo la ripresa dei nostri comportamenti serali,
se abbiamo detto qualcosa di troppo, basta bere un po’ che il sacro
riemerge nella forma della follia, perché si indeboliscono le
difese dell’io.
Se facciamo questa traduzione in chiave religiosa e in chiave
psicologica vi rendete conto che la follia è il nostro habitat
abituale. La ragione ci salvaguarda finché ce la fa. E nella
follia c’è l’ambivalenza, per cui le madri hanno i figli, ma li
odiano anche, è inutile farsi l’immagine delle madri tutte
buone, perché i figli nascono e crescono a spese delle madri. Il
figlio nasce sottraendo dalla madre la qualità del suo corpo, il
suo tempo, il suo sonno, i suoi progetti, allora non è vero che
si amano solamente i figli si odiano anche, e questa ambivalenza
è sacralità. Gli psichiatri per comodità dicono
che quando le madri ammazzano i figli sono depresse, non sono depresse,
sono ambivalenti, perché così vuole la natura. Non
c’è il bene da una parte e il male dall’altra, questa è
una finzione cristiana, il bene e il male si contaminano, non
c’è la luce senza l’ombra.
Senza l’ombra non si distingue
neanche il paesaggio, pensate a un quadro senza ombre non si riesce a
vedere che figure ci sono, questo avevano capito gli antichi che Dio
è buono e cattivo, è tremendo e tragico e soprattutto con
Dio non c’è comunicazione, tant’è che Platone aveva
detto: siccome gli uomini non possono parlare con gli dei, il
linguaggio degli uni è assolutamente incomprensibile agli altri.
Siccome gli uomini parlano secondo ragione e gli dei parlano secondo
codici confusi, metamorfosi, enigmi, che non sono i problemi i problemi
si risolvono gli enigmi no.
Allora è necessario per consentire agli uomini di accedere al
sacro o di parlare con gli dei, di quel mediatore che Platone chiama
amore, potentissimo che sta tra gli uomini e gli dei, la sua funzione
è più quella di interpretare e tradurre, interpretare le
parole degli dei e tradurre agli uomini, interpretare le parole degli
uomini e riferirle agli dei. Amore, Platone sta dicendo con questo che
noi abbiamo una conoscenza non solo razionale, abbiamo anche una
conoscenza affettiva, emotiva. Amore è un organo di conoscenza,
le madri conoscono i bisogni dei figli anche se i figli non parlano e
la categoria è l’amore, due innamorati si capiscono al di la
delle parole attraverso la competenza emotiva, affettiva, e amore fa da
mediatore. Naturalmente amore è una dimensione di disturbo per
la razionalità, quando uno si innamora dice che perde la testa,
perché entra in una dimensione sacrale, e però finisce
quella competenza quella conoscenza, quella capacità di capire
che attraverso gli strumenti della ragione è doppiamente
impossibile pervenire, si conosce per amore. I grandi fenomeni
cognitivi sono erotici, gli studenti imparano a scuola se i professori
amano, e questo lo dico anche ai professori cristiani, io non sono
cristiano, ma però anche nel cristianesimo c’è questa
affermazione chiara: non si entra nel sapere se non attraverso l’amore.
Se uno non sa amare non deve fare il professore, come se uno è
alto 1,50 non può fare il corazziere.
Dalla follia non possiamo prescindere, la follia e la condizione della
creatività, perché la ragione non crea niente, mette in
ordine un materiale magmatico che non proviene dalla ragione, la
ragione è solo uno strumento di ordinamento, ma il contenuto da
ordinare ce lo da la follia cioè il sacro. E ora di aumentare il
rapporto con quella popolazione multipla che ci abita, il bambino, il
vecchio, la femmina, il maschi che c’è in noi, luogo di potere,
luogo dissoluto, luogo del denaro, tutto questo abbiamo dentro in
questo caos. Le religioni queste cose le hanno sempre sapute, quando
Gesù libera l’indemoniato chiede al demonio uscito da quel
disgraziato che abitava: dimmi il tuo nome, e la risposta del demonio
è ironica: come faccio a dirti il mio nome, tu sai che noi siamo
una legione. Noi abbiamo una molteplicità di personalità
dentro di noi, grazie alla quale noi attingiamo spunti, per cui l’uomo
può essere anche dolce perché ha anche il femminile
dentro di sé Una donna può anche essere decisa
perché ha un maschile dentro di se, il vecchio può essere
tenero perché ha un bambino dentro di se e un bambino può
essere anche saggio perché ha un vecchio dentro di sé. Ho
sentito un nipotino di quattro anni che diceva con la mamma un po'
triste in quel momento: tutto passa.
Gli islamici pregano cinque volte al giorno in ore diverse, un po'
anche come i monaci nelle ore canoniche e loro pregano finché i
complessi psichici, personalità latenti e si mettono in
comunicazione con Allah. Alle cinque del pomeriggio non sono quello che
sono alle nove del mattino, ho un modo diverso e tutti i complessi si
devono mettere in contatto con Allah, perché solo così
sono un uomo giusto in contatto con Dio. Ecco, queste sono macchine
potentissime, poi l’umanità attraverso i riti religiosi aveva le
modalità di accedere al sacro perché del sacro ne abbiamo
bisogno, e di tenerlo al tempo stesso lontano perché il sacro ci
può subissare.
Oggi i riti religiosi sono spariti non ci sono più, se voi
andate nelle chiese, sentite le cose che potete dire tranquillamente al
bar, è la stessa lingua che usate al bar, il sacro non parla la
lingua dell’uomo, il sacro parla un’altra lingua, deve fare dei canti
comprensibili perché solo così si etra in contatto con il
totalmente altro. Se io parlo italiano magari rivolto al popolo, parlo
come faccio questa conferenza e non so a cosa si distingua da una messa
al di la del fatto che qui non si trasforma il pane e il vino. Il sacro
è tutt’altro, non si entra in confidenza, non si parla in
italiano, non si dicono le cose con la lingua con cui si trattano le
cose normali, questa forma liturgica parte dal concilio Vaticano II.
Non sono cristiano e non mi schiero da nessuna parte, ma certamente
c’è stato uno smarrimento del sacro, abbiamo perso il canto che
è dimensione sacrale, abbiamo perso la parola straniera e quindi
non abbiamo più niente di chi parla un’altra lingua. I
riferimenti qui li lascio fare a voi.
Abbiamo perso quella dimensione per cui mi trovo di fronte
all’incomprensibile con cui ho a che fare, esattamente come mi trovo di
fronte all’incomprensibile quando mi misuro con la mia follia a me
stesso ignota e però sconvolgente. Queste dimensioni le abbiamo
perse tutte. Succede che vedo più i riti collettivi di
contenimento della dimensione sacrale che ci abita, ricorriamo a quelle
forme di religione come la new age,
dei movimenti apocalittici, la
droga, l’alcol, il tentativo disperato di tenere a bada la follia che
ci abita. Forma degradata sono anche le palestre.
Le religioni non fanno più il lavoro loro che è quello di
contenere il sacro e di consentirne l’accesso graduale, quindi ciascuno
deve vedersela da solo, ma le spalle individuali sono insufficienti a
reggere la fortezza del sacro, l’individuo non ce la fa da solo a
reggerne la sua fortezza e allora psicofarmaci a go-go. Il 57% dei
professori italiani usa antidepressivi, sapete che è previsto
che per il 2020 noi avremo una mortalità da suicidi giovanili 1
su 5, queste sono le previsioni della organizzazione mondiale della
sanità. Questa dimensione disperante per cui non si hanno
più i connotati della vita, perché a decidere la
razionalità non ti fornisce nessun senso, la pulsione sacrale e
cioè la follia che hai dentro che è anche la voglia di
esprimerti in questi grandi scenari della sacralità non
più custodirti dalla religione. Vi hanno lasciato tutti orfani e
ciascuno si va a cercare la propria religione privata. Se non la trova
si fa il suo bel sistema di ossessioni e di pratiche personali nel
tentativo disperato di contenere, arginare, relegare le religioni e la
potenza del sacro che ci abita.
Dal sacro viene la nostra vita, il sacro è generativo, dal sacro
viene la creatività, non si idea nulla se non a partire dalle
follie che abbiamo dentro. La follia deve essere condizionata dalle
regole della ragione e dalle discipline, ci vuole questo doppio lavoro
nell’uomo e la fatica nel vivere è questa: attingere al sacro e
disciplinarlo immediatamente. Chi lo attinge diventa un funzionario di
apparato per persone insignificanti, che quando le guardi ti viene da
mordere il cuore perché non c’è nessuna espressione
né somatica né verbale, né visiva: un manager. Nel
tempo stesso questa dimensione sacrale però non deve esorbitare
non deve prendere il sopravvento perché altrimenti abbiamo il
collasso della personalità.
Jung consigliava i suoi allievi che,
certo la psicanalisi deve aprire le porte dell’inconscio, ma non tutte
le porte devono essere aperte, dobbiamo anche sapere che il sacro
è anche distruttivo soprattutto se non abbiamo capacità
ci contenimento. E allora i greci avevano inventato la ragione e
corredata da quella dimensione potente che si chiama giusta misura.
Conoscenza di se, noi viviamo senza conoscersi “conosci te stesso” e
tieniti alla giusta misura nel contatto col divino che è poi il
contatto con la follia.
Adesso abbiamo anche in Italia una pratica filosofica che si è
sviluppata in America, Germania, Olanda, Francia che si chiama
consulenza filosofica, quando si sta male si chiamano i filosofi,
invece della psicanalisi a imparare la conoscenza di se che e la giusta
misura.
Non il dolore, il dolore dicono i greci è una dimensione
ineliminabile dell’esistenza; per i cristiani, invece, è il
frutto di una colpa che poi diventa una caparra per la salvezza, quindi
bisogna amare il dolore. Per i greci il dolore è da sopportare
con dignità se sei uomo, non è frutto della colpa, non
è promessa di una redenzione e quindi lo reggi il dolore. Il
cristianesimo invece, visualizzando il dolore come effetto di una colpa
e come caparra di redenzione lo cerca, lo ama, la religione cristiana
è la religione della sofferenza non della forza, la forza di
reggere come fa il greco. La filosofia è nata per insegnare
all’uomo a reggere il dolore e a cercare la gioia, perché anche
la gioia non è una cosa che dobbiamo attendere dal cielo
è qualcosa che dobbiamo produrre noi.
L’uomo è tragico perché è mortale, ma nel tempo di
vita che gli è dato si produca nel massimo della gioia e deve
prodursi reggendo il dolore. Questo è un po’ la filosofia della
parte filosofica e mi auguro che prenda piede anche in Italia in cui
uno riordina e perviene magari per la prima volta a conoscenza di se e
impara la giusta misura.
*
Nato
a Monza nel 1942, è stato dal 1976 professore incaricato di
Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia
della Storia. Dal 1999 è professore ordinario
all’università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di
Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario
dell’international Association for Analytical Psychology. Dal 1987 al
1995 ha collaborato con "Il Sole-24 ore" e dal 1995 a tutt’oggi con il
quotidiano "la Repubblica".
Dopo aver compiuto studi di filosofia, di antropologia culturale
e di psicologia, ha tradotto e curato di Jaspers, di cui è stato
allievo durante i suoi soggiorni in Germania: Sulla verità
(raccolta antologica), La Scuola, Brescia, 1970. La fede filosofica,
Marietti, Casale Monferrato, 1973.
Filosofia, Mursia, Milano, 1972-1978, e Utet, Torino, 1978. Di
Heidegger ha tradotto e curato: Sull’essenza della verità, La
Scuola, Brescia, 1973.
Opere:
1975 - Heidegger, Jaspers e il tramonto dell'Occidente, Marietti,
Casale Monferrato, (Ristampa, Il Saggiatore, Milano, 1994).
1977 - Linguaggio e civiltà, Mursia, Milano, (2°
edizione ampliata 1984).
1979 - Psichiatria e Fenomenologia, Feltrinelli, Milano.
1983 - Il corpo, Feltrinelli, Milano, 1983 (Premio internazionale
S. Valentino d’oro, Terni, 1983).
1984 - La terra senza il male. Jung dall'inconscio al simbolo,
Feltrinelli, Milano (premio Fregene, 1984)
1985 – Antropologia culturale, ne Gli strumenti del sapere
contemporaneo, Utet, Torino.
1986 - Invito al pensiero di Heidegger, Mursia, Milano.
1987 - Gli equivoci dell'anima, Feltrinelli, Milano.
1988 - La parodia dell’immaginario in W. Pasini, C. Crepault, U.
Galimberti, L’immaginario sessuale, Cortina, Milano.
1989 - Il gioco delle opinioni, Feltrinelli, Milano.
1992 - Dizionario di psicologia, Utet, Torino.(Nuova edizione:
Enciclopedia di Psicologia, Garzanti, Milano, 1999).
1992 – Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, Milano.
1994 - Parole nomadi, Feltrinelli, Milano.
1996 - Paesaggi dell'anima, Mondadori, Milano.
1999 - Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica,
Feltrinelli, Milano.
2000 - E ora? La dimensione umana e le sfide della scienza (opera
dialogica con Edoardo Boncinelli e Giovanni Maria Pace), Einaudi,
Torino.
2000 - Orme del sacro, Feltrinelli, Milano (premio Corrado Alvaro
2001).
2001 - La lampada di psiche, Casagrande, Bellinzona.
2003 - I vizi capitali e i nuovi vizi, Feltrinelli, Milano.
2004 - Le cose dell'amore
2005 - Il tramonto dellìOccidente
L’arretratezza
della politica,
l’insufficienza della riflessione etica,
la scarsa informazione,
e non il progresso della scienza,
sono infatti i veri pericoli che oggi l’umanità corre
E per giunta a sua insaputa
(U.G.)
Umberto Galimberti
LA
SCIENZA GUARDA AL DOMANI
Repubblica, 20 settembre 2005
Si apre domani a Venezia
la Prima Conferenza Internazionale su "Il futuro della scienza"
promossa dalla Fondazione Umberto Veronesi. La conferenza prevede la
presenza di scienziati europei, americani e giapponesi, nonché
filosofi, economisti e politici internazionali che, nella loro
attività, si sono rivelati particolarmente sensibili alle
tematiche sollevate dall’enorme progresso scientifico e tecnologico a
cui assistiamo e sempre più assisteremo nei prossimi anni, senza
che ciò abbia una particolare ricaduta sul dibattito culturale.
Inconveniente, questo, che priva il pubblico di quell’indispensabile
informazione che potrebbe consentirgli di partecipare alle riflessioni
che tale progresso necessariamente comporta. La Conferenza si articola
in tre giornate dedicate: la prima al rapporto tra la scienza e i
valori, la seconda all’impatto della scienza sulla vita umana, la terza
ai rapporti tra la scienza e il potere.
1. Scienza e valori. Già il tema della prima giornata apre il
dibattito, a cui tutti siamo sensibili, relativo alla
compatibilità tra le possibilità di intervento che le
scoperte scientifiche rendono possibili e i valori etici su cui finora
la cultura occidentale ha fondato se stessa. E qui diciamo subito che,
nell’età della tecno-scienza, quale è appunto la nostra,
l’etica si trova in grande affanno. In Occidente, infatti, abbiamo
conosciuto fondamentalmente tre etiche: l’etica cristiana, che si
limita a considerare la corretta coscienza e la sua buona intenzione,
per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze disastrose, se non ne
avevo coscienza o intenzione, non ho fatto nulla che mi sia moralmente
imputabile. Esattamente come capitò un giorno a coloro che hanno
messo in croce Gesù Cristo e che da lui sono stati perdonati
“perché non sanno quello che fanno”. è evidente che in un
mondo complesso e tecnologizzato come il nostro, una morale di questo
genere è improponibile, perché gli effetti sarebbero
catastrofici e in molti casi addirittura irreversibili.
Quando nell’età moderna la società si laicizzò,
apparve quella che potremmo chiamare l’etica laica, la quale, messo
sullo sfondo il riferimento a Dio, con Kant formulò quel
principio secondo cui “l’uomo va trattato sempre come un fine e mai
come un mezzo”. è questo un principio che ancora attende di
essere attuato, ma nelle società complesse e tecnologicamente
avanzate già rivela tutta la sua insufficienza. Davvero, a
eccezione dell’uomo da trattare sempre come un fine, tutti gli enti di
natura sono un semplice mezzo che noi possiamo utilizzare a piacimento?
E qui penso agli animali, alle piante, all’aria, all’acqua. Non sono
questi, nell’età della tecnica, altrettanti fini da
salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da usurare? Sia l’etica
cristiana, sia l’etica laica sembra che si siano limitate a regolare i
rapporti tra gli uomini, senza avere nessuna sensibilità e quel
che più conta senza disporre di alcuno strumento né
teorico né pratico per farci assumere una qualche
responsabilità nei confronti degli enti di natura, il cui
degrado è sotto gli occhi di tutti.
All’inizio del nostro secolo Max Weber formulò l’etica della
responsabilità, riproposta vent’anni fa da Hans Jonas. Secondo
Weber chi agisce non può ritenersi responsabile solo delle sue
intenzioni, ma anche delle conseguenze delle sue azioni. Se non che,
subito dopo aggiunge: “Fin dove le conseguenze sono prevedibili”.
Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a capo,
perché è proprio della scienza e della tecnica avviare
ricerche e promuovere azioni i cui esiti finali non sono prevedibili. E
di fronte all’imprevedibilità non c’è
responsabilità che tenga. Lo scenario dell’imprevedibile,
dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti
imputabile, come nell’antichità, a un difetto di conoscenza, ma
a un eccesso del nostro potere di fare enormemente maggiore rispetto al
nostro potere di prevedere e quindi di valutare e giudicare.
L’imprevedibilità delle conseguenze che possono scaturire dai
processi tecnici rende quindi non solo l’etica dell’intenzione (il
cristianesimo e Kant), ma anche l’etica della responsabilità
(Weber e Jonas) assolutamente inefficaci, perché la loro
capacità di ordinamento è enormemente inferiore
all’ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare. Come si
vede il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Ma che lo si
debba pensare mi pare urgente e inevitabile, e bene ha fatto Umberto
Veronesi ad aprire la Conferenza da lui promossa con questa prima
importantissima questione.
2. L’impatto della scienza sulla vita umana. è questo il tema
della seconda giornata articolata in quattro sessioni dove si discute
con Carlo Rubbia delle future fonti di energia, con i più famosi
genetisti internazionali della rivoluzione che ha comportato la
scoperta del Dna, con Veronesi dei progressi della medicina e delle
possibilità terapeutiche che le continue scoperte dischiudono, e
infine delle ricadute in termini di informazione e comunicazione che il
continuo progresso telematico comporta. Le risorse energetiche sono
infatti la condizione per cui l’Occidente può mantenere il suo
standard di vita e i popoli in via di sviluppo raggiungerlo. Lo
scenario non è prevedibile, perché mai, in un arco di
tempo così breve, abbiamo raggiunto livelli di vita così
elevati, che sono stati resi possibili dalla disponibilità
tecnologica, tanto potente quanto fragile, come Chernobyl vent’anni fa
e oggi il disastro di New Orleans sono lì a dimostrare.
L’accaparramento di risorse energetiche sarà la causa di guerre
future, per non parlare delle presenti, e disegnerà un nuovo
mondo i cui contorni sono difficilmente prevedibili. Se dalla vita
collettiva passiamo alla vita individuale, la genetica in primo luogo e
i progressi della medicina prolungheranno la nostra esistenza e
miglioreranno la qualità della nostra vita in una misura che le
generazioni che ci hanno preceduto non avrebbero neppure immaginato.
Ciò comporterà, in Europa dove esiste, una riduzione
dello stato sociale e dei contributi pubblici per l’assistenza
sanitaria, fino a giungere al paradosso per cui quello che dal punto di
vista tecnico-scientifico sarebbe possibile effettuare, diventa
impraticabile per i costi economici che la collettività non
è in grado di sostenere. Da ultimo l’impatto telematico che
amplia in modo esponenziale le nostre conoscenze e modifica in modo
radicale la modalità della nostra comunicazione, nella speranza
che non modifichi anche la nostra intelligenza, trasformandola da
problematica in binaria. La rivoluzione nel mondo del lavoro è
già sotto gli occhi di tutti, ed ora la attendiamo, non senza
una certa preoccupazione, nel mondo della scuola e
dell’università, dove i processi formativi dovranno
inevitabilmente cedere il passo all’acquisizione di competenze tecniche.
3. Scienza e potere. La terza giornata della Conferenza ha per oggetto
la spinosa questione dei condizionamenti che la scienza subisce ad
opera dell’economia e della politica. Infatti non si fa scienza senza
denaro. E il denaro, essendo purtroppo l’unico generatore simbolico
della nostra cultura, si incanala là dove può
moltiplicarsi grazie alle scoperte scientifiche. Ciò comporta
che il denaro privato avrà occhi solo per la ricerca applicata
che dà subito risultati economici, mentre per la ricerca di base
(da cui quella applicata dipende) bisognerà implorare risorse
pubbliche ad amministratori statali che non hanno sguardi a lungo
periodo per ricerche il cui successo non è garantito. Basti
guardare le condizioni in cui versano le nostre facoltà
scientifiche e il tempo che gli scienziati sottraggono alle loro
ricerche per andare in cerca di finanziamenti, fino alla decisione di
abbandonare il nostro paese per impossibilità materiale di fare
ricerca. A medio periodo, perché ormai il progresso della
scienza è velocissimo, questa situazione comporterà
la dipendenza dei paesi che non investono abbastanza in ricerca,
come l’Italia, dai paesi che invece investono e, in un mondo sempre
più tecnologizzato, questa sarà la nuova forma che
assumerà il colonialismo.
Coloro che ci governano faticano a
capire che in un mondo sempre più tecnologizzato la politica, se
non si porta all’altezza del mondo che le è dato da governare,
rischia di non essere più il luogo della decisione,
perché per decidere è costretta a guardare all’economia,
la quale assume le sue decisioni a partire dalle risorse e dalle
disponibilità tecnologiche, per cui la tecno-scienza
finirà per mandare in soffitta la politica se questa non si fa
avveduta. Il rischio è terribile perché, come già
ci ricordava Platone: “Le tecniche sanno come le cose devono
essere fatte, ma non se devono essere fatte e a che scopo devono essere
fatte. Per questo occorre quella tecnica regia (basiliké
téchne) che è la politica, capace di far trionfare
ciò che è giusto attraverso il coordinamento e il governo
di tutte le conoscenze, le tecniche e le attività che si
svolgono nella città” (Politico, 304 a). Siamo all’altezza di
quest’avvertimento di Platone? Penso di no. E allora ben venga, a
chiusura della Conferenza Internazionale sul futuro della scienza,
questa sollecitazione alla politica perché questa si porti
all’altezza della trasformazione del mondo che le è dato da
governare. L’arretratezza della politica, l’insufficienza della
riflessione etica, la scarsa informazione, e non il progresso della
scienza, sono infatti i veri pericoli che oggi l’umanità corre.
E per giunta a sua insaputa.