Questo è il nostro tempo, il tempo che registra il fallimento della
comunicazione emotiva e quindi la formazione del cuore come organo
che prima di ragionare, ci fa «sentire» che cosa  è giusto e che
cosa non è giusto, chi sono io e che ci faccio al mondo

U. Galimberti

 
 
 
Elogio dei sensi primitivi

Il gusto ha il privilegio di promuovere la comunanza del godimento (Kant, Antropologia pragmatica, 1798)



Sono medico dentista, ho una specialità in neurologia e sono quindi affascinato dalla psicobiologia. Da piccolo mangiavo con gran fatica, preferivo giocare, studiare o suonare. Tuttora non amo mangiare, nonostante riconosca la buona cucina e il buon vino. Insomma, il cibo è la  prima cosa che sacrificherei per il tempo libero, per una donna o per una bella gita.
Posso però commuovermi ascoltando l'aria delle Variazioni Goldberg suonate da Gould, e trovo aberrante che la maggior parte delle persone non sappia nemmeno di cosa io stia parlando.
In una società come quella italiana, dove il cibo ha una grande importanza, gli altri sensi vengono  ridimensionati, non c'è par condicio: chi non ama il cibo è deriso, criticato, mentre chi non conosce Bach può continuare a vivere impunito.
Dopo questo mio tentativo di difendere gli altri sensi, nell'occasione l'udito, dallo strapotere del gusto, vorrei sapere se esiste una gerarchizzazione dei sensi in funzione dello sviluppo cognitivo dell'individuo.  L.B.

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Non sottovaluti troppo il gusto e l'olfatto ad esso connesso. Sono i sensi più arcaici, che mettono in moto le zone più primitive del nostro cervello, quelle su cui i nostri ragionamenti, i nostri propositi, la nostra buona volontà hanno una scarsissima incidenza. Per questo la gola, più che un vizio, è un richiamo alla nostra animalità, il retaggio della nostra antica condizione.

Se un tempo "mangiare" nascondeva solo due incognite: trovare il cibo e non diventare cibo per altri, oggi ne implica di così imperscrutabili che la nostra identità rischia di naufragare di fronte a ogni offerta di cibo. Come non essere smascherati come animali che praticano il vagabondaggio ogni volta che mangiamo in solitudine, a piccole quantità, quando ne sentiamo il bisogno? E quando ci sediamo a tavola come non sentirci parenti dei primati, dove gli individui dominanti (le persone più importanti) sono serviti per primi?

Gli indicatori psichici a cui la gola rinvia potrebbero continuare all'infinito: da quelli patologici, come la bulimìa e l'anoressia, dove, sotto la forma del cibo, si agitano abissali problemi d'esistenza, a quelli a noi tutti comuni, se solo pensiamo all'importanza che per ciascuno di noi hanno i sapori dell'infanzia, quando, ancor privi di ragione, ci affidavamo al gusto e all'olfatto, i nostri sensi più arcaici, che mettono in moto le zone più primitive del cervello, anatomicamente e fisiologicamente inseparabili dalle nostre percezioni e dalla nostra memoria.

Alle sensazioni del gusto e dell'olfatto si associa infatti un'emozione a cui si connette una reazione affettiva di piacere o dispiacere, che a sua volta richiama altri cibi che abbiamo gustato in altri tempi e in altri luoghi. La petite madeleine di Proust non è un artificio letterario, ma un effetto fisiologico, che, attraverso l'assaporare e l'annusare, mette in moto la memoria, e soprattutto ci fa vivere e rivivere le emozioni. L'aroma della cucina materna o quella del paese natio hanno un potere di evocazione che suscita nostalgie senza pari, quando quel piatto particolare non lo ritroviamo più. E non c'è né caviale, né foie-gras, né cassoulet de crêtes de poularde bressanne con tartufi del Perigord a scaglie che possano compensare il triestino della perdita della minestra di rape o il brianzolo della fetta di pane secco spalmata di lardo.

Non è solo una faccenda di olfatto e di gusto, ma di emozione, di evocazione e di memoria. La globalizzazione non incide solo sui mercati, sull'occupazione, ma anche sulla qualità dei cibi, sempre più indifferenziati, quindi sul gusto, che evoca un'appartenenza, un reciproco riconoscimento, un'identità specifica e una memoria individuata. A cosa ci possono ricondurre il convenience food, come gli Americani chiamano quelle minestre istantanee, quelle pietanze in polvere, quei cibi precotti, surgelati o da riscaldare, che spesso è possibile mangiare direttamente dalla confezione, o il junk food, che sono poi quegli hamburger indigesti, quelle patate fritte che navigano nel grasso, quelle merendine per bambini che sembrano fatte apposta per diseducare al gusto e quindi all'emozione, alla rievocazione, alla memoria?

A questo degrado del cibo si aggiungono oggi i cibi transgenici, che accontentano più l'occhio di quanto non soddisfino il gusto e l'olfatto. Quasi una riproduzione a livello alimentare dei comportamenti sessuali, che oggi si affidano più al voyeurismo dei corpi (che per analogia possiamo chiamare transgenici) che al contatto di corpi normali.

Di questa perdita dei sensi più primitivi, che sono il gusto e l'olfatto, io vedo nell'uomo occidentale una sorta di impoverimento del cervello antico, che ci fa provare emozioni, che ci induce fantasie, che ci difende istantaneamente dai pericoli e ci butta fragorosamente nella gioia; a tutto vantaggio della corteccia cerebrale, capace di ragionare, ma sempre meno di sentire, provare emozioni.

Dopo la desessualizzazione dei corpi, oggi regolati più dall'igiene che dal piacere, ci stiamo avviando verso la deprivazione del gusto. Un altro passo verso la riduzione della gioia, la più elementare, quella intorno alla tavola, che dalla notte dei tempi è il luogo eminente dove gli uomini hanno stretto amicizia e creato società.
Umberto Galimberti