Ma il sacro
esige
rispetto assoluto
Jean Daniel
concludeva, qualche giorno fa su questo giornale, il suo
articolo La lezione di Voltaire
con queste parole: Le caricature del
giornale danese possono
essere condannate in nome dell’arte e della sensibilità, ma non
si possono vietare in nome dei principi di civiltà.
Non sono d’accordo, perché tra i principi di civiltà
c’è anche l’assoluto rispetto delle religioni altrui. E quando
dico assoluto mi riferisco
al fatto che la religione, siccome affonda le sue radici nella parte
pre-razionale di ciascuno di noi, dove è anche la matrice della
nostra identità e della nostra appartenenza, se non vogliamo
offendere questa matrice, nei confronti della religione propria e
altrui dobbiamo avere tutti il massimo rispetto.
Quanto poi alla sensibilità, la nostra è
così rozza da non farci avvertire che il rapporto che noi
occidentali laicizzati abbiamo con la nostra religione (cristiana) non
è lo stesso che i musulmani hanno con la loro? Se, in occasione
del Natale, un vignettista musulmano rappresentasse su un giornale
arabo la nascita di Gesù su una piattaforma per l’estrazione del
petrolio, invece che in una mangiatoia, noi, forse, per effetto della
nostra laicità, ci limiteremmo a sorridere.
Ma la laicità, che noi abbiamo guadagnato a fatica e non ancora
del tutto da soli due secoli, non è ancora una conquista del
mondo musulmano. E non è con le vignette che mettono in ridicolo
il loro profeta che si accelerano i processi culturali e storici. Che
reazione avrebbero gli ebrei se, in occasione di un’occupazione dei
territori palestinesi, qualche giornale pubblicasse quelle terribili
vignette, frequenti sulla stampa fascista e nazista, che denigravano
gli ebrei? Quanto poi alla libertà di satira, a cui fa
riferimento Vittorio Feltri su Libero e Giordano Bruno Guerri su Il Giornale, noi italiani, e
soprattutto la parte politica che quei giornali sostengono, dopo
l’allontanamento dagli schermi televisivi dei nostri uomini di satira,
per non parlare dei giornalisti, dovremmo essere gli ultimi a metter
parola.
Lo stesso dicasi per la libertà di stampa. Che ne sappiamo
davvero della guerra prima in Afghanistan e poi in Iraq, e delle
carceri di tortura disseminate in Europa, oltre alle informazioni che
ci provengono dall’amministrazione americana? Voltaire, ci ricorda Jean
Daniel, ha scritto: Non sono affatto
d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò fino alla morte
perché nessuno vi impedisca di dirlo.
Questo è senz’altro il nostro supremo principio di
civiltà, ma ci siamo arrivati solo due secoli fa. Prima
con le Crociate e poi con l’Inquisizione, ci comportavamo esattamente
come si comportano con noi i musulmani. I processi storici sono lenti
come i processi culturali che coinvolgono le matrici antropologiche dei
popoli.
Vogliamo lasciare anche ai musulmani il loro tempo? Pretendere
reciprocità di comportamenti oggi significa non avere alcuna
sensibilità in ordine ai tempi che i processi culturali e
antropologici richiedono. Significa, direbbero gli studiosi di
antropologia comparata: Imperialismo
culturale.
Gioca coi fanti e lascia stare i santi
dice saggiamente un proverbio
popolare. Nel sacro, nel santo affondano, infatti, in modo
pre-razionale, l’identità e l’appartenenza di un popolo. E
proprio perché la matrice è pre-razionale non c’è
argomento razionale che tenga. Per questo, come opportunamente ha
scritto su Repubblica Piero
Ottone, le religioni al massimo si discutono, ma non si dileggiano con
vignette derisorie che, lungi dall’avvicinare i popoli e le culture, li
provocano e li rendono ancora più nemici.
Umberto Galimberti - La Repubblica,
6 febbraio 2006