Parini, i genitori
gli studenti e la sconfitta della scuola
Gli studenti del Parini presentano centinaia di firme per chiedere la
revoca dei provvedimenti disciplinari previsti per alcuni studenti
responsabili di atti violenti durante l’occupazione della loro scuola.
I rappresentanti degli studenti, con la loro assenza, fanno mancare ai
consigli di classe il numero legale necessario per prendere decisioni.
I genitori, per la maggior parte sempre pronti a difendere i loro
figli, accusano la scuola di non averli convocati prima della riunione
dei consigli di classe. Il preside ritiene che le decisioni dei
consigli di classe dovranno in ogni caso essere applicate, e poi gli
studenti, se vorranno, potranno ricorrere agli organi di garanzia per
un riesame dei provvedimenti.
Io, che dal ‘64 al ‘79, ho insegnato nei licei, sono contro le
occupazioni e contro le sospensioni. Le occupazioni sono il sintomo di
un disagio e di un collasso nella comunicazione tra studenti e
professori. Radicalizzano le posizioni, dividono gli studenti e non
aiutano la ripresa del dialogo. Le sospensioni sono il sintomo dello
smarrimento, da parte della scuola, della sua finalità primaria
che è l’educazione, e in alcuni casi la ri-educazione. E allora
delle due l’una: o la scuola apre i suoi battenti solo ai ragazzi
educati e disciplinati, limitando il suo compito alla sola
“istruzione”, oppure accoglie tutti quelli che ne fanno domanda,
educati e disciplinati che siano o che non siano, e allora in questo
caso deve alzare il livello del suo compito, non limitandolo
all’istruzione, ma elevandolo all’educazione.
Per questo è
necessario che la scuola si popoli di professori (e in molti casi
già ce ne sono) che sanno parlare non solo con la classe, ma con
i singoli studenti, che sanno seguirne i percorsi di vita, che non si
appellano all’indolenza o alla cattiva volontà dei ragazzi,
perché sanno che la volontà non esiste al di fuori
dell’interesse, che l’interesse non esiste separato dal legame emotivo,
che il legame emotivo non si costruisce quando il rapporto tra
professore e studente è un rapporto di reciproca diffidenza,
quando non di assoluta incomprensione. Se questi professori non
esistono o sono troppo pochi, le occupazioni saranno sempre più
frequenti, e la normativa non è assolutamente una risposta al
disagio della scuola, perché la freddezza burocratica non
è il linguaggio giusto per parlare con l’esuberanza o
addirittura la violenza giovanile.
E allora che fare? Perdonare?
Punire? No, educare. Si obblighino gli studenti che hanno infranto le
regole della civile convivenza a frequentare nella scuola per un mese
due ore di lezioni supplementari di educazione civica, da condurre non
sui manuali, ma invitando i ragazzi a leggere e a relazionare su libri
che hanno la violenza per oggetto. Ne indico alcuni: W. Sofsky, Saggio
sulla violenza (Einaudi), ancora Sofsky, Il paradiso della
crudeltà (Einaudi), G. Strummiello, Il logos violento (Dedalo),
J. Butler, Vite precarie (Meltemi), F. De Zulueta, Dal dolore alla
violenza (Cortina), A. Torno, La moralità della violenza
(Mondadori) e altri ancora che i professori del Parini senz’altro
conoscono.
Vogliamo provare questo esperimento di educazione? Il
compenso economico per gli insegnanti, che si accollano quest’ulteriore
opera di educazione, a carico delle famiglie, che saranno ben contente
che la scuola dia loro una mano a far crescere i loro figli, non solo
nella condotta, ma, proprio a partire dalla condotta, nella
consapevolezza e nel sapere.
la Repubblica, 21
gennaio 2006