Il tema del "distacco" è un gran bel tema che incide
profondamente nei processi di crescita dei giovani che si incontrano e
si abbandonano con drammi talvolta da "fine del mondo", dimentichi che
la loro vita ha preso inizio proprio da un distacco, il distacco dalla
madre.
Può essere che l’amore, quello fisico intendo, sia la
reiterazione sconfitta di ricomporre quel corpo a corpo, quell’essere
nel corpo dell’altro come memoria di un’antica beatitudine che non
ritorna: la nostalgia di quello che Freud chiama sentimento oceanico.
Ma la vita avanza e cresce a colpi di distacco. Distacco dal mondo
genitoriale, dal mondo dei figli che si sono generati, dagli amori che
abbiamo frainteso, quasi che la vita volesse allenarci a quell’ultimo
distacco che è quello spasmodico amore di noi da cui, con la
morte, ci congediamo.
Questa è la nostra sorte di "individui",
dove il senso della divisione, della separazione, del distacco è
già nella parola, per cui l’uomo, come ci ricorda Platone,
è “simbolo” di un uomo, è “parte” che cerca l’altra parte
per ricomporre l’antica unità.
Con Platone penso che tutte le
tensioni amorose siano il tentativo sconfitto di ricomporre questa
unità originaria che ci è concessa per brevi istanti,
sconvolgenti nel loro spasmo, affinché l’individuo possa
consolare la sua radicale solitudine, che è poi la sorte che gli
è stata assegnata per la sua individuazione. Diventa
ciò che sei diceva Nietzsche.
È bene che i giovani
sappiano che l’individuazione, propiziata dal distacco, è
l’unico destino degno della nostra vita.
L’unico spazio che ci resta per un residuo
di sincerità
L’amicizia. O solitudini di massa, ciascuno davanti al suo
computer, vittime di bulimia informatica per non perdere neppure un
frammento di mondo, o adunate di massa in occasione di concerti, o
davanti a maxi-schermi per le partite di calcio, o in piazza San Pietro
ad applaudire parole di fede o di speranza, ma non più
l’amicizia, che è quel rapporto duale che evita alla solitudine
di impazzire e alla gran massa di affogarci.
Oggi “amicizia” è
diventata una parola che cataloga amori che non si vogliono svelare,
rapporti coniugali resi esangui dalla quotidianità, conoscenze
utili a scambi di favori, relazioni ipocrite che un giorno possono
rivelarsi vantaggiose. Nulla di più, nulla di autentico, ma
soprattutto nulla che possa dare espressione a quel bisogno di
narrazione, di racconto, di immaginazione, di allusione, di cui si
nutre la nostra anima quando nei fatti vuol trovare dei significati,
nel dolore un argine, nella gioia una comunicazione, nella monotonia
della ripetizione un lampo di novità.
Tutto ciò non
è possibile nella solitudine dove il dolore dilaga e la gioia
resta inespressa, e neppure nella gran massa che concede espressione
solo all’applauso o allo slogan, ma unicamente nell’amicizia, dove la
parola si fa affabulatoria, immaginifica, confidenziale, segreta e
soprattutto fuoriesce dalla “concretezza”, oggi da tutti invocata ed
eretta a valore, che altro non è se non un limitarsi del
linguaggio, un controllo delle parole, uno stare ai fatti, come
richiede il “sano realismo” degli uomini di poche parole, a cui non
verrebbe mai in mente di chiedere alla luna “che ci fa in cielo” o a se
stessi “che ci fanno qui sulla terra”.
In solitudine queste domande
restano inespresse o soffocate. In mezzo alla gente che quotidianamente
frequentiamo possono generare qualche sospetto, perché sono
domande troppo cariche di senso per poterlo esplorare in solitudine, e
troppo fuori dall’usuale per poter essere accolte in pubblico come
domande “serie”. Eppure queste sono le domande di cui si nutre l’anima,
domande poco realistiche ma cariche di simbolismo, per dare spazio alle
quali gli antichi greci, accanto al singolare e al plurale, avevano
inventato il “duale”, che è lo spazio dell’amicizia, dove ogni
parola che rinvia a un’eccedenza di senso non rischia di apparire
parola folle, perché l’ascolto dell’amico non è solo un
ascolto razionale, ma aperto a tutti gli sconfinamenti di senso, che
è prerogativa del cuore.
Ma dove trovare il tempo? Si
giustificano i più. Non a caso l’amicizia è diffusa tra i
giovani che hanno a disposizione tanto tempo, e riprende in età
senile quando non si ha null’altro a disposizione che il tempo. Ma che
dire di una cultura che concepisce l’amicizia come una “perdita di
tempo”? Non inganniamoci: non è il tempo che ci manca, è
la capacità di stare l’uno con l’altro in quella forma
intermedia che non è la fusione dell’amore e neppure l’anonimato
dei rapporti impersonali perché solo funzionali, è la
capacità di muoverci in quella zona di confine tra le
prescrizioni della ragione e quegli sprazzi di follia che di continuo
attraversano la nostra anima e che solo l’amicizia sa accogliere.
Perché proibirci questo spazio? Quale spietata tirannide ci
impone di stare ai fatti e a nient’altro che ai fatti? Tra l’anonimato
del pubblico e la solitudine del privato vogliamo conservare quello
spazio intermedio, propiziato dall’amicizia, che ricuce quella
dissociazione a cui la nostra cultura ci costringe quando ci obbliga a
non essere mai in pubblico quel che veramente siamo, e a vergognarci un
po’in privato delle nostre pubbliche performance. Tuteliamo l’amicizia.
Forse è l’unico spazio che ci rimane per un residuo di
sincerità, una sorta di riunificazione con noi stessi dalla
dissociazione che ci è imposta, una forma di autoriconoscimento
secondo quel modulo che Platone ci indica là dove dice:
“Se uno, con la parte migliore del suo occhio guarda la parte migliore
dell’occhio dell’amico, vede se stesso”. A meno che ciascuno non sia
diventato per se stesso il maggior ingombro da evitare, qualcuno con
cui non si sa che rapporti avere, qualcuno da evitare, quando non da
affogare con le cose da fare, per non trovarci mai a tu per tu con
questo sconosciuto che lo sguardo accogliente dell’amico potrebbe
incominciare a raccontare, a delinearne i contorni, a propiziarci
l’incontro. È infatti la scoperta di noi quello che l’amicizia
favorisce e propizia.