Dopo l'11 settembre in che modo possiamo e dobbiamo manovrare le nozioni di 'dentro' e 'fuori', oppure, se si preferisce, di inclusione e di
esclusione rispetto all'irruzione nel mondo globalizzato di un'alterità
all'apparenza irriducibile?  Riusciamo a far fronte a questo altro, a 'ospitarlo' nel nostro modo di pensare? (Pier Aldo Rovatti: Il bello del relativismo, Marsilio)

Integrale e relativo

Io non credo che il farsi largo della Chiesa in ambiti che non sono propriamente suoi dipenda solo dall'incapacità e dalla debolezza dello Stato a farsi garante della sua laicità. Questo è senz'altro vero, come opportunamente ha fatto notare Eugenio Scalfari, ma non basta. Le ragioni più profonde io le andrei a cercare nell'aumento della complessità dovuto alla globalizzazione, che ha indebolito paurosamente la percezione della nostra identità e il nostro senso di appartenenza; nel dilagare dell'incertezza dovuta alla precarizzazione del lavoro che ha fatto implodere niente di meno che l'idea di futuro; nell'11 settembre che ha diffuso l'idea dell'Occidente minacciato che, bando alle chiacchiere e alle mollezze della tolleranza e del pluralismo, ha spinto tutti alla ricerca frettolosa di un'identità da contrapporre oggi al mondo islamico e domani alla Cina.

Non si spiegherebbe diversamente perché il razzismo alla Oriana Fallaci è diventato un bestseller in tutto l'Occidente e la condanna del relativismo (a favore del suo rovescio che è il dogmatismo, quando non il fondamentalismo) di papa Ratzinger non trovi opposizioni, ma al contrario raccolga consensi anche da parte degli atei definiti per l'occasione "devoti". Quando il presente si sente minacciato e il futuro appare sempre più incerto e buio, in un'assenza totale di pensiero (che forse è la più corretta definizione di "pensiero unico") si ricorre frettolosamente al passato per reperire nella tradizione e nella religione quelle risorse simboliche che possono arginare il senso di disgregazione e di minaccia, se solo vengono riproposte in modo integralista e sottratte all'atteggiamento critico della discussione, vissuta come estenuante.

Ma siccome l'Occidente appare, tra le civiltà emerse nella storia, quella che ha reperito la propria specificità nell'affrancarsi dall'assolutismo, dal dogmatismo, dall'intolleranza, è davvero curioso che, di fronte alla disgregazione contemporanea, rinunci alla sua peculiarità per rifugiarsi in un'identità del passato, quando, senza dialogo, senza ospitalità, senza tolleranza, senza relativismo, l'Occidente non era in nulla dissimile dalle altre civiltà.

La Chiesa queste cose le sa e, riproponendo in modo integralista la sua tradizione millenaria volutamente sottratta al dibattito, approfitta dello stato di incertezza del mondo non tanto per dare una risposta alle paure dell'uomo contemporaneo, quanto  per allargare la sua sfera di influenza tra quanti, e sono i più, non si sono mai accostati alla fatica del pensiero, e perciò sono ben disposti ad abbracciare una fede che dia loro certezza e soprattutto appartenenza e identità.


Umberto Galimberti


Lettera scritta da P.B. a Galimberti


Mi permetta di riprendere il discorso dalla sua bella risposta pubblicata sull'inserto D la Repubblica delle Donne con il titolo "Coraggio siate laici". Ben vengano, di questi tempi "in cui assistiamo al rifiorire dei fondamentalismi religiosi, cristianesimo compreso", l'elogio del laicismo e l'esortazione all'uso della ragione. Qualche giorno fa Eugenio Scalfari, su la Repubblica, denunciava l'esistenza in Italia di una questione cattolica, cioè un'invadenza poco laica della Chiesa cattolica nella laicità dello Stato.

La Chiesa fa il suo mestiere che è quello della confessionalità e non certo della laicità. Dunque non è alla Chiesa che dobbiamo chiedere conto dei danni prodotti dalla questione cattolica. Danni ingenti laddove la confessionalità e la fede nella dottrina limitano la libera ricerca e il libero pensiero.

Ora, se, come lei sostiene, "c'è una responsabilità a non essere laici", essa va in primo luogo imputata allo Stato, cioè a chi, essendo fuori dalla confessionalità, ha il dovere etico di arbitrare, garantire e tutelare la laicità della vita civile. Ma, se, come sostiene Eugenio Scalfari, in Italia è sempre più diffusa la questione cattolica, ciò significa che il nostro Stato non è custode e garante della sua laicità. Questa anomalia avviene tutti i giorni nel nostro Paese; basti pensare all'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali con insegnanti per di più pagati dallo Stato e nominati dai vescovi, insegnanti che non insegnano la storia delle religioni, peraltro già insegnata nelle ore di storia, ma affrontano tematiche di ogni genere allo scopo di diffondere la catechesi cattolica, facendo in questo modo entrare nel bel mezzo della laicità dello Stato, qual è appunto la trasmissione dei saperi, la confessionalità di una fede.

Ricordiamo anche l'episodio deplorevole del ministro della Pubblica istruzione che proponeva di togliere l'insegnamento della teoria evoluzionista dai programmi scolastici, o le dichiarazioni sull'omosessualità come peccato del ministro Buttiglione al Parlamento europeo che scandalizzarono le menti laiche d'Europa, ma che in Italia determinarono un'alzata di scudi a difesa della cattolicità minacciata dall'Europa eretica; per citare solo alcuni casi in cui i vertici dello Stato non sanno tutelare la laicità dello Stato stesso e della società civile.


P B