La giovinezza non è un transito

Mi avete fregato di nuovo,
ma io sarò maestro meglio di voi
(
Lettera a una professoressa della scuola di Barbiana)



Ero intontita dal repentino risveglio che non mi dava il permesso di staccarmi dal mondo dei sogni, vagavo per la cucina in cerca di un appiglio che mi riportasse alla realtà e mi è venuto incontro il suo articolo, si è seduto sul tavolo e mi ha detto: Leggimi. Io l'ho letto. Pubblicava la lettera di un probabile ragazzo, come tanti, sconcertato dalla realtà circostante.

Da tre anni a questa parte mi capita sempre più spesso di discutere riguardo ai cambiamenti della scuola, alle relazioni che si instaurano tra professori e alunni, ai metodi e via dicendo; ogni volta il discorso rotola in discesa, e la discesa a mano a mano che passa il tempo diventa sempre più ripida, si trasforma in uno scivolo al termine del quale la biglia di parole prende il volo e disegna in cielo una parabola dalla lunga gittata, che ricopre ogni sorta di ambito sociale, dai rapporti nel nucleo familiare sino a quelli riguardanti il cittadino e lo Stato, e tutte le volte, inevitabilmente, la biglia casca a terra e si ferma, e non v'è fantasia che s'ingegni a creare nuovi stratagemmi per farle continuare il percorso, silenzio.

Vi sono però nel lancio della biglia due costanti che ho notato solo dopo questi pochi anni di allenamento e cioè chi la lancia e perché. Spesso il discorso nasce per rispondere ad accuse rivolte ai giovani, che non so se per recita o reale sentimento vengono considerati molli, stupidi e inetti, incapaci insomma di assumersi la responsabilità di condurre una vita loro propria personale. Nel rispondere però, noi giovani avvocati del silenzio facciamo il gioco di coloro che devono estirparsi dalla coscienza un senso di colpa che risulta sempre più grave nei nostri confronti: il giovane non mette molto a dimostrare la vacuità delle accuse rivoltegli, a mostrare la stupidità di coloro che si considerano adulti.

Questi ultimi, rivolgendoci allora il volto tra lacrime di pentimento, chiedono perdono in ginocchio aggrappandosi ferocemente (in guisa, io trovo, vergognosa) con mani e denti alla cultura cattolica che ancora pervade le nostre vite sin dalla nascita. La cultura cattolica prevede il perdono, e l'adulto nel perdono che il giovane gli dovrebbe concedere vede una doppia valenza: esso lusinga il giovane, che si sente paragonato a un dio o comunque a un essere dalla più nobile essenza di chi si piega alla sua parola, e nello stesso tempo scioglie la colpa e trasferisce la vera responsabilità di vita, non personale ma universale, sul groppone di chi li perdona.

D'altra parte cosa si può fare? Rifiutare il genitore? Una tale azione è romantica, non trova cibo di cui nutrirsi in una società dove le urla e le gesta non scaturiscono dal pathos ma dallo spettacolo. Non chiedeteci perdono, lasciateci cantare. C. Genova

Si è soliti dire che i giovani rappresentano il futuro. E con ciò si pensa che un giorno diventeranno adulti. Quindi la loro età è un transito. Niente di più falso. Il futuro è già ben descritto nel presente giovanile che, se appare aberrante, è perché noi adulti, consegnati alla nostra rassegnazione quando non al cosiddetto sano realismo, abbiamo svilito il mito della giovinezza, che è quel dispositivo simbolico in cui sono già ben descritte le figure del futuro che solo la nostra pigrizia mentale e affettiva ci impedisce di cogliere.

Il mito della giovinezza, forse più noto ai ricercatori di mercato che ai sociologi, agli psicologi, agli educatori e agli stessi genitori, deve essere riconosciuto e riconsegnato ai giovani, che lo vivono comunque, ma un po' alla cieca, perché è stata loro sottratta la mappa che Maurizio Stefano Mancuso ne Le frecce dell'eroe (Franco Angeli) prova a rintracciare, ricomponendo i pezzi, spesso incodificabili, dei comportamenti giovanili. Mito della giovinezza significa innanzi tutto espansività. Già gli antichi greci avvertivano che la vita non è eterna ma breve, e proprio perché breve, va vissuta in tutta la sua espansività.

Espansività vuol dire pienezza, quella pienezza cantata da Africa United: Ci sono notti che le labbra bruciano nel sale, quelle notti da farci l'amore fin quando fa male. Espansività vuol dire potenza che si esprime nello spirito animale del giovane che sfida romanticamente gli elementi, puro tuffo nella vita che osa la temerarietà.  Espansività vuol dire accelerazione della vita che detesta la ripetizione e giunge a stressare l'esperienza fino al disastro che, come ci ricorda Steiner, è una pioggia di stelle sull'umanità.

E poi coralità giovanile ben espressa da quella canzone dei Beatles: Io sono lui, come tu sei lui, come tu sei me e noi siamo tutti assieme. Sensazione di appartenere a una comunità nascente, sentimento di nascere insieme al mondo, di essere tra giovani prima ancora che nel mondo. Stupore incantato del riconoscimento, da cui nasce la propria identità, non attraverso un processo di interiorizzazione ma, come dice il poeta spagnolo V. Alexandre: Attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore, per intonare, direbbe Apollinaire, il canto di tutto l'amore del mondo.

Vogliamo restituire questi valori ai giovani che li vivono comunque, ma spesso oppressi dal senso di colpa che li porta alla demotivazione, quando non alla disistima di sé?


U. Galimberti - La Repubblica, 25.3.06