Babbo
Natale o Gesù
Bambino?
Babbo Natale, quell’anziano e rubicondo gigante in ottima salute che
incontriamo per le strade o vediamo nelle vetrine dei negozi durante il
periodo natalizio, proviene dagli Stati Uniti. Non è però
nato in America: vi giunse, come un emigrante, il giorno del suo
onomastico. Il 6 dicembre 1492, Cristoforo Colombo entrò nel
porto di Bohio, a Haiti, e lo ribattezzò con il nome cristiano
di San Nicola. A partire da quel giorno, Nicola fece una brillante
carriera, diventando quel Santa Claus, o Babbo Natale, che è poi
il simbolo della festa nel mondo.
Un simbolo contestato, perché i doni, la ricchezza, l'opulenza,
il consumismo, lo spreco che alla sua figura si accompagnano
contrastano con la povertà del Bambin Gesù, nato in una
grotta, riscaldato dal fiato di un bue e di un asinello. Come si
conciliano questi miti così diversi nel giorno di Natale? Non si
conciliano, eppure convivono. Tutto sta nello scoprirne la chiave:
Santa Claus, o Babbo Natale, è San Nicola di Mira (oggi Dembre),
in Turchia. Da qui, nel 1087, marinai baresi prelevarono le reliquie e
le portarono in Puglia.
Rispetto all’ascetico santo originario, oggi Santa Claus o Babbo Natale
è ingrassato e arricchito, per ben rappresentare la potenza e
l'opulenza che caratterizzano la società occidentale. Questa
trasformazione non è dell’ultima ora: precede il Piano Marshall
e la diffusione dell’american style.
Il passaggio da San Nicola a Santa
Claus è stato lungo e lento, e soprattutto caratterizzato da
quell’antichissima tradizione che vuole il ritomo dei morti,
cioè degli antenati. La tradizione indica la successione
generazionale, per cui chi si appresta ad abbandonare questa terra
lascia i suoi beni a chi viene dopo, per la sua prosperità.
Forse per questo Plutone, dio dell'Ade, era anche il dio della
ricchezza. Così come il Bambino della grotta si
sacrificherà per donare la vera vita agli uomini.
Gli scenari sono radicalmente diversi, ma identica è l'idea che
la prosperità di chi viene al mondo è un dono di chi se
ne va.
Eppure, nonostante questa apparente identità di significati,
Babbo Natale e il Bambino Gesù restano tra loro incompatibili, e
non tanto perché uno è vecchio e l'altro è
neonato, ma perché il primo incarna l’idea del tempo ciclico, che ripete se stesso
nella rassicurante successione delle stagioni (non solo meteorologiche,
ma anche della vita). Invece la nascita di Gesù inaugura un tempo lineare che ha una
finalità: la redenzione degli uomini e l'avvento del Regno di
Dio.
Nel tempo ciclico non
c'è rimpianto e non c'è attesa, non esiste futuro diverso
dalla pura e semplice ripresa del passato, che il presente ribadisce.
Non c'è nulla da attendere, se non ciò che deve
ritornare. Incarnando questo tipo di temporalità, Babbo Natale
è rassicurante: i doni che offre ai bambini sono per la loro
crescita, affinché il ciclo si compia nella successione delle
generazioni.
Nel tempo lineare che
Gesù Bambino inaugura, il primato non appartiene al passato
della tradizione, che ripete se stessa, ma al futuro, che promette nuovi cieli e nuove terre. E anche
quando i processi di secolarizzazione sbiadiranno la promessa
cristiana, verrà mantenuta la visione del tempo dove il passato
è male, il presente redenzione, il futuro salvezza. La scienza
si incaricherà di segnalarlo nel progresso: l'utopia e la
rivoluzione, nel rovesciamento del dominio del male nel dominio del
bene. Forse per questo le rivoluzioni danno vita a nuovi calendari, a
nuove misurazioni del tempo; perché, a differenza dell'utopia
che ha bisogno di tanto futuro, la rivoluzione prende fuoco per un altro futuro. Queste due diverse
visioni del tempo - l'una colloca la speranza nella ripresa del
passato, l'altra nell'attesa del futuro - indussero Paolo VI, nel
febbraio del 1969, a trasformare la festività di San Nicola da
obbligatoria a facoltativa. Così i culti agropastorali a sfondo
pagano, che la festa riprendeva ed esprimeva nel suo omaggio alla
tradizione, non avrebbero oscurato il messaggio cristiano, che è
attesa del futuro.
Oggi, che viviamo un neopaganesimo di ritorno - non necessariamente
anticristiano - il Bambino Gesù può convivere con Babbo
Natale e, di conseguenza, concorrere alla celebrazione del valore della
famiglia, dove i doni del padre, materiali e valoriali, figurano come
condizioni per la buona crescita dei figli. La famiglia, questo nucleo
portante della società, che diventa sempre più importante
quanto meno la società è protettiva, compone le due
tradizioni: quella pagana che guarda al passato, al tempo in cui i
padri hanno accumulato la ricchezza che saranno destinati a cedere, e
quella cristiana che guarda al futuro, al tempo dei figli destinatari
di quella ricchezza di cui in ogni ricorrenza natalizia si porge un
simbolico anticipo sotto la forma del dono della gratuità,
dell'aiuto al di fuori di ogni logica di un mercato che non conosce il
dono ma solamente lo scambio.
Con il loro dono agli esseri più deboli e indifesi, ovvero i
bambini, sia Babbo Natale che il Bambino Gesù attivano, in una
società mercantile e contrattuale in ogni suo aspetto, il tema
della gratuità, quasi a voler ribadire che, senza gesto gratuito
e senza dono, i padri muoiono privi della consolazione di un futuro, e
ai bambini manca la prospettiva di un avvenire. Il tema resta sempre il
tempo che abbraccia le generazioni, le quali possono succedere l'una
all’altra perché, al di là dei nostri calcoli economici,
un gesto gratuito le genera e le alimenta. Sarà per questo che
il Natale è una festa così importante: accomuna riti
pagani e speranze cristiane e, al di là di tutti gli steccati,
parla di pace in quell'unica forma credibile - perché non
contrattuale - che è il dono che un padre porge a suo figlio.
Perché così vuole la legge di natura, al di là
delle macchinazioni degli uomini di cui è gravida la storia.
U. Galimberti
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da “D, la Repubblica delle donne”, 17/12/2005