Umberto
Galimberti
Aborto
Le nostre anime davanti a quel
tabù
Quando una pratica come l´aborto è antica quanto la storia
dell´uomo ha poco senso schierarsi pro o contro. Molto più
importante, penso, sia capire, per quel che è possibile, quali
significati nascosti e segreti si racchiudono in questo evento
tabù che in un istante fa coincidere in modo drammatico la vita
e la morte.
"Abortire" viene dal latino "ab-oriri" che vuol dire "non nascere". La
natura quasi sempre rifiuta l´aborto perché, per la
conservazione della specie, ha bisogno di tanta vita. Non perché
la vita sia "sacra". Alla natura non appartengono giudizi di valore.
Per questo essa spreca tante vite senza rimpianto. Ciò che deve
perire non può essere salvato, perché altre vite urgono.
Per questo la natura non indugia su ciò che muore, perché
quello che vive deve la sua vita a molte morti. E siccome questa
crudeltà è condizione di vita, la crudeltà, la
morte, il dolore non cadono sotto il dominio della morale, ma,
nell´ordine della natura, mantengono la loro innocenza.
La natura, infatti, è ciclo crudele e innocente di vita e di
morte, dove l´una è concessa a condizione che
l´altra accada. Alla natura i singoli individui interessano solo
in quanto riproduttivi. Le loro biografie, le loro storie, i loro
progetti, i loro sogni, il senso che essi cercano nel breve tragitto
della loro esistenza, alla natura non interessano proprio nulla
perché, come vuole l´immagine di Goethe: “Nel vortice
della sua danza sfrenata la natura si lascia andare con noi,
finché siamo stanchi e le cadiamo dalle braccia. La vita
è la sua invenzione più bella e la morte è il suo
artificio per avere molta vita. Sembra che abbia puntato tutto
sull´individualità, eppure niente le importa degli
individui”.
Questa, tra natura e individuo, è la grande contraddizione che
nel corpo della donna, dove le esigenze della natura e quelle della
propria soggettività confliggono, diventa la grande lacerazione
che non consente sempre alla donna di coincidere con l´istanza
materna e all´istanza materna di essere sempre compatibile con la
realizzazione della propria individualità. L´aborto
è solo il drammatico epilogo di questa lacerante contraddizione,
che viene prima di tutte quelle giustificazioni razionali,
assolutamente da non trascurare, che sono l´età in cui si
resta incinte, il numero dei figli già nati, le risorse
economiche della famiglia, il costo delle abitazioni, la scarsa
disponibilità di nidi e di asili, la sempre maggior
difficoltà delle famiglie nucleari di oggi di farsi aiutare.
Tutte queste ragioni vengono dopo, molto dopo. Prima di queste,
inconfessatamente, segretamente, inconsciamente, c´è il
rifiuto della donna di consegnarsi ineluttabilmente e
incondizionatamente alle richieste della natura che guarda gli
individui esclusivamente come fattori riproduttivi per la sua
autoconservazione. Nella donna, infatti, tra la sua soggettività
e il suo essere madre può non esserci coincidenza e
l´aborto è il gesto drammatico che sancisce questa
lacerante distanza.
I rappresentanti dei vari "movimenti per la vita" che oggi si
vorrebbero nei consultori a dispensare i loro consigli, non conoscono
questa lacerazione. Con la parola "vita" essi pensano alla vita della
natura non a quella dell´individuo, dimenticando che è
stato proprio il cristianesimo a far nascere e a far crescere il
concetto di "individuo", emancipando la persona dall´ordine
naturale per instaurarla come compiuta soggettività, a cui
compete capacità di discernimento e libero arbitrio.
E non è chi non vede che la vita e gli interessi
dell´individuo non coincidono sempre e in ogni caso con la vita e
l´interesse della specie. Non è una faccenda di egoismo,
quindi una faccenda morale. È il segno di una contraddizione
insanabile tra la vita della natura e la vita dell´uomo che, a
differenza dell´animale, non coincide perfettamente con
l´ordine naturale. L´aborto, che gli animali non praticano,
è uno dei segni evidenti di questa non coincidenza. Si
dirà: non è necessario arrivare all´aborto, ci sono
i contraccettivi per evitare gravidanze indesiderate. È vero.
L´obiezione è ineccepibile e, a parte la riprovazione
della morale cattolica anche in ordine all´uso dei
contraccettivi, un´adeguata informazione a partire dalle nostre
scuole sarebbe davvero auspicabile.
Ma non basta. L´argomento è ineccepibile, ma purtroppo
è solo un argomento razionale. E come ognuno di noi sa e come
Freud ha cercato di far capire, la sessualità è la
più anarchica fra le attività umane, quella che meno si
lascia domare e civilizzare. Più si cerca di orientare la
contraccezione con argomenti solo razionali più si rischia di
trascurare quelli arcaici e inconsci che accompagnano ogni atto
sessuale, con rappresentazioni immaginarie di fecondazione, del tutto
indipendenti da una sua realizzazione effettiva. Dovunque la
sessualità viene costretta da regole, essa cerca altre strade
per dare espressione alla sua dimensione anarchica.
E se la sessualità agisce irrazionalmente, altrettanto vale per
la contraccezione a essa vincolata. Una contraccezione sicura al cento
per cento appiattisce la sessualità e la priva di quel fattore
di rischio che fa parte dell´eccitazione, a sua volta legata a
inconsci e arcaici legami del fecondare e dell´essere fecondate
di cui, almeno sul piano psichico, l´atto sessuale non può
essere del tutto deprivato.
Se la contraccezione è un evento razionale, tecnico e
indiscutibilmente non erotico non è difficile comprendere come
mai spesso esso arrivi non prima ma dopo il sesso, nella forma
drammatica dell´aborto. E questo lo diciamo non per giustificare
chi non usa contraccettivi, ma per capire perché talvolta si
dimentica di assumere regolarmente la pillola, di infilare come si deve
il preservativo, o perché si preferiscono pratiche e metodi che
hanno il "vantaggio" di non essere sicuri al cento per cento. Se la
sessualità non è solo evento idraulico ma evento
psichico, la sua connessione inconscia con la fecondazione è
ineliminabile. La pillola del giorno dopo - e la RU486 intorno a cui si
è aperto in questi giorni un vivace dibattito, quando non un
vero e proprio conflitto tra strutture sanitarie e ministero della
Sanità - sarebbe forse più razionale e certo più
rispettosa del conflitto che esiste tra la natura anarchica della
sessualità e la responsabilità richiesta dalla gravidanza.
Si terrebbe infatti in debito conto l´irrazionalità della
sessualità e successivamente la determinazione
dell´individuo a volere o non volere un figlio. Prima si è
festeggiato, poi si fa ordine. Ma per molti questi due tempi aprono un
varco all´irresponsabilità, donde le discussioni e i
conflitti. E tutto questo sul corpo della donna, perché
all´uomo fin dall´origine della sua storia,
ininterrottamente fino a oggi, è stato concesso di uccidere a
viso aperto nelle guerre, con tenui riprovazioni e mille
giustificazioni. E questa voluttà di uccidere che W. Burkert ha
così ben descritto in Homo necans (1972), è giustificata
quando avviene a opera degli uomini nei teatri di guerra, e riprovata
quando accade nello spazio buio e invisibile del corpo delle donne.
Dov´è la differenza tra questi due modi di esprimere la
pulsione di distruttività e di morte che, a sentire Hegel e poi
Freud, sembra un tratto distintivo della specie umana?
Penso che la differenza sia nel fatto che nella guerra si uccide e
basta. Quindi la distinzione tra bene e male resta chiara.
Nell´aborto si sopprime l´effetto di un atto d´amore.
E questo cortocircuito tra l´amore e la morte resta ancora un
mistero che, accostando due situazioni-limite, e tra loro contrastanti,
dell´umano, resta incomprensibile al maschio che non vive il
dramma nel suo corpo, e secretato dalla donna, che più
dell´uomo sa, senza poterlo fino in fondo svelare,
cos´è davvero nascere e morire.
la Repubblica, 29
novembre 2005