Utopia e/o Responsabilità?
“O Dioniso, sei tu il nostro prototipo?“
"Così - aggiunge Ostellino -
parla il Papa". Ci sembra, questa, una sintesi troppo frettolosa; anche
perché il Papa non pensa né può pensare così. Può darsi che pensi peggio di
così, ma non così per il semplice motivo che crede nel “peccato originale”. Del
quale peccato Gesù Cristo è venuto a redimerci. C’è sicuramente qualche sofisma
in tutti questi passaggi, ma con pazienza analitica bisogna individuarlo e
semmai a raddrizzarlo.
Disarmanti sono, comunque, le
conclusioni di Ostellino; il quale sotto il naso di Platone, e
ignorando Gesù Cristo, accusa Dio di averci fatti brutti e cattivi.
Più che liberalismo, quello di Ostellino,
è gelido determinismo. Ma procediamo con circospezione.
Intanto scorporiamo Marx da
Rousseau e rimandiamo ad altra occasione la ricerca dei caratteri della sua
utopia. Rousseau, poi, non ha orrore dell'utopia, ma solo del pregiudizio. Ed
ecco perché rilancia, in piena civiltà cristiana, la definizione dell'uomo. Non
diciamo che Rousseau abbia la meglio sul Messaggio evangelico, ma dobbiamo
riconoscere che è vittorioso nei confronti del Cristianesimo reale, che,
partendo dal presupposto del "peccato originale" aveva dato origine a
quell'Ancien Régime che Ostellino, da buon liberale, non può non rifiutare (o
no?). Ebbene, Rousseau per cambiare musica ha dovuto - o meglio - ha pensato di
contestare il dogma centrale dell'etica cristiana e cioè la dottrina del
"peccato originale", in nome della quale veniva frenato qualsiasi
progresso sociale. Ed ecco il colpo di tromba: "L'uomo è buono, gli uomini
sono cattivi". Se, infatti, si parte dal presupposto che l'uomo é cattivo
non c'è più redenzione, né salvezza né progresso sociale. Nella concezione
cristiana tradizionale l'uomo diventa cattivo in seguito al "peccato
originale allora bisogna fare qualcosa perché diventi buono. Da qui la
pedagogia repressiva l'autoritarismo, ecc. Rousseau rovescia i termini e
afferma che la società è cattiva mentre l'uomo è buono; per cui bisogna far
qualcosa perché non diventi cattivo. Da qui le riforme che hanno la loro radice
nel Contratto Sociale entro cui bisogna inserire Emilio, educato con metodo
negativo o indiretto.
A nostro giudizio Rousseau non ha
preso la via marxiana della rivoluzione quando si convinse che l'uomo è buono,
gli uomini sono cattivi. Si è applicato a sanare la parte buona (o meglio: a
mantenerla sana) in attesa di inserirla contestualmente nell'ambiente rinnovato
(da qui la convergenza tra pedagogia e politica). Certo, Rousseau poteva
portare la sua attenzione sulla “società cattiva” e concludere che bisognava
aggredirla a colpi di stanga per raddrizzare la schiena ai singoli; ma Rousseau
imbocca la strada delle riforme istituzionali a livello concettuale (la
proprietà, l'autorità, la libertà, ecc.). E il Contratto Sociale è alla base di
tutte le costituzioni europee e mondiali. Le quali, tuttavia, sono entrate in
una crisi di identità. E ciò perché è rimasto bloccato il loro “dover essere”
(il non più falsificabile) e cioè la libera determinazione dei gruppi, sciolti
dalla schiavitù dello Stato nazionale, sovrano e programmatore.
Il Governatore della Banca
d'Italia, pur respingendo le concezioni totalitaristiche che vedono nello Stato
la “misura ultima del bene” e ciò anche se lo Stato è democratico ed elettivo -
mentre (lo diciamo con malizia) lo Stato andava bene quando era assolutista, ma
secondo il cuore di Dio, come all'epoca di Carlo Magno o di Luigi XIV - il
Governatore, si diceva, pur respingendo le concezioni totalitaristiche invita a
rifuggire dall'individualismo radicale e a trovare la salvezza nella ricerca
del bene comune, inteso in senso morale. Fin qui - osserviamo - c'era arrivato
anche S. Tommaso. Il quale, però, s'era fermato alle tre giustizie classiche:
legale, distributiva, commutativa.
A un certo punto è entrata in
ballo la “giustizia sociale” e ha fatto perdere l'equilibrio all'etica
cristiana degli ultimi settant'anni.
li Governatore Fazio,
prudentemente, non si appella alla “dottrina sociale della Chiesa” e si rifà,
invece, al “Corpo mistico” idealmente inteso. S.Paolo, infatti nel proclamare
questa verità cade in qualche défaillances. E vi cade perché tenta la prima
interpretazione totalizzante del Messaggio evangelico.
Difficile dire se in lui prevalga
la deduzione o l'induzione, l'analisi o la sintesi, specie quando tocca il
quadro socio-politico della sua epoca. Inoltriamoci, per qualche istante, nel
territorio delle sue lettere. Ecco, per es., come si configura la comunità dei
credenti nella 1 Cor, 12,12.
"Tutti - vi si dice - siamo stati battezzati in un solo Spirito per
formare un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi (...). Ora il corpo non
risulta di un membro solo (… ). Se un membro soffre tutte le membra soffrono
insieme". Tutto ciò significa almeno due cose: che il battesimo è
orientato a formare un solo corpo e che la capacità di soffrire insieme
dovrebbe segnare il superamento definitivo non solo dell'Apologo di Menenio
Agrippa, ma anche dell'homo homini lupus.
Solo a condizione, infatti, che ognuno sia membro del corpo di Cristo, la ecclesia è vero corpo di Cristo. In caso
contrario S. Paolo è solo l'antesignano di quei sociologi - come per es.,
l'Espinas e il Sallilas - che paragoneranno l'organismo sociale all'organismo
corporeo. In altre parole: la sofferenza comune si estende a tutte le attività
umane, e in primis al rapporto di
lavoro - e cioè al settore della produzione dei beni essenziali - oppure siamo
di fronte a un appello mistico di nuova specie; ma incapace di portare la
salvezza dentro ai meccanismi del disordine sociale. Poi, S. Paolo deve
prendere delle decisioni pratiche e suggerire delle condotte. "Voi padroni
- dice in Colossesi, 4X I - date ai
vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone
in cielo". Dunque ci sono in giro dei padroni anche dentro alla chiesa. Ci
saremmo aspettati che Paolo dicesse: "Date ciò che è giusto perché siamo
membra di Cristo e quindi fratelli in senso forte nell'unico Padre"; e
invece, troviamo l'appello a una giustizia distributiva, la cui definizione è
affidata a una sorta di scatola cinese, nel cui fondo appare l'immagine di un
Dio-Padrone.
Il Governatore Fazio crede che la
dottrina del corpo mistico sia non solo un tesoro cristiano (o dei cristiani);
ma un tesoro estensibile ad ogni uomo “che sia membro di una società civile”.
Ostellino teme che il concetto stesso di "bene comune" - ci si figuri
poi la tesi del corpo mistico - sia estraneo all'uomo in carne ed ossa, sia
esso cristiano o non. L’esperienza storica attesta che la società non è fondata
su un “principio etico”, ma regolata da istituzioni e da leggi derivate dal “contratto civile” sottoscritto
liberamente dai cittadini nella convinzione che “L’uomo sia lupo dell’uomo”. Ma
questa è stata la soluzione dell’utopista Rousseau, diversa da quella di
Hobbes; per il quale, essendo l’uomo lupo all’uomo conveniva immaginare il
Leviatano come un grande lupo che tiene a bada i piccoli lupi.
Il Governatore Fazio ragiona con
le categorie formalmente cristiane delle Encicliche posteriori alla Rerum Novarum, ma non arriva così
nemmeno al livello Platonico del discorso. Il quale Platone pensa che gli
uomini, se vogliono essere tali, debbono lasciarsi guidare dagli Dei, così come
gli animali possono realizzare se stessi, ed essere domestici in pace, solo se
sono guidati dall'uomo che è loro superiore. E sempre Platone non fa discorsi
all’impresa su bene comune; dichiara tuttavia che una società qualsiasi sarà
sempre in agitazione se il dislivello dei salari supererà il numero quattro.
Ostellino dice al Governatore - lui liberale e non, bolscevico - che i
lavoratori hanno conquistato tutti i loro diritti grazie alle "battaglie
dei movimenti operai e dei sindacati; e non perché il Capitale si sia
raccordato con le categorie del bene comune" e si sia ricordato dell'etica
di relazione. D'accordo, ma ecco una dornanda rnaliziosa a Ostellino: e coloro
che hanno promosso le battaglie, erano utopisti, disperati, fiduciosi nella
redimibilità dell'uomo'? Tra costoro c'era, forse anche quel Gesù Cristo che,
come primo passo per accedere alla redenzione, chiede una metanoia.
Il Governatore Fazio appartiene a
quell'esercito di uomini "religiosi”, i quali si rifanno al Messaggio
cristiano, ma dopo averlo ridotto al rango di "religione", dove la
realtà resta nella sua dannazione oppure ci si illude - senza mettersi in gioco
- di santificarla con l'appello alla moralità o a qualche rito. Platone - è
noto - rifiuta il principio di Protagora
secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose e grida che Dio è "la
massima misura di tutte le cose”; ma pur indicando il tempio di Delfo per dare soddisfazioni ai "bisogni religiosi”,
grida alla comunità che il dislivello dei salari deve stare dentro al numero
quattro.
Gesù Cristo corre alla ricerca
della "smarrita”, perché non le capiti di superare la soglia
dell'irreversibile, blocca Zaccheo e la Samaritana sulla via dell'onestà
liberale, in nome di una metanoia; ma
con la parabola dei lavoratori della vigna va oltre Platone e prevede - per
coloro che sono cristiani per metanoia - la
parificazione dei salari, dopo aver raccontato la parabola dei talenti.
Ostellino la vince su Fazio, perché Fazio è "religioso" non cristiano,
ma perde di fronte a quel Cristo che si presenta come salvatore dell'uomo e
quindi anche della logica del macellaio di cui parla A. Smith. No, egregio e
caro Ostellino, Dio non ci ha fatti "brutti e cattivi". Tali siamo
perché non abbiamo capito il senso della Redenzione.
Dunque di tutte e due le carenze
siamo i soli responsabili perché vogliamo essere liberi nell'errare (e cioè
schiavi); mentre soltanto la verità rende liberi e quindi belli e buoni.
Aldo
Bergamaschi