Da FRATE FRANCESCO, Anno 76, n° 4, Aprile 2000, pagg. 6-7-8-9

Utopia e/o Responsabilità?
“O Dioniso, sei tu il nostro prototipo?“

Pietro Ostellino sul Corsera del 21/2/00 prende in esame – esame teoretico - le analisi del Governatore Fazio, relative alle durezze del Capitalismo, e dice di condividerle “sostanzialmente”.
Ma, subito dopo, rimprovera il Governatore, bonariamente, perché chiede al capitalismo, al mercato, all'impresa, all'individuo ciò di cui essi non possono dare prova: altruismo, equità, giustizia. Breve: il buon Governatore Fazio crede che i sistemi siano costruiti dall'uomo - pensato costui come animale razionale, religioso, ecc. - capace di inventare le proprie costruzioni e di pilotarle. Ostellino crede, invece, che i sistemi siano cose indipendenti dal pensiero creante, e siamo molto vicini all'idealismo hegeliano. E quale sarebbe l'errore di Fazio? Lo stesso compiuto da Marx, Rousseau, da tutti i rivoluzionari e utopisti che credono nella natura fondamentalmente buona dell'uomo, nella possibilità della sua redenzione. Tutto ciò, per Ostellino, è una versione del mito del buon selvaggio, corrotto dal progresso.

"Così - aggiunge Ostellino - parla il Papa". Ci sembra, questa, una sintesi troppo frettolosa; anche perché il Papa non pensa né può pensare così. Può darsi che pensi peggio di così, ma non così per il semplice motivo che crede nel “peccato originale”. Del quale peccato Gesù Cristo è venuto a redimerci. C’è sicuramente qualche sofisma in tutti questi passaggi, ma con pazienza analitica bisogna individuarlo e semmai a raddrizzarlo.

Disarmanti sono, comunque, le conclusioni di Ostellino; il quale sotto il naso di Platone, e ignorando Gesù Cristo, accusa Dio di averci fatti brutti e cattivi.

Più che liberalismo, quello di Ostellino, è gelido determinismo. Ma procediamo con circospezione.

 

Intanto scorporiamo Marx da Rousseau e rimandiamo ad altra occasione la ricerca dei caratteri della sua utopia. Rousseau, poi, non ha orrore dell'utopia, ma solo del pregiudizio. Ed ecco perché rilancia, in piena civiltà cristiana, la definizione dell'uomo. Non diciamo che Rousseau abbia la meglio sul Messaggio evangelico, ma dobbiamo riconoscere che è vittorioso nei confronti del Cristianesimo reale, che, partendo dal presupposto del "peccato originale" aveva dato origine a quell'Ancien Régime che Ostellino, da buon liberale, non può non rifiutare (o no?). Ebbene, Rousseau per cambiare musica ha dovuto - o meglio - ha pensato di contestare il dogma centrale dell'etica cristiana e cioè la dottrina del "peccato originale", in nome della quale veniva frenato qualsiasi progresso sociale. Ed ecco il colpo di tromba: "L'uomo è buono, gli uomini sono cattivi". Se, infatti, si parte dal presupposto che l'uomo é cattivo non c'è più redenzione, né salvezza né progresso sociale. Nella concezione cristiana tradizionale l'uomo diventa cattivo in seguito al "peccato originale allora bisogna fare qualcosa perché diventi buono. Da qui la pedagogia repressiva l'autoritarismo, ecc. Rousseau rovescia i termini e afferma che la società è cattiva mentre l'uomo è buono; per cui bisogna far qualcosa perché non diventi cattivo. Da qui le riforme che hanno la loro radice nel Contratto Sociale entro cui bisogna inserire Emilio, educato con metodo negativo o indiretto.

 

A nostro giudizio Rousseau non ha preso la via marxiana della rivoluzione quando si convinse che l'uomo è buono, gli uomini sono cattivi. Si è applicato a sanare la parte buona (o meglio: a mantenerla sana) in attesa di inserirla contestualmente nell'ambiente rinnovato (da qui la convergenza tra pedagogia e politica). Certo, Rousseau poteva portare la sua attenzione sulla “società cattiva” e concludere che bisognava aggredirla a colpi di stanga per raddrizzare la schiena ai singoli; ma Rousseau imbocca la strada delle riforme istituzionali a livello concettuale (la proprietà, l'autorità, la libertà, ecc.). E il Contratto Sociale è alla base di tutte le costituzioni europee e mondiali. Le quali, tuttavia, sono entrate in una crisi di identità. E ciò perché è rimasto bloccato il loro “dover essere” (il non più falsificabile) e cioè la libera determinazione dei gruppi, sciolti dalla schiavitù dello Stato nazionale, sovrano e programmatore.

 

Il Governatore della Banca d'Italia, pur respingendo le concezioni totalitaristiche che vedono nello Stato la “misura ultima del bene” e ciò anche se lo Stato è democratico ed elettivo - mentre (lo diciamo con malizia) lo Stato andava bene quando era assolutista, ma secondo il cuore di Dio, come all'epoca di Carlo Magno o di Luigi XIV - il Governatore, si diceva, pur respingendo le concezioni totalitaristiche invita a rifuggire dall'individualismo radicale e a trovare la salvezza nella ricerca del bene comune, inteso in senso morale. Fin qui - osserviamo - c'era arrivato anche S. Tommaso. Il quale, però, s'era fermato alle tre giustizie classiche: legale, distributiva, commutativa.

A un certo punto è entrata in ballo la “giustizia sociale” e ha fatto perdere l'equilibrio all'etica cristiana degli ultimi settant'anni.

li Governatore Fazio, prudentemente, non si appella alla “dottrina sociale della Chiesa” e si rifà, invece, al “Corpo mistico” idealmente inteso. S.Paolo, infatti nel proclamare questa verità cade in qualche défaillances. E vi cade perché tenta la prima interpretazione totalizzante del Messaggio evangelico.

Difficile dire se in lui prevalga la deduzione o l'induzione, l'analisi o la sintesi, specie quando tocca il quadro socio-politico della sua epoca. Inoltriamoci, per qualche istante, nel territorio delle sue lettere. Ecco, per es., come si configura la comunità dei credenti nella 1 Cor, 12,12. "Tutti - vi si dice - siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei e Greci, schiavi e liberi (...). Ora il corpo non risulta di un membro solo (… ). Se un membro soffre tutte le membra soffrono insieme". Tutto ciò significa almeno due cose: che il battesimo è orientato a formare un solo corpo e che la capacità di soffrire insieme dovrebbe segnare il superamento definitivo non solo dell'Apologo di Menenio Agrippa, ma anche dell'homo homini lupus. Solo a condizione, infatti, che ognuno sia membro del corpo di Cristo, la ecclesia è vero corpo di Cristo. In caso contrario S. Paolo è solo l'antesignano di quei sociologi - come per es., l'Espinas e il Sallilas - che paragoneranno l'organismo sociale all'organismo corporeo. In altre parole: la sofferenza comune si estende a tutte le attività umane, e in primis al rapporto di lavoro - e cioè al settore della produzione dei beni essenziali - oppure siamo di fronte a un appello mistico di nuova specie; ma incapace di portare la salvezza dentro ai meccanismi del disordine sociale. Poi, S. Paolo deve prendere delle decisioni pratiche e suggerire delle condotte. "Voi padroni - dice in Colossesi, 4X I - date ai vostri servi ciò che è giusto ed equo, sapendo che anche voi avete un padrone in cielo". Dunque ci sono in giro dei padroni anche dentro alla chiesa. Ci saremmo aspettati che Paolo dicesse: "Date ciò che è giusto perché siamo membra di Cristo e quindi fratelli in senso forte nell'unico Padre"; e invece, troviamo l'appello a una giustizia distributiva, la cui definizione è affidata a una sorta di scatola cinese, nel cui fondo appare l'immagine di un Dio-Padrone.

 

Il Governatore Fazio crede che la dottrina del corpo mistico sia non solo un tesoro cristiano (o dei cristiani); ma un tesoro estensibile ad ogni uomo “che sia membro di una società civile”. Ostellino teme che il concetto stesso di "bene comune" - ci si figuri poi la tesi del corpo mistico - sia estraneo all'uomo in carne ed ossa, sia esso cristiano o non. L’esperienza storica attesta che la società non è fondata su un “principio etico”, ma regolata da istituzioni e da leggi derivate  dal “contratto civile” sottoscritto liberamente dai cittadini nella convinzione che “L’uomo sia lupo dell’uomo”. Ma questa è stata la soluzione dell’utopista Rousseau, diversa da quella di Hobbes; per il quale, essendo l’uomo lupo all’uomo conveniva immaginare il Leviatano come un grande lupo che tiene a bada i piccoli lupi.

Il Governatore Fazio ragiona con le categorie formalmente cristiane delle Encicliche posteriori alla Rerum Novarum, ma non arriva così nemmeno al livello Platonico del discorso. Il quale Platone pensa che gli uomini, se vogliono essere tali, debbono lasciarsi guidare dagli Dei, così come gli animali possono realizzare se stessi, ed essere domestici in pace, solo se sono guidati dall'uomo che è loro superiore. E sempre Platone non fa discorsi all’impresa su bene comune; dichiara tuttavia che una società qualsiasi sarà sempre in agitazione se il dislivello dei salari supererà il numero quattro. Ostellino dice al Governatore - lui liberale e non, bolscevico - che i lavoratori hanno conquistato tutti i loro diritti grazie alle "battaglie dei movimenti operai e dei sindacati; e non perché il Capitale si sia raccordato con le categorie del bene comune" e si sia ricordato dell'etica di relazione. D'accordo, ma ecco una dornanda rnaliziosa a Ostellino: e coloro che hanno promosso le battaglie, erano utopisti, disperati, fiduciosi nella redimibilità dell'uomo'? Tra costoro c'era, forse anche quel Gesù Cristo che, come primo passo per accedere alla redenzione, chiede una metanoia.

 

Il Governatore Fazio appartiene a quell'esercito di uomini "religiosi”, i quali si rifanno al Messaggio cristiano, ma dopo averlo ridotto al rango di "religione", dove la realtà resta nella sua dannazione oppure ci si illude - senza mettersi in gioco - di santificarla con l'appello alla moralità o a qualche rito. Platone - è noto - rifiuta il principio di Protagora  secondo cui l'uomo è misura di tutte le cose e grida che Dio è "la massima misura di tutte le cose”; ma pur indicando il tempio di Delfo per dare soddisfazioni ai "bisogni religiosi”, grida alla comunità che il dislivello dei salari deve stare dentro al numero quattro.

Gesù Cristo corre alla ricerca della "smarrita”, perché non le capiti di superare la soglia dell'irreversibile, blocca Zaccheo e la Samaritana sulla via dell'onestà liberale, in nome di una metanoia; ma con la parabola dei lavoratori della vigna va oltre Platone e prevede - per coloro che sono cristiani per metanoia - la parificazione dei salari, dopo aver raccontato la parabola dei talenti. Ostellino la vince su Fazio, perché Fazio è "religioso" non cristiano, ma perde di fronte a quel Cristo che si presenta come salvatore dell'uomo e quindi anche della logica del macellaio di cui parla A. Smith. No, egregio e caro Ostellino, Dio non ci ha fatti "brutti e cattivi". Tali siamo perché non abbiamo capito il senso della Redenzione.

Dunque di tutte e due le carenze siamo i soli responsabili perché vogliamo essere liberi nell'errare (e cioè schiavi); mentre soltanto la verità rende liberi e quindi belli e buoni.    

                                                                                                 Aldo Bergamaschi