Da FRATE  FRANCESCO, Anno 76 – n° 7 – Settembre 2000 – Pag. 7-8-9-10

Oltre la tolleranza

“Da che l’uomo ha cominciato a litigare con Dio, non può non litigare con gli uomini“ (K.O.)


Sono più di due secoli che sballottiamo la parola “tolleranza” e il tentativo di definirla è ancora aperto. D'accordo, il tollerante è colui che rifiuta dogmatismo e assolutismo; ma questa definizione, a sua volta, è dogmatica e assoluta? Se è tale (se è un dogmatismo) è da rifiutare.

Ed eccoci, infatti, al paradosso di Epimenide. Epimenide, cretese, dice che tutti i cretesi sono bugiardi, ma anche lui è cretese, dunque non è vero che tutti i cretesi sono bugiardi, ma se lo dice Epimenide che è cretese, dunque...

Per uscire dalla logica del paradosso occorre uscire dal puro linguaggio e misurarsi con la realtà, fare cioè la verifica.

Qualcuno, per es., comincia il suo trattato sulla tolleranza, affermando che il termine ha subito per lungo tempo un uso distorto per colpa della Chiesa cattolica e che poi ha assunto un “significato laico e positivo” con l'umanesimo e il liberalismo.

Infine arriva la definizione dell'ONU: “Rispetto, accettazione e apprezzamento della ricchezza e della diversità delle culture del nostro mondo (...)”. Poi si dice che la “tolleranza laica” è un elemento di coesione politica. Poi c'è sempre la sponda dei “valori comuni” su cui si può costruire un manifesto politico.

Per es., D'Alema, dopo l'incontro con il Papa, avrebbe detto “Cristo è il punto di riferimento di chi si dedica alla vita politica”. “Eh no - insorgono i custodi del concetto autentico di tolleranza - l'etica socialista e popolare per affrontare le scelte morali richieste da una società libera e democratica non abbisogna né di verità rivelate, né di scuole cattoliche o musulmane, bastano i lumi della tolleranza positiva laica, coerente e sincera".

Sennonché, la tolleranza laica dei Ds è diversa da quella, poniamo, di Bossi e di Forza Italia o di AN o delle altre “etiche” in campo.

 

E siamo, ahimé, da capo. In convivenza si, ma con il mal di pancia.

E subito la rissa ad arma bianca per conquistare “democraticamente” il potere e dettare, a spron battuto, l'etica, magari al 49 per cento dei perdenti.

L'affermazione di D'Alema, in teoria, non dovrebbe essere una intrusione della Chiesa nella politica, se è vero che la tolleranza è l'accoglimento dei vari punti di vista.

Il male è che il punto di vista “cristiano” non ha risolto i problemi in predicato, pur predicando per accreditarsi come unica verità. Ora, le verità “rivelate” non sono da escludere perché “rivelate” (se Socrate avesse incontrato Cristo lo avrebbe ringraziato delle sue rivelazioni).

La critica a D' Alema indica che la tolleranza ha come limite la laicità.

Per cui chi crede a una qualche “rivelazione” è soggetto pericoloso di convivenza.

E, d'altra parte, chi crede dice che con chi crede nella pura immanenza (laicità senza valori trascendenti) non è possibile convivere serenamente. E siamo, ancora una volta, al paradosso Epimenide.

Noi a questo punto, facciamo un passo indietro, usciamo dal linguaggio e rimettiamo i piedi sulla realtà. I punti di vista illuministi, liberali, democratici, ecc. non hanno risolto, a loro volta, i problemi in predicato.

E tuttavia abbiamo tutti un punto di riferimento: la razionalità.

 

Ebbene noi riattingiamo non una voce dall'alto (la trascendenza religiosa), ma il Messaggio di un Logos ben inserito nell'immanenza, che s'è espresso con categorie razionali di prima grandezza. E per parlar chiaro distinguiamo nettamente tra Chiesa e Vangelo, sospettando questa di aver abbassato quel messaggio al rango di religione dove tutto è melma tra melma e dove la “ratio laica” - pure melma - a volte la vince su quella “religiosa”. Il bersaglio della “ratio laica” è una “religione” che non ci appartiene in nessuna forma storica.

Il Cristianesimo, infatti, non è una “religione”, ma una novità esistenziale che risolve eo ipso i problemi in predicato, e cioè la sistemazione del sesso (rapporto uomo-donna), la sistemazione del danaro (rapporti socio-economici),la sistemazione del potere (libera determinazione dei gruppi). Noi non brighiamo con le altre ”religioni”per avere voce in capitolo all'ONU. Noi diamo suggerimenti all'ONU per aiutarla a toglierci il mal di pancia della convivenza. Vogliamo esprimerci per paradossi ?

Finché continueremo a costruire carceri dimostreremo che almeno qualche dogmatismo esiste (per es. è male rubare, è male uccidere).

Per togliere ogni dogmatismo non bisogna teorizzare l'antidogmatismo, ma bisogna “dividere le etiche” e dividerle istituzionalmente, per non vedere in giro musi lunghi degli emarginati.

La “divisione delle etiche” sarà finalmente la cartina di tornasole per misurare la validità e la genialità della soluzione dei problemi in campo.

La divisione delle etiche dovrà sostituire la divisione attuale del mondo in Stati Nazionali Sovrani - cancri che insidiano costantemente la pace - e poi di corsa alla libera determinazione dei gruppi umani. Ciò comporterà, come è ovvio, una nuova e consensuale ridistribuzione del territorio.

E la prima responsabilità dei gruppi liberamente sceltisi sarà quella di attuare l'etica in cui credono, senza farla pesare agli altri. Finalmente dovrà cessare la discussione per sapere se essere gay o pedofilo o clonatore sia bene o male e avremo modo di vedere a occhio nudo l'esito sociale delle scelte ideologiche o religiose o politiche.

Noi sogniamo il giorno in cui le carovane dirette al paese dei balocchi diventino numerose come le visioni del mondo.

Qualcuno domanda: “Come legare i valori comuni”? Ognuno faccia come può. Metta su il botteghino dell'ecumenismo, si metta addosso i propri finimenti (tradizioni fossilizzate) e proponga, se può, la scelta di finimenti “razionali” compatibili con la propria irrazionalità.

Ai cristiani non chiedo di recitarmi il credo, chiedo la soluzione dei tre problemi contenuti nel Messaggio di Cristo: “Amatevi come lo ho amato voi” e cioè senza profitto nel rapporto uomo donna, capitale lavoro, uomo uomini. Ma poiché il cristiano, questi valori, non li può attuare con chi non crede nel Messaggio, benvenuta la divisione delle etiche.

Lungi dall'essere questa una utopia ci sembra la strada imboccata dalla “ratio illuministica” (diciamo kantiana). Vedo che in alcuni paesi già ci sono scompartimenti del treno per chi ha il telefonino, vedo che la legge sul fumo tende proprio alla divisione delle etiche, per combattere il più possibile il mal di pancia.

Qualcuno vede già il globo come un gigantesco zoo sotto il controllo della “ratio liberalis”.  Il governo mondiale che l'ONU è chiamato a incarnare - per via federativa e democratica - non potrà prescindere dalle forze di polizia, ma unicamente per far rispettare le scelte libere.

Per favorire, infine, il cosiddetto dialogo multietnico - pio desiderio dei pedagogisti organici - bisognerà introdurre in tutte le scuole del mondo una lingua “inventata dalla mente umana” per rendere possibile la comunicazione diretta fra gli uomini.

Questo è il contributo che come cristiani diamo alla soluzione del problema della tolleranza.

Oltre la tolleranza ci aspetta la divisione delle etiche, anche perché è questa, crediamo, la strada per raggiungere la democrazia compiuta.                          

 

                                                                                                                   Aldo Bergamaschi