FRATE FRANCESCO

Anno 77 - n° 2 - Febbraio 2001 - Pag. 8-12

 

Siamo in troppi o consumiamo troppo?

"Infelici si è - sia in pochi che in molti - se si è estranei o strumentali gli uni agli altri" (K.O.)

 

Nell'ipotesi che siano vere le due tesi - limitazione delle nascite o contrazione dello sviluppo - chi potrà convincere miliardi di persone a chiudere i rubinetti della vita o a consumare meno? L'illuminismo del nostro secolo? La religione? La politica? Intanto - è questa la nostra risposta immediata - cominciamo col chiedere l'insediamento di un governo planetario unico (federalismo mondiale) e poi ridividiamo consensualmente il territorio non per stati nazionali, ma per aree etiche (libera determinazione dei gruppi) per avere la possibilità di attuare la democrazia compiuta. Ma vediamo più da vicino le proposte discordanti in questa nobile gara d'ingegni. Ecco la tesi del prof. Giovanni Sartori "qualificata" dopo le osservazioni dei critici (cfr. Corsera 14-01-01): la sovrappopolazione è causa "primaria" anche se non esclusiva di tutti i nostri mali esistenziali. E la più importante causa concomitante è lo sviluppo tecnologico, che ci consente di vivere in modo innaturale e cioè oltre i limiti imposti dalle risorse naturali.

Come si vede siamo al boom dell'energia inquinante e prima che venga scoperta quella "pulita" rischiamo dì essere travolti, in larga percentuale, dalla scopa di questa "peste". Ed ecco un primo paradosso: abbiamo ridotto la mortalità infantile, aumentata la qualità della vita e quindi la longevità; ma c'è sul nostro capo, la spada di Damocle dell'inquinamento tecnologico, che attualmente minaccia i paesi industrializzati. E qui due problemi: la distribuzione delle colpe è diseguale (osservazione del prof. Sartori); ma la colpa dì essere troppi è di tutti. Se la Cina, tra venti anni, arriverà al miliardo e mezzo, l'inquinamento crescerà anche lì. Se la stessa cosa accadrà nel continente indiano, saremo alla catastrofe. Viceversa, se gli Stati Uniti (e l'Europa) fossero rimasti alle cifre del 1930, l'inquinamento risulterebbe dimezzato. Dunque la crescita della popolazione c'entra - insiste il prof. Sartori, per cui si potrebbe concludere - come suggerisce il prof. Ruffolo - "crescita e tecnica concorrono, con la popolazione, a provocare l'insostenibilità dello sviluppo". Il prof. Sartori cerca di stabilire una gerarchia dì cause mentre il prof. Ruffolo equipara "popolazione, più affluenza (crescita dei beni materiali) più tecnologia". Il prof. Sartori ammette che, per sé, tale differenza di lettura non è importante; ma lo diventa in tema di rimedi. Per bloccare l'esplosione demografica basta una pillola; ma come persuadere i popoli affluenti a far marcia indietro? Infatti, chi predica "eguale povertà" perde le elezioni. Per contro, per fermare lo sviluppo (benessere) ci vorrebbe uno Stalin. Inoltre, se è vero che il cibo va dove sono i quattrini per comperarlo e non dove ce n'è bisogno, chi può cambiare le cose?

Il giornalista Massimo Fìni (cfr. Il Resto del Carlino 18-01-01) si sente sbertucciato dal Prof. Sartori per questi argomenti ad hominem. Egli afferma che la causa principale dell'inquinamento mondiale non è la sovrappopolazione, ma il modello di sviluppo del mondo industrializzato. Per cui se ci sono sei persone e una di queste inquina quanto tutte la altre cinque messe insieme, il problema non è quello di eliminare la cinque, ma di ridurre i consumi di quell'una. Per fare ciò ci vuole uno Stalin? Può darsi che gli uomini dei paesi industrializzati preferiscano affogare nei fetori crescenti del benessere anziché vivere "in modo più contenuto". Ma alcune cifre dicono il contrario. Negli USA seicento abitanti su mille fanno uso abituale dì psicofarmaci. Dunque nel paese più abbiente, più, affluente, ecc. una persona su due "non sta bene nella propria pelle". In Europa i suicidi sono decuplicati. Sta male anche chi sta bene. Ecco la modernità. Circa i poveri del Terzo mondo, sono diventati dei morenti di fame perché "il cibo non va dove c'è bisogno ma dove c'è il danaro per comprarlo". Se questo è un rimprovero, il giornalista Fini sostiene il contrario. Dobbiamo smettere di aiutare il Terzo Mondo portandovi il nostro sviluppo. L'Africa stava meglio quando si aiutava da sola. E noi aggiungiamo: già Rousseau - critico del progresso selvaggio - aveva proposto di mettere una forca a Gibilterra per impiccare chi avesse tentato di venire su o di andare laggiù. E' il nostro "sviluppo" (quello portato da noi) che affama il Terzo mondo. Esso abbandona le economie di sussistenza che in forza del meccanismo del danaro, sono costrette a integrarsi nel mercato mondiale. Esportano ma il ricavato non è sufficiente a compensare il defìcit alimentare. Dunque il modello industriale rende infelici i ricchi, affamati i poveri, sofferenti tutti. A giudizio del giornalista Fini il prof. Sartori sta segando il ramo dell'albero su cui è seduto. Ci sarebbe da ridere se su quel ramo non ci fossimo tutti.

Da che parte sta la ragione (o la verità) quando i due disastri - la crescita selvaggia e lo sviluppo tecnologico - sono virtualmente - meglio dovremmo dire potenzialmente - nel cervello di ogni singolo, quale che sia la sua collocazione religiosa o ideologica? Proporre la pillola equivale a esercitare una egemonia e un dirigismo che non tutti accettano. Infatti, tutte le religioni equiparano quella proposta a un diktat staliniano. Per frenare lo sviluppo stessa difficoltà, cui pone rimedio la potenza egemone di turno, anche se non si chiama Stalin: impone la povertà ai cinque e innalza le case di cura per se stessa. Questa è la storia per sempre di cui parla Tucidide.
Visto che tutte le proposte sul tema contengono una larga percentuale dì utopia, chiediamo spazio per enunciare la nostra (utopia ovviamente). In sé e per sé la crescita demografica non è né causa unica, né concomitante del nostro malessere. La terra può reggere (e dare da mangiare) a quaranta miliardi di uomini. Dunque, il vero problema - da sempre - è quello della produzione (rapporto capitale-lavoro) e della conseguenti distribuzione. Osiamo avanzare una soluzione che può essere attuata in un mondo che lascia all'individuo la massima libertà possibile.

Perché quel miliardo e mezzo di cristiani che vive la certezza della fede non chiede - contestando la legittimità degli Stati Nazionali in cui sono nati, a voce bassa ma ferma, l'installazione di un governo mondiale soprannazionale con il compito primario dì occuparsi di tutto ciò che gli appartiene come suo? La nostra storia è una storia di potenze egemoni che, a turno, guidano le sorti del mondo. Chi è fuori della loro lingua, della loro cultura, della loro economia, è un "barbaro" che deve, a vario titolo, mendicare. Questo Stato Mondiale dovrà favorire - anzi promuovere - il vero federalismo sostituendo alla divisione del mondo in Stati Nazionali Sovrani, la divisione del mondo in aree etiche (libera determinazione dei gruppi) I quali, finalmente, potranno risolvere i problemi della convivenza senza dover essere costretti a comandare, o a ubbidire a qualcuno. Tra questi gruppi ci piacerebbe vedere emergere quelli "cristiani" I quali senza bisogno di dìktat risolveranno, con o senza pillola, il problema della paternità e della maternità responsabile. I quali, senza, bisogno di uno Stalin o di farmaci antidepressivi sapranno contenere lo sviluppo sotto il controllo della loro "fede" che lo farà rifluire su tutti come la superficie dell'acqua nei vasi comunicanti o ricordandosi dell'invito di Gesù guarderanno gli uccelli del cielo e i gigli dei campo. Quanto agli altri, si lascino guidare dalle loro "religioni", e vedremo come si concretizzeranno, i suggerimenti "divini". Quanto a coloro che hanno la sola ragione a disposizione ascoltino l'etica - e la pratichino - del Prof. Sartori o del giornalista Fini e si vedrà, a occhio nudo, se il rimedio proposto renderà gli uomini pacifici e felici.

Un secolo fa, il filosofo Herbert Spencer (morto il 1903) guardando il futuro, concluse in maniera ottimistica l'antitesi fra individuazione e genesi; affermando il progresso di quella la restrizione di questa. Così non soltanto dalla monade all'uomo è attuata la legge della conservazione della specie, ma anche assicurata la realizzazione finale della forma più alta di essa; quella cioè in cui la quantità dì vita sarà la più grande possibile e le nascite e le morti invece, le meno numerose possibili. Dopo aver popolato il globo coltivato fino al più alto grado le parti abitabili, perfezionati i procedimenti necessari alla soddisfazione dei bisogni sviluppata l'intelligenza per renderla più atta a tale scopo e i sentimenti per adattarli alla vita sociale, l'abbondanza di popolazione compiuto oramai la sua missione deve gradualmente da se stessa cessare. Per un filosofo come Spencer che conosce soltanto dei perché causali e ignora i perché finali o che afferma essere la paura dei vivi il punto dì partenza del governo politico e la paura dei morti il punto di partenza del governo religioso ci sembra questa una buona intuizione. Ma un altro Herbert (George Wells) ne "La macchina del tempo" (1985) si porta molto avanti nel futuro quando vede i Morlocchi (proletari diventati padroni) che si cibano di questi ultimi incapaci oramai di difendersi. In compenso forniscono loro tutto ciò di cui abbisognano. Cristiani - se ci siete - è venuto il momento di mostrarvi come tali e dì gettare la maschera della vostra "religione".

 

Aldo Bergamaschi