FRATE FRANCESCO - Anno 77 n 1- Gennaio 2001- pag. 8-9-10-11

Europa o mondo?


"Non si può chiedere il prezzo della coda del cavallo senza volere tutto il cavallo"
(Hegel)


Recentemente il Papa ha espresso un suo giudizio sulla Carta d'Europa: "Non posso non tacere - ha detto - la mia delusione per il fatto che non sia stato inserito nel testo della Carta d'Europa neppure un riferimento a Dio, nel quale sta la fonte della dignità della persona e dei suoi diritti fondamentali". Sul Corsera del 18-XI-00 il giornalista Francesco Merlo avanza alcune riflessioni sulla delusione del Papa e inizia seccamente: "Grazie a Dio non c'è Dio nella Costituzione europea" ed elenca una serie di motivi che facciamo sostanzialmente nostri anche se qua e là sono detti con un pizzico di veleno laicista.


Ebbene noi - a futura memoria del nostro modo di vedere e di essere cristiano nel secolo ventunesimo - non rimproveriamo l'Europa né di non citare Dio nella sua Costituzione, né di non essere cristiana "more catholico". Noi rimproveriamo l'Europa di non far fare alcun passo alla unità del genere umano. Unità da cui dipende la possibilità della pace, sogno di tutte le civiltà. E questa ricerca dell'unità, come via alla pace, deve stare a cuore al cristiano più assai che la parola di Dio introdotta nella Carta. Se escludiamo l'autore della Lettera a Diogneto (II sec.) - un laico cristiano che aveva capito il nucleo rivoluzionario del Messaggio evangelico ("per il cristiano ogni paese straniero è patria; ogni patria è paese straniero"), l'altro pensatore cristiano che ha centrato in buona parte il tema è Dante. Il quale capisce che solo la globalizzazione può dare un contributo alla soluzione del problema "pace". Il suo limite - diciamolo subito - consisterà nel non aver visto bene il mezzo per ottenerla.


Dante è un cristiano irritato e in quanto tale tenta una lettura nuova di tutta la storia. Vediamolo all'opera questo "ghibellin superbo" che disdegna di rifriggere cose dette da altri. Ed ecco in apertura al De Monarchia - libro peraltro bruciato a Firenze e pubblicato a Basilea solo nel 1559 - una dichiarazione di metodo. Prima di iniziare un qualsiasi discorso settoriale occorre ricercare e stabilire quale è il fine ultimo di tutta la società umana. Se riusciremo a metterci d'accordo su questo punto, avremo concluso "più della metà della nostra fatica". Ora, se ci si chiede in che cosa consista l'attività specifica del genere umano - preso nella sua totalità - sembra si debba rispondere che essa consiste nell'attuare sempre tutta la potenza dell'intelletto; anzitutto nella direzione della "speculazione" e poi, in seconda battuta, nella direzione dell'attività "pratica" intesa come prolungamento della speculazione. Ora, se noi osserviamo l'uomo singolo vediamo che progredisce in saggezza e in sapienza solo stando calmo e indisturbato. Ebbene, ciò vale anche per il genere umano globalmente preso. Quando è nella quiete si trova nelle migliori condizioni per condurre a compimento la sua opera che è quasi divina, se è vero che l'uomo è "di poco inferiore agli angeli". Questo fu il motivo - conclude Dante - per cui dall'alto fu annunziato ai pastori non ricchezze, non piaceri, non onori, non longevità, non salute, non forza, non bellezza, ma pace. Infatti è stato detto dagli Angeli: "Gloria a Dio nel più alto dei Cieli altissimi e pace in terra agli uomini di buona volontà". Come si vede la pace universale - risultando il mezzo più diretto a cui tutte le azioni umane sono ordinate come a loro fine ultimo - è assunta da Dante come principio basilare di ogni argomentazione. Da qui la "minore" del sillogismo: ma poiché la monarchia temporale (o Impero) - sinonimo di genere umano unito - è requisito di pace e di giustizia, poi chi non ha più nulla da desiderare "oltre l'oceano" - in quanto è caduto il concetto di confine - risulta necessaria a una retta definizione del genere umano.


Dante afferma poi che il genere umano sarà "libero" sotto la monarchia perché ivi l'autorità è servizio; mentre le piccole repubbliche italiane riducono l'uomo in servitù, sono anzi dei ghetti e si fanno servire anziché servire e favorire lo sviluppo dell'attività intellettiva nelle sue due espressioni (teoretica e pratica).


Dante, infine, trova confermate le sue argomentazioni da un fatto memorabile: l'insediarsi della "perfetta Monarchia del divo Augusto" quando il mondo fu tutto in pace. II tempo qualificato della salvezza (il Kairos) non sarebbe la nascita di Cristo ma la pace augustea scelta da Cristo appunto, come tempo privilegiato o "pienezza dei tempi". Dalle parole di S. Luca ("Fu bandito da Cesare Augusto un editto che ordinava il censimento di tutto il mondo") Dante deduce che i Romani ebbero la giurisdizione del mondo intero, che prevalsero per giudizio divino su gli altri popoli e che, dunque, ottennero il dominio "di diritto". Qui - diciamolo - emerge il sofisma provvidenzialistico che raggiungerà le sue vette nello storicismo hegeliano.


Se queste sono le radici filosofiche dell'Impero, il dominio temporale dei Papi è una usurpazione di competenze. Dante diventa critico nei confronti della gerarchia e della intellighentia ecelesiastiche. Meditarono - dice - vani disegni contro il principato di Roma soprattutto quelli che si professano "zelatori della fede cristiana" e intanto non hanno pietà dei poveri di Cristo; i quali non solo sono defraudati nei proventi delle chiese, ma anche spogliati quotidianamente dei patrimoni stessi (...) Né questi beni si vogliono poi, con gratitudine, riconoscere come concessione dell'Impero. Sono stati dati bene ma usati male. Non resta che aspettare "in pio silenzio il soccorso del nostro Salvatore".


Resta un interrogativo: perché, per Dante, credente, l'unità del genere umano passa attraverso l'Impero - e cioè attraverso una matrice laica - e non attraverso la Chiesa? Perché ci fu un tempo in cui quello (l'Impero) era uno e universale per volontà di Dio (che vi nacque e vi morì); mentre questa (la Chiesa) ha solo dilacerato l'unità di quello (1'Impero), arrogandosi una prerogativa che non fa progredire né l'unità, né la fratellanza. L'Impero di Dante fonda la sua universalità sulla sua laicità. Tutti gli uomini - anche quelli che rifiutano l'autorità spirituale del Papa - sono chiamati a farne parte. La Chiesa può "aiutare" l'Impero a raggiungere il suo fine temporale ma non imponendogli i suoi valori e tanto meno il suo Dio. Dante responsabilizza l'Impero sul tema della fratellanza e semmai lascia alla Chiesa il compito di benedirlo a vicenda conclusa. Ma se è vero che la Chiesa Istituzione, nell'atto in cui è coinvolta nel braccio di ferro delle preminenze storiche azzera la sua natura di lievito salvifico in un mondo diviso da Stati Nazionali e da Popoli in perpetuo duello; è altresì vero che l'Impero ipotizzato da Dante deve far uso della forza per attuare una unità che non è assolutamente l'unità per la quale Cristo ha pregato.


In questo punto nasce la funzione catalizzatrice del cristiano che promuove l'unità senza essere una parte interessata a ricavarne qualche beneficio "storico".


Dopo Dante l'unità (europea) fu tentata seguendo la via non cristiana dell'Impero e cioè la via della conquista armata. Da Enrico IV sù sù fino a Napoleone, al colonialismo, al Comunismo, al Nazismo, al Fascismo, vi sono coinvolti tutti gli Stati Europei che adesso non riescono a unirsi politicamente avendo persino smarrito l'indicazione kantiana del federalismo; via "razionale" e democratica per togliere i tre blocchi che ostacolano il cammino verso l'unità e cioè la moltitudine degli Stati, delle lingue, delle religioni.


Chi vuol mantenere un primato nazionale in nome della guerra vinta è legato a un passato tenebroso. I cittadini contano tanto quanto gli Stati e i governi, ma solo alla condizione che ciò sia vero perché finalmente, si attuerà la democrazia compiuta e cioè la libera determinazione dei gruppi umani. E ciò implica non solo l'unione europea, ma l'unione planetaria e la immediata ridivisione del mondo per aree etiche liberamente sceltesi sulle ceneri degli Stati Nazionali che continuano a trasmettere il cancro dell'etnocentrismo alle masse umane in genere vittime di qualche "religione". Il conflitto arabo-israeliano potrà essere risolto seguendo questa via. E questo è il contributo "mentale" che un cristiano dà all'unità europea (ci si riunisca a Nizza o altrove). Questa cioè è la sua opera di "catalizzatore" che non chiede di introdurre la parola "Dio" nella Carta, perché egli crede che il disegno di Dio sia quello di creare un mondo in cui ogni visione del mondo, e di Dio, possa praticarsi in autonomia senza sentirsi addosso la spada di Damocle della intolleranza etnocentrica che mette in costante pericolo la pace e la fratellanza.


Non a caso Gorbaciov si è rivolto a Bush per chiedere che l'America "rinunci alla pretesa di dominare la storia del secolo". (vedi Corsera 27-XI-00) La globalizzazione è irreversibile, ma sarebbe pericolosa se realizzata solo nell'interesse degli Stati Uniti e - aggiungiamo noi - di qualsiasi altra grande potenza fosse pure l'Europa ingigantita secondo i canoni dello Stato vecchio stampo. Se l'unione europea non è fatta con l'occhio all'unità globale (federalismo planetario) potrà diventare il blocco più potente del mondo; ma non avremo ancora risolto il problema della pace che tanto stava a cuore a Dante. O tutti, piccoli e grandi, bisonti e formiche, portiamo sul piatto della rinuncia l'orgoglio nazionale linguistico, religioso o, del resto, continueremo a cadere sotto la ferrea profezie di Tucidide; il quale nel descrivere il rapporto "politico" esistente fra i Meli (isola cuscinetto) e gli Ateniesi (città super-potenza) intese scrivere una "storia per sempre". Ascoltiamo le ultime battute di questo dialogo politico-religioso. I Meli dicono che confidano in Dio e nell'aiuto di Sparta. Gli Ateniesi rispondono: "Per quanto poi riguarda la pietà dei sentimenti verso la divinità neppure noi crediamo di restare indietro ché noi non esigiamo né facciamo alcuna cosa che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o degli umani desideri nei confronti di se stessi. Noi crediamo, infatti, che per legge di natura chi è più forte comandi. Che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi; ma perché l'abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l'eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza". (Le Storie,V,105). Dopo duemila anni di cristianesimo non siamo riusciti a superare la "legge" di Tucidide.

Aldo Bergamaschi