FRATE FRANCESCO
Anno 77 - n° 4 - Aprile 2001 - Pag. 7-9
A religione libera nos Domine (K. O.)
"Siamo tutti (e da sempre) Talebani". Così titola Francesco Merlo sul Corsera del 31-3-01 l'articolo che si occupa delle statue del Buddha distrutte dai Talebani in Afghahistan. Perché tutto ciò? "Solamente Allah deve essere venerato e tutte le false divinità devono essere annientate"; così hanno sentenziato i capi dei Talebani Mullah Omar, i teologi musulmani, la Corte Suprema dell'Emirato Islamico dell'Afghanistan. E coloro che hanno introdotto nel divenire storico i Buddha giganteschi furono spinti dalla stessa logica? Francesco Merlo sostiene che i Talebani "da noi e non dal Corano hanno imparato a violare il passato, a sbriciolarlo e a sfarinarlo per impossessarsi del futuro". Impossessarsi del futuro significa ipotecare la storia, timbrare il divenire. Ebbene non crediamo che i Talebani abbiano imparato da noi tutto ciò; crediamo, invece, che tutto ciò sia scritto nel DNA della "religione" e quindi di tutte le "religioni". Colui che ha individuato quel DNA si chiama Lucrezio Caro; lodato - su questo punto - dai primi scrittori cristiani; i quali avevano capito che il Messaggio di Cristo non era una "religione" ma una "novità esistenziale" che rinnova eo ipso tutta l'etica umana senza mediazioni "sacre". Il problema, allora, è di sapere se Cristo non sia venuto nella storia per dichiarare la "crisis" (o condanna) delle religioni, insieme con la figura dello Stato nazionale a vario titolo legato alla "religione" e primo ostacolo all'attuazione del secondo precetto "ama il tuo prossimo".
Questa è oggi l'unica domanda seria sulla sorte del Cristianesimo. Noi siamo arrivati alla certezza ermeneutica che il Cristianesimo è caduto al rango di religione e ha percorso l'itinerario di morte di tutte le religioni. E adesso è lì, religione tra religioni, ora in difesa, ora in timore, ora in accusa, ora a predicare la tolleranza, ora a chiedere la libertà religiosa, ora a invocare il dialogo, ora a mostrare i muscoli, ora a chiedere la reciprocità a fronte del blocco musulmano. E collateralmente, ora a blandire, ora a rimproverare lo Stato laico. Al lungo elenco dei malanni del Cristianesimo come religione, citati da Francesco Merlo, aggiungiamo solo "l'Istoria della Compagnia di Gesù" di Daniello Bartoli (+ 1685) dove si racconta l'espansione della civiltà europea in Asia, in Cina, nel gran Mogor; e dove si elogiano gli zelanti neofiti che mandano a fuoco i tempietti della idolatria.
Come uscire da questa storia plagiata dalle religioni? E come uscite da una storia in cui nel sottofondo delle religioni opera il cancro dell'etnocentrismo alimentato dalla divisione del mondo in Stati Nazionali, che sono nel pericolo continuo di farsi del male o - come diceva Hegel - di assaggiare la carne altrui per aumentare il proprio volume? Stati Nazionali che sono comunque nel continuo rischio di tentare il dominio del tutto sfruttando la propria posizione di potenza egemone? Il tradimento dei chierici è totale, perché nessuno avverte le due forme di schiavitù e nessuno offre in cambio qualche utopia liberatoria.
Il solo pensatore che ha visto bene in questo
genere di cecità è E. Kant; questo povero cristiano
che pur non credendo nella divinità di Cristo (a causa
dei cristiani che male la mostravano) si sforza di ascoltare il
"maestro del Vangelo". E, infatti il filosofo arriva
a capire che il genere umano ha una vocazione all'unità
e alla pace e che tale vocazione è ostacolata da tre blocchi
stradali: dalla moltitudine delle religioni, dalla moltitudine
degli Stati nazionali, dalla moltitudine delle lingue. E Kant
scrive appunto "la religione nei limite della ragione"
per tentare di costruire l'unità religiosa attorno alla
"religione della ragione". E per tentare di superare
la moltitudine degli Stati, potenzialmente in guerra, con la soluzione
federalista unica
via alla pace. Kant non si occupa della unità linguistica
perché, crediamo, se ne era già occupato un secolo
primo Amos Comenio. La soluzione di questi problemi trovano latitanti
i cattolici e i Cristiani in genere per il semplice motivo che
erano convinti di averla all'interno della loro fede, qualora
fosse arrivata a imporsi fino agli ultimi confini della terra.
Da qui il movimento missionario del secolo XVII.
Al punto in cui siamo - stallo di progetti salvifici - l'Europa non decolla perché ha di fronte il malanno dell'etnocentrismo. E' infatti travagliata dall'irrinunciabile concetto di patria ed è malvista dai vessilliferi dell'etnocentrismo mondiale (sicuramente l'America e la Cina). E cosi ogni specie di capitalismo, compreso quello religioso, aggredisce le coscienze, i mercati, le istituzioni. Francesco Merlo è costretto ad ammettere che "a i cristiani tocca di nuovo il ruolo dei perseguitati malgrado certe illusioni mediatiche romane". Ahinoi! è un invito alla crociata? Crediamo che sia questo il senso dell'Occidente vittima del nichilismo o dell'Occidente condannato all' l'"occaso" del pensiero, all'oscuramento graduale del sole (verità). Non a caso Heidegger aveva gridato: "Solo un Dio può salvarci". Dio è già venuto, ma noi ne abbiamo fatto un fondatore di religione e l'Aletheia è stata divorata dall'Orthotes. Lo storicismo hegeliano ha poi divorato tutto il resto. Ci vuole un sussulto utopico per uscire dal gigantesco imbuto in cui siamo imprigionati e noi conosciamo una sola strada di salvezza: la divisione dèlle etiche. E dunque la promuoviamo in quanto cristiani, perché costituisce la soluzione laica di un problema umano in assoluto.
Occorre dare un senso alla globalizzazione perché non ci travolga. Nessuno deve tentare di imporre la propria religione o la propria etica al mondo; ma dobbiamo chiedere la caduta (riassorbimento) degli Stati Nazionali sovrani e contestualmente chiedere la costituzione di un governo mondiale unico, federale, democratico; dove gli eserciti,decimati, potranno diventare forza di polizia. Avremo cosi, finalmente, anche la democrazia compiuta perché ogni gruppo umano potrà, in libertà, mostrare il proprio volto. E infine si potrà vedere a occhio nudo quale è il gruppo capace di risolvere, in pace, i problemi della convivenza.