FRATE FRANCESCO

Anno 82 - n° 10 - Dicembre 2005

L’ULTIMO NUMERO

Passaggio del testimone

Frate Francesco, dunque, si congeda presentandovi questo numero speciale, che vuole essere un tentativo di raccontare ciò che la Rivista è stata in questi 82 anni di sua vita. Non è certamente racconto o resoconto esaustivo.

Lo fanno gli amici che hanno scritto in modo continuativo sulla Rivista nell'arco dei diciotto anni della mia direzione. Alcuni ci presentano anche ciò che è stata per loro questa esperienza.

Mentre li ringrazio tutti infinitamente, anche a nome vostro (permettetemelo!), per la loro puntuale, competente e sempre generosa collaborazione, vorrei menzionarne in particolare alcuni: p. Aldo Bergamaschi e il prof. Mariano Bigi per il loro costante impegno nello scrivere sulla Rivista per una quarantina d'anni, e Laura Fioroni, ora in cielo da dove certamente ci sorriderà, che durante gli oltre otto anni in cui ha lavorato come redattrice è stata per molti di noi guida e sostegno, come lo sanno essere un amico e una madre.

Ora Frate Francesco unisce le proprie ricchezze ed esperienze a quelle di Messaggero Cappuccino, la rivista dei cappuccini romagnoli, pubblicazione altrettanto gloriosa e di lunga storia.

Nasce una nuova rivista, che per ragioni contingenti mantiene la testata di Messaggero Cappuccino, con una fisionomia inedita.

Nel concludere questo impegnativo addio vorrei soltanto dirvi che ci è stato concesso di vivere davvero una bella avventura.

Grazie, Frate Francesco!


p. Paolo Grasselli
(Direttore responsabile)



ADDIO A FRATE FRANCESCO


Vecchio scarpone quanto tempo è passato…


A chiusura della rivista Frate Francesco e quindi della mia collaborazione che ha raggiunto il numero di oltre trecentocinquanta articoli, voglio aprire una finestra sulle motivazioni che mi hanno spinto ad assumermi un’attività che sembrerebbe in contrasto con la vita nascosta del convento.

Oltre al Vangelo, che ci chiederà conto dei talenti ricevuti, e a S. Francesco, che chiede ai suoi frati di lavorare di lavorizio che appartiene ad onestà, mi viene in aiuto il Manzoni con la figura di padre Cristoforo che a suo giudizio rappresenta l’esemplare del vero Cappuccino. A chiusura del capitolo IV dei Promessi Sposi afferma: Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale. Diremo soltanto che, adempiendo sempre con gran voglia, e con gran cura, gli uffizi che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e d’assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un’occasione d’esercitarne due altri che s’era imposti da sé: accomodar differenze e proteggere oppressi (…). Quando si trattasse di giustizia e di verità combattute, l’uomo s’animava (…) ecc.

Ecco le motivazioni profonde che mi hanno spinto ad assumermi la fatica della penna: 1) per essere fedele alla mia vocazione di intellettuale 2) per accomodar differenze e proteggere oppressi in senso assoluto.

Dal punto di vista cristiano, lo scandalo della vita comunitaria è il dislivello delle retribuzioni o giungla retributiva come qualcuno l’ha definito. La parabola dei lavoratori della vigna non ha mai interpellato i responsabili della vita sociale ed ecco perché è nato il comunismo (forma impazzita di cristianesimo). Questa suggestione mi accompagna fin dall’epoca della mia collaborazione all’Adesso di Primo Mazzolari ed è il fondamentale richiamo ai cristiani che operano in politica, se vogliono che la loro presenza in quel settore sia significativa.

La posizione di Gesù è chiara: la parabola va interpretata in senso orizzontale, anche perché è la verifica del Suo unico comandamento: Amatevi come io ho amato voi cioè senza profitto, perché il prossimo non può mai essere strumentalizzato. E ciò nei tre settori fondamentali dell’esistenza: nel rapporto uomo-donna; nel rapporto uomo-uomo (rapporto di lavoro); nel rapporto uomo-uomini (rapporto socio-politico).

Se l’invito di Cristo è di una assolutezza non praticabile fuori della conversione chiediamo in soccorso Platone, il simbolo della razionalità umana che sta a fondamento del pensiero e della civiltà occidentale . Ebbene, Platone si pone la domanda relativa all’origine dei talenti. Si certo, siamo tutti eguali in quanto appartenenti a una medesima natura, ma abbiamo diversi talenti appunto. E ciò crea i dislivelli sociali. Platone insiste: siamo tutti fratelli, ma alcuni sono nati dalla terra come oro, altri come argento, altri come bronzo e ferro.

Questa tripartizione è di origine storica o divina? Platone concede ai governanti il permesso di dire una bugia e far credere che la spiegazione è di origine divina o trascendente. Platone  rivendica però i diritti della meritocrazia. Se uno nasce dall’oro ma è bronzo deve passare nel bronzo; se viceversa dal bronzo nasce oro deve passare all’oro. Oggi diremmo che tutti hanno diritto allo studio anche se sappiamo che non tutti sono atti agli studi classici.

La possibilità che tutti fossero caballeros fu coltivata qualche decennio fa; ma anche oggi i ministri dell’istruzione non riusciranno mai a pareggiare i conti in questo settore. Il dramma è altrove non è nella scuola. E infatti Platone al termine della sua diagnosi conclude affermando che il dislivello economico tra l’oro e il bronzo non deve superare il numero quattro. Se quel numero viene superato la società sarà sempre in fermentazione e sotto l’incubo di una qualche forma di terrorismo. Quantifichiamo relativamente alla nostra società che è tripartita come quella di Platone - si badi: si tratta di una tripartizione che percorre tutta la civiltà cristiana e che ha percorso puntualmente il comunismo reale, l’Islam e tutte le altre religioni - se il metalmeccanico guadagna, poniamo, 800 € al mese, chi guadagna di più non dovrebbe superare i 3200 € al mese.

Ora chi sta dentro a questa forbice? Crediamo i professori universitari, ma in Italia - a partire dai parlamentari - quanti sono coloro che guadagnano più di 3200 € al mese? Ebbene, tutti costoro sono responsabili, a vario titolo, del disordine e del conflitto sociale che si fossilizza nel dislivello scandaloso delle pensioni. Ecco in quale senso ho pensato di soddisfare l’uffizio imposto a se stesso dal Padre Cristoforo e cioè quello di accomodar differenze.

Per quanto riguarda il secondo uffizio proteggere oppressi - ecco le mie proposte. Per evitare il cosiddetto scontro di civiltà dovuto a una ribellione alla oppressione - vecchio retaggio del colonialismo - occorre chiedere a gran voce da tutti i pulpiti la formazione o l’insediamento di un governo planetario di tipo federalista con il compito primario di favorire la divisione delle etiche sulle ceneri dello Stato Nazionale sovrano per avere finalmente la cosiddetta democrazia compiuta in cui ogni gruppo liberamente sceltosi, possa attuare la propria visione del mondo senza volerla imporre, come che sia, agli altri.

E per favorire il dialogo tra questi settori, apparentemente divisi, occorre da subito introdurre in tutte le scuole del mondo, accanto alla lingua materna, una lingua comune (per es. l’Esperanto) per poter promuovere la comunicazione diretta tra gli uomini. La quale comunicazione potrà così, in concreto, favorire l’avvento della pace e la soluzione del tanto chiacchierato problema della fame e accomodar la differenza endemica tra Nord e Sud del mondo.

I lettori di Frate Francesco capiranno adesso il senso di molti articoli che nell’atto in cui furono scritti potevano creare perplessità e apparire utopici. Ebbene - cito ancora il Manzoni - la mia è una utopia come quella proposta dalla cultura dominante, ma mentre quella della cultura dominante è una cattiva utopia, la mia è una buona utopia.


Aldo Bergamaschi



Recensione del prof. Mariano Bigi del libro Quale Cristianesimo?


Ai lettori di Frate Francesco tornerà certamente gradita la notizia che è stata raccolta in volume un'ampia selezione di brevi scritti di p. Aldo Bergamaschi, costituita in larga parte (ma non solo) dagli articoli comparsi negli ultimi anni sulle pagine di questa Rivista, della quale l'Autore è da oltre tre decenni costante e apprezzato collaboratore.

Nel presentare quest'ultimo lavoro editoriale del padre Bergamaschi, in primo luogo dovrà essere messa in risalto la coerenza fondamentale dell'impianto d'idee e di pensiero entro cui da sempre si collocano i suoi interventi: l'origine “occasionale” (nel senso proprio del termine) di questi scritti, alcuni dei quali sono dei veri dialoghi a distanza con illustri e colti saggisti ed editorialisti (Alberoni, Cacciari, Della Loggia, Romano, Sartori, Severino, i cardinali Martini e Ratzinger, per non citarne che alcuni), non diminuisce la portata di questa fondamentale coerenza, che, nella specificità dei temi trattati, trova lo spunto per chiarirsi e farsi comprendere senza ambiguità e con grande acume e incisività.

La stessa suddivisione del materiale selezionato in tre grandi sezioni, dedicate rispettivamente alla novità esistenziale del cristianesimo, alle difficoltà di calare questa novità nelle strutture ambigue della polis, e a quelle - sovranità dello Stato nazionale, molteplicità delle lingue e diversità delle religioni, cristianesimo compreso, storicamente affermate - che ostacolano l'unità mondiale e la pace, facilita il lettore nell'individuare alcuni nodi essenziali del pensiero di padre Bergamaschi e di coglierne uno svolgimento che non si ripete senza arricchirsi ogni volta di nuove sfumature e applicazioni.

La trama degli oltre quaranta brevi capitoli in cui si articola il libro riconduce così e sempre, pur nella diversità e nella vivacità della trattazione dei singoli argomenti, ad un disegno unitario che esprime una personale stimolante visione dei problemi posti dalla fede cristiana, dalla vita ecclesiale e sociale. A questo proposito si è accennato al coerente impianto del pensiero entro cui si è sempre mosso p. Bergamaschi; per un debito di verità che non gli è sempre stato completamente pagato, vale la pena di ricordarne brevemente alcuni tratti: al centro del suo modo di pensare c'è la fede sicura nel valore unico ed essenziale del Messaggio evangelico, nel Verbo di Dio - il Logos - fatto Uomo non ex voluntate carnis neque ex voluntate hominis, nella sua finalità a mutare realmente e non metaforicamente il cuore dell’uomo e a fame nuova l'esistenza e la convivenza.

In apertura del volume Bergamaschi pone, infatti, questa affermazione che sembra avere un valore fondante: “Cristo ci libera dalla colpa originaria nel senso che, come Logos, ci propone mediante l'annuncio della Buona Notizia, il pensiero definitivo di Dio relativamente a tutta la realtà umana (sesso, denaro, potere) onde evitare la definalizzazione o uso scorretto della libertà, il cui galoppo - sciolto dalle briglie della Verità - porterebbe verso il nulla”.

Sul retroterra di questo saldo ancoraggio si possono certamente individuare dei fattori interagenti che gli hanno permesso di consolidarsi e di definirsi sempre, più lucidamente, come possono essere stati: la scelta rigorosamente personale e inoppugnabile della vita religiosa e sacerdotale, da parte dell' Autore, la scoperta e la fedeltà, sotto ogni aspetto, al pensiero e agli scritti di don Primo Mazzolari, il riconoscimento di quelle che Simone Weil ha felicemente chiamato le intuizioni precristiane del pensiero greco, con particolare attenzione alla figura esemplare di Socrate e al pensiero di Platone, l'esperienza cristiana di Francesco d'Assisi, esaminata e sviscerata in due volumi che hanno avuto anch'essi la loro origine sulle pagine di questo periodico.

Chi ha qualche consuetudine con gli scritti di p. Bergamaschi o chi coglierà l'occasione offerta da questa ultima pubblicazione per venirne a contatto diretto (e non solo per sentito dire), riconoscerà agevolmente, anche perché Isono largamente attestate, queste ascendenze del suo modo di pensare, ma dovrà anche riconoscere che questi apporti ruotano come pianeti intorno alla fedeltà personale e intellettuale dell' Autore al Messaggio della novitas cristiana.

Se c'è un retroterra, c'è anche una proiezione decisa di questo Messaggio verso la realizzazione di un mondo da rinnovare profondamente: è un messaggio che può mutare la storia, ma non è catturabile in nessuna delle sue strutture; sarà utile, in proposito, ricordare che uno dei primi saggi di p. Bergamaschi, intitolato Quale storia insegnare? (Roma, 1972), affrontava proprio il tema, ripreso poi negli scritti sul Manzoni (un altro “ascendente” del modo intellettuale del Bergamaschi) e su san Francesco, sul rapporto tra storia e verità e tra storia e Vangelo.

Cristo è la Verità e il Vangelo è l'unico criterio della Verità; le strutture storiche, anche quelle della Chiesa, non possono catturare in toto la Verità e la sua forza dinamica senza cristallizzarla o atrofizzarla, soffocandone la ragione stessa per cui si è rivelata: mutare il cuore degli uomini e porre su basi radicalmente buone la convivenza sociale.

Il tono deciso e coerente con cui p. Bergamaschi proclama e difende questa sorte di nocciolo duro del suo pensiero ha certamente suscitato delle polemiche, anche intraecclesiali; sarebbe però ingiusto e segno d'ingratitudine e di slealtà fermarsi a questo livello d'approccio, perché la polemica è troppo spesso una forma di dissipazione che impedisce di cogliere e di valutare serenamente la forza e la positività dei ragionamenti.

D'altra parte p. Bergamaschi è consapevole e non nasconde di muoversi sul terreno dell'utopia, intesa però non nel significato corrente di luogo inesistente, caricato spesso di compatimento e di sarcasmo e, all'estremo, ritenuto anche portatore d'ingiustizia; ma come eu-topìa, cioè luogo felice, come la intesero già alcuni umanisti agli inizi del secolo XVI, quando il termine (ma non l'idea e le sue elaborazioni) comparve per la prima volta; perciò egli afferma che l'utopia è di possibile costruzione.

Se si parte da questa convinzione - e se si riflette che la novità del cristianesimo sta in un Vangelo accettato senza se e senza ma (sine glossa, avrebbe detto san Francesco) - allora si deve ammettere che la pars costruens degli scritti di p. Bergamaschi, pur nella tensione di affermare delle verità scomode e dure, è nettamente predominante.

In quest'ottica, anche la forma interrogativa di questo volume (ma altri tre titoli della vasta bibliografia bergamaschiana, riguardanti la storia, l'educazione e la vocazione si presentavano sotto la stessa forma) non esprime certamente un dubbio di sostanza, ma costituisce piuttosto una provocazione e uno stimolo per il lettore - anche quello che ama rivendicare con una punta d'orgoglio la sua laicità - perché, oltre alcune pur discutibili forme che la storia che si definisce cristiana può avere assunto, si ponga in coscienza il problema di cogliere la sostanza del Messaggio del Vangelo e di farne il criterio della vita personale e sociale.