FRATE FRANCESCO
Anno 77 n° 9-10 Nov-Dic. 2001 -
Il CANTICO può essere visto o come una variante del Padre Nostro o come una celebrazione della cosiddetta "verità ontologica" (1) oppure come una sintesi di tutta la salmodia veterotestamentaria, relativa alle meraviglie del cosmo in quanto opera di Dio.
Per noi, il CANTICO, contiene il momento teologico della "castità" di Francesco. Sembra oramai ammesso da quasi tutte le filosofie che il "reale" non è pura "cosa"; ma rimando a un pensiero, sintesi di cosa e pensiero, spirito cioè. Anche il filo d'erba, l'acqua, il fuoco, il vento, gli uccelli, non sono pienamente "reale" se non per la loro inserzione in una realtà razionale, trascendente il cosmo stesso. Senonché il tentativo di scoprire in concreto tale pensiero - la ricerca dei finalismi - può far perdere la giusta dimensione delle "cose" all'uomo religioso, al filosofo, al malvagio. II lupo, preso alla tagliola - racconta la favola - pagò il prezzo della libertà promettendo di astenersi dalla carne e di non mangiare che erba o, tutt'al più, qualche pesce. Appena tornato nel bosco, vide un porcellino che si rotolava in una palude. Si stropicciò gli occhi e disse : "Che bel pesce". Errore dei sensi o accomodamento della realtà ai sensi? Il filosofo della Città del Sole - Campanella - osserva: "Guardate il sole; esso tende a bruciare la terra, non a far nascere le piante e gli uomini, come Dio, invece, gli fa fare (2). Curioso un filosofo che vede delle "intenzioni" nel sole. Forse siamo di fronte a una cattiva interpretazione di Platone, per il quale gli astri erano abitati da esseri divini? Il Padre Segneri, maestro di spirito, istruisce cosi il suo "penitente": "La Provvidenza" divina non fu contenta di far nascere l'uomo; ma perché conobbe che nato, non si sarebbe lungamente venuto a mantenere sano, fu parimenti sollecita in provvederlo di medicine, nell'erbe, ne'minerali e ne' gli altri misti (3). Sarebbe come sostenere che Dio ha fatto l'uomo con gli occhi sopra il naso perché, prevedendo che sarebbe diventato miope o presbite, potesse avere un luogo su cui posare gli occhiali. O realtà quanti interpreti ti fanno la corte per ridurti in schiavitù!
All'epoca di S. Francesco le idee - come si può supporre da alcuni suoi stessi atteggiamenti - erano ancor più confuse. I Catari, per es., non volevano che Dio Padre fosse l'autore del mondo creato, perché vi era chiaramente espressa la manifestazione del male. Secondo loro, chi è "sapiente" deve credere, "senza esitazioni" che c'è "un Dio Signore e creatore cattivo". Del resto si dovrebbe ammettere che lo stesso Dio vero "è causa di ogni iniquità"(4). Qualcuno di loro, poi, argomentava cosi per provar l'esistenza del Dio "malvagio": "Come può essere creato dal Dio buono il fuoco che brucia la casa dei poveri e degli uomini santi?". (5). Quando il concetto di creazione non è ben capito può dare alla testa e spingere a prassi morali spietate. Con la Endura, per esempio, il moribondo che aveva ricevuto il rito cataro del "consolamentum" veniva soffocato dai famigliari stessi perché non tornasse più a peccare e potesse sicuramente salvarsi (6). Da questo labirinto di concetti, comincia a delinearsi e ad emergere 1'equilibrio liberante del CANTICO (di Frate Sole).
Quando il significato dell'universo viene smarrito nella sua totalità, tutti i singoli settori di esso vanno in cancrena. Quando la mente si offusca, l'occhio comincia a vedere segni di impurità per ogni dove. I Catari, infatti, credevano che il sole fosse il Diavolo, la luna Eva e affermavano che i due fornicavano ogni mese. Qualcuno, anzi, sosteneva che il sole, la luna, le stelle - si pensi agli aggettivi del Cantico frate, sora, clarite, preziose, belle, (come gli occhi di Chiara) erano demòni agitati da furori erotici; colpevoli - il sole e la luna soprattutto di continuo adulterio. Tanto che se ne poteva vedere il frutto libidinoso guardando la rugiada sparsa nell'aria e sulla terra (7). Tutto il creato, anziché essere l'opera dell'amore divino, veniva coinvolto dentro a una viscida rete di erotismo cosmico.
Hanno mai pensato gli esegeti del CANTICO - visto il contesto in cui nacque - al suo significato teologico e pedagogico insieme? Ci sembra che esso riassuma la teologia francescana dell'occhio puro e del cuore mondo, cui compete il privilegio di vedere Dio in sé e nelle sue opere. Prendiamo a tipo questo passo della Leggenda Perugina: 51 "Al frate che andava a tagliare la legna per il fuoco, raccomandava di non troncare interamente l'albero, ma di lasciarne una parte. Al frate incaricato dell'orto, diceva di non coltivare erbaggi commestibili in tutto il terreno; ma di lasciare uno spazio libero di produrre erbe verdeggianti, che alla stagione propizia producessero i fratelli fiori. Consigliava all'ortolano di adattare a giardino una parte dell'orto, dove seminare e trapiantare ogni sorta di erbe odorose e di piante che producono bei fiori, affinché nel tempo della fioritura invitino tutti quelli che le guardano a lodare Dio, poiché ogni creatura sussurra e dice "Dio mi ha fatto per te o uomo".(...) Francesco "toccava, guardava con gioia, quasi ogni creatura, così che il suo spirito pareva muoversi in cielo, non sulla terra (...) Infatti, poco prima della morte, compose le Laudi del Signore per le sue creature, allo scopo d'incitare il cuore degli ascoltatori alla lode di Dio e perché il Creatore sia esaltato nelle sue creature". Come si vede, Francesco risponde senza esitare alla famosa domanda sui finalismi esterni che tanto fanno tribolare i fílosofi. "Perché la rosa?" Francesco risponde: "Perché Dio sia lodato ed esaltato".
Il Cataro ("puro") esce di casa curvo sotto il peso dei suoi complessi teologici, apre gli occhi sul mondo e non sa più dove posarli, come non sa più dove posare i piedi, visto che tutto è polluzione cosmica. Francesco, invece guarda la valle di Spoleto e vede il panorama stupendo dell'universo; fa capriole di letizia sull'erba fresca del mattino e improvvisa un minuetto su due stecchi sottratti alla foresta. Dopo aver affermato la trascendenza di un Dio ("Altissimo"), libero e non necessitato nel creare ("Onnipotente") buono e non cattivo ("Bon Signore"), accarezza "tucte le creature" e tutte le chiama "sorelle" perché sono originate da quella stessa "razionalità" che ha originato lui creatura razionale. Il cui fine resta quello di andare a Lui attraverso le cose, non di volere spiegare le cose come un residuo di opera diabolica (8).
La posizione del pensiero religioso medievale, nei confronti della realtà creata, è analoga a quella del pensiero moderno di matrice idealistica. Prendiamo a titolo di verifica, il romanzo di Sartre La Nausea. Il signor Roquentin smarrisce progressivamente l'essere e la presenzialità dell'essere al pensiero. Ripercorriamo alcuni tratti del suo Diario. "Quando l'Autodidatta (un usciere) è venuto a darmi il buon giorno, mi sono occorsi dieci secondi per riconoscerlo. Vedevo un volto sconosciuto, semplicemente un volto. E poi la sua mano, come un grosso verme bianco, nella mia mano. L'ho abbandonata subito e il braccio è ricaduto mollemente" (...) Non so più spiegare quello che vedo (...) La vera natura del presente si svelava: era ciò che esiste, e tutto quello che non avevo presente, non esisteva" (...) "Ed ora lo so: io esisto, il mondo esiste, ed io so che il mondo esiste.
Ecco tutto. Ma mi è indifferente". Nel senso che Roquentin non sa più che cosa sia. Infatti dietro le cose non c'è più un pensiero che ne detta l'essenza. In questo modo si offusca il problema della verità. Da qui la "nausea" per l'umano e la nausea per le cose. Eccolo, per es., al giardino pubblico: "Mi lascio cadere su una panchina tra i grandi tronchi neri, tra le mani nere e nodose che si tendono verso il cielo, un albero gratta la terra sotto i miei piedi con un'unghia nera. Vorrei tanto lasciarmi andare, dimenticarmi, dormire. Ma non posso, soffoco: l'esistenza mi penetra da tutte le parti, dagli occhi, dal naso dalla bocca (...) La radice del castagno s'affondava nella terra (...) Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso (...) Ero seduto un po' chino a testa bassa solo, di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura (...) Mai prima di questi ultimi giorni, avevo presentito ciò che vuol dire "esistere".
Roquentin si avvicina al dramma finale: "La radice (...) la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s'era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine-nude, d'una spaventosa e oscena nudità". Tutte le cose infastidiscono il signor Roquentin: "Il castagno mi si premeva contro gli occhi, una ruggine verde lo copriva sino a mezz'altezza (...) Il tenue rumore d'acqua della fontana Masqueret mi scorreva dentro le orecchie e vi si faceva un nido (...) Le mie narici traboccavano d'un odore verde e putrido (...) Ciascun esistente "si sentiva di troppo in rapporto agli altri"(...) Ed io, fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri, anch'io ero di troppo". A partire dalla radice tutto diventa sempre più misterioso: "L'essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l'esistenza non è la necessità. Esistere è esser lì, semplicemente. Gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. Per sormontare questa contingenza qualcuno ha inventato un essere necessario e causa di sé", non c'è alcun necessario che può spiegare l'esistenza; la contingenza (...) è l'assoluto e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso". E il Diario chiude con queste parola "Domani pioverà, a Bouville". E' una fatalità? Francesco vede nella pioggia un dono divino e ne fa l'elogio.
Al termine della lettura del CANTICO posso continuare ad accarezzare il volto di un bimbo, a guardare con sereno stupore i colori di un tramonto, a raccogliere con la gioia nel cuore i fiori dei campi, coperti di rugiada; a respirare con letizia l'aria pura dei monti; a bere con agreste tranquillità l'acqua casta delle fonti. Non solo, ma anche la morte diventa - per la prima volta nella storia del Cristianesimo - una sorella. Mentre frate Angelo e frate Leone stanno solfeggiando il CANTICO e sfiorano i semitoni per l'emozione, l'idiota-filosofo impone l'alt alla piccola orchestra e dichiara che le è sfuggito un fraseggio. I due corali aspettano attoniti, l'imbeccata e Francesco assume la morte, dopo aver scoperto, in profondo dialogo con Cristo, che in quanto "fatto intelligibile" può essere "ridotta" anche al rango di sorella. La legge di Einstein che prevede la trasformazione della massa in energia è un simbolo della scoperta di Francesco disteso sul materassino (la nuda terra) della morte. La nuova strofa è introdotta con assoluta serenità e di tutto il dramma non resta che la "morte corporale" (9) ridotta a puro elemento come l'acqua, il vento, il fuoco. Nessun filosofo, nemmeno cristiano, ha messo la morte sul piano degli "elementi". La morte è assunta come un bene di famiglia, come un elemento su cui si può scrivere una poesia. Francesco assume la morte come assume il mostacciuolo di "frate Jacopa" per trasformarlo in vita, come assume la foglia di prezzemolo per profumarsi la bocca. La morte è "sorella" come l'acqua, elemento umile che dell'Altissimo porta significazione. Per favore; silenzio. Quei due cantori ingaggiati da Francesco sul sagrato della Porziuncola non sono dei rozzi improvvisatori di lamenti funebri. Stanno mettendo in versi il Vangelo.
Note
1) La
domanda sulla verità (Quid est veritas?) percorre
tutta la storia della filosofia. S. Tommaso, come è noto,
risponde cosi alla domanda: la verità è "adaequatio
rei et intellectus" o anche "adaequatio intellectus
ad rem" e cioè adeguazione tra cosa e intelletto
oppure adeguazione dell'intelletto alla cosa. E questa sarebbe
la verità logica. Se poi la res (cosa) anziché
essere un prodotto dell'uomo (per es. una seggiola) è un
dato (res) non prodotto dall'uomo (per esempio, una pianta
o un animale o l'uomo stesso), allora la formula si rovescia in
questo modo: "La verità è l'adeguazione della
cosa (res) all'Intelletto, dove l'Intelletto è quello
divino creatore. In questo modo è stabilita la verità
ontologica. Questo schema vacilla con l'Idealismo post cartesiano
perché dietro le "cose" non c'è più
un Intelletto che le giustifichi. Da qui il dramma della perdita
del senso delle cose, giù giù fino al nikilismo.
Husserl ripropone, per via fenomenologica, la distinzione tra
pensiero e contenuto del pensiero; ma i contenuti del pensiero
restano drammaticamente incerti, circa l'origine. L'ultimo che
inciampa sul problema è Heidegger, per il quale c'è
sì il riscatto della presenzialità dell'ente
al pensiero, ma resta lo smarrimento dall'essere come sponda
sicura del divenire. La parola è la casa dell'essere,
ma di un essere che non la trascende. Heidegger non trova il coraggio
di negare Dio (e cioè l'Intelletto autore delle "cose")
ma si sforza di farne a meno. Sul piano artistico la natura non
è degna di essere imitata: Hegel dirà che il più
povero ghiribizzo di un bambino vale più di tutta la natura,
perché è opera dello "spirito". Con Picasso
la figura umana viene scomposta e ricreata, mentre Masaccio cercava
la perfezione geometrica insita nelle cose e nell'uomo.
2) Cfr. E.Gilson, La città di Dio e i suoi problemi, Vita e Pensiero 1959, p.198. Tommaso Campanella, tuttavia, celebra l'apertura dialogica di S. Francesco in un sonetto delle "Poesie filosofiche": "Buon Francesco - esclama - che i pesci anche e gli uccelli frati appelli (o beato chi ciò intende) : né ti fur, come a noi, schifi e ribelli". Nietzsche dirà che l'uomo europeo, in quanto si fonda soltanto sul conoscere, ha come sostegni "tele di ragno", per cui il suo traguardo è dato dalla "nausea per ogni essere".
3) Cfr. Paolo Segneri, Il penitente istruito a ben confessarsi, Bologna 1670, p.7.
4) Cfr. Liber de duobus principiis, Ed. A. Dondaine, Un traité néomanichéen du XIII siècle, Roma I939, pp.83-131.
5) Cfr.
Moneta, Adversus Cattaros et Valdenses, Romae MDCCXL, p.144.
Il rapporto di Francesco col fuoco è assai articolato e
contiene qualche incertezza dottrinale . Prendiamo, per esempio,
questo episodio della Leggenda Perugina, 50: Francesco
è in quaresima sulla Verna. Un giorno, uno dei suoi compagni
accende il fuoco nella cella in cui Francesco veniva per mangiare.
Poi si assenta per raggiungere la celletta dove il Santo usava
pregare e riposarsi, per leggergli il brano evangelico del giorno
quando non avesse potuto partecipare alla messa. Quando arrivò
per prendere cibo, il fuoco - poco prima acceso - è già
fiammeggiante sul tetto. Il compagno cerca di spegnere l'incendio
ma da solo non riesce e Francesco non voleva aiutarlo. Anzi prende
una pelle con cui si copriva di notte e si addentra nella selva.
Accorsero, intanto i frati, ed estinsero l'incendio. Francesco
tornò più tardi per mangiare. Dopo il pasto disse
al compagno: "Non voglio più stendere su di me questa
pelle, poiché, per colpa della mia avarizia non ho concesso
a fratello fuoco di divorarla".
C'è qui un travaglio - a livello inconscio - fra il rispetto
delle "cose" in sé prese e il rispetto dei loro
fini. Francesco crede sinceramente che il fuoco sia a servizio
di Dio per distruggere ciò che è male (Cattiva interpretazione
del VT).
Abbiamo la riprova nell'episodio del cappuccio tolto a un frate
di cui parla il Celano nella Vita II, I54: "Una volta tolse
il cappuccio a un frate che era venuto da solo, senza obbedienza,
e lo fece gettare in un gran fuoco". Momento di suspence
tra i frati. Poi "il Santo ordinò di estrarre dalle
fiamme il cappuccio ed era perfettamente illeso". Spiegazione
del Celano: "Forse questo è avvenuto per i meriti
del Santo, ma probabilmente anche per il merito del frate, perché
era stato avvinto dal devoto desiderio di vedere il padre Santissimo.
Gli era però mancata la discrezione, unica guida delle
virtù". Viene da pensare invece che l'obbedienza non
è più una virtù, se è vero che bisogna
obbedire prima a Dio che agli uomini
Circa l'incontro col Sultano e l'offerta dell'ordalia a proprio
svantaggio offerta da Francesco all'Islam (da noi definita "martirio
spurio"), vedi il nostro studio Francesco tra Chiesa
e Vangelo, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze I985 p.57
e ss.
6) Cfr. R.Morghen, Medioevo Cristiano, Laterza 1965, p.250.
7) Cfr. Moneta op.cit., p.110 e Bonaccorso, Manifestatio in PL. 204, col .777.
8) In questo senso Francesco dialoga col fuoco, pregandolo di frenare sul suo corpo la veemenza datale da Dio. Ecco l'episodio raccontato dal Celano nel Trattato dei miracoli, c.III. Francesco è afflitto da malattia agli occhi. I frati lo convincono ad accettare le cure di un chirurgo. Costui arriva col cauterio e subito lo arroventa. Francesco, il cui corpo è scosso da tremore, si rivolge al fuoco. "Fratello fuoco - dice - l'altissimo ti ha creato per emulare in bellezza le altre cose, potente, bello e utile. Siimi favorevole in questo momento, siimi amico, poiché già ti ho amato nel Signore! Prego il grande Iddio che ti ha creato, che moderi il tuo calore in modo che ora io possa dolcemente sopportarlo". Benedice quindi il fuoco e "pieno di coraggio attende". II chirurgo afferra i1 cauterio. I frati fuggono per non vedere. A operazione compiuta Francesco dice ai frati: "Paurosi e deboli di cuore, perché mai siete fuggiti? In verità vi dico, non ho sentito né il calore del fuoco, né alcun dolore della carne". E al chirurgo dice: "Se la carne non è ben cotta, applica di nuovo il fuoco".
9) Per
quanto riguarda la strofa che riconcilia il Podestà e il
Vescovo di Assisi ("Laudato si, mi Signore, per quelli che
perdonano per lo tuo amore e sostengono infirmitate e tribolazioni"),
vedi la nostra analisi in Oltre Giotto il vero Francesco
(Il Segno dei Gabrielli Editori, Nogarine di San Pietro in Cariano,
Verona, I995, p.13 e ss.).