FRATE FRANCESCO
Anno 79 - n° 8 - ottobre 2003
"Il politeismo esisterà fintanto
che vi sarà
più di un popolo. Il reale Dio di un popolo è
il point d'honneur della sua nazionalità"
(Feuerbach)
Per puro caso, durante un soggiorno in Corsica, ci è capitato tra le mani il quotidiano "Corse-matin" pubblicato a Bastia l'8/9/03. Un titolo ci ha agganciato: "Les nationalites corses profondément européens" (i nazionalisti corsi profondamente europei<sti>). Sintetizziamo anzitutto il loro pensiero per saggiarne poi lo spessore e il limite.
Gli indipendentisti corsi non sono né xenofobi né razzisti. La lotta che conducono da sempre "affinché la Corsica risplenda" intesse legami culturali ed economici con gli altri popoli e anzitutto con i mediterranei. Lo stato di dipendenza, che dura da più di due secoli, ha interdetto ogni sviluppo.
In Francia esiste una forma di nazionalismo egemonico che tende a stritolare i popoli e le culture. E per essenza espansionista, ha giustificato il colonialismo è, in fondo, antieuropeo o, se europeo, lo è trascinando i piedi.
Esiste un'altra maniera di intendere la nazione ed è su basi culturali; sociologiche, umane; non essendo lo Stato che un semplice strumento al servizio degli interessi del popolo e dunque della nazione. Questo nazionalismo riconosce a tutti i popoli gli stessi diritti, senza gerarchizzazione spasmodica dei valori e delle culture. Prevede scambi e rispetto reciproco da parte di comunità che partecipano a "una sola umanità". Si oppone alla uniformizzazione del paesaggio umano, specie se deriva da una base puramente economica o da una mondializzazione non controllata o dalla pretesa di imporre la propria felicità.
Come si è parlato di una "teologia della liberazione" così esiste un "umanesimo combattente" che dal Chiapas alle montagne della Corsica, crea ovunque sacche di resistenza di fronte alla disumanizzazione programmata del mondo. Questo umanesimo si oppone agli umanesimi virtuali e di facciata che servono da alibi ai sistemi dominanti e cerca, nella radice dei popoli viventi, l'essenza stessa di ciò che può essere condiviso da tutti. Indipendenza non significa separatismo sterile e senza prospettive.
Nel secolo XXI° Indipendenza significa l'ambizione di partecipare alla creazione di nuovi spazi di scambi e di sviluppo nel seno di un sistema mondiale fatto di interdipendenza controllata e liberamente assunta. In questa ottica i nazionalisti Corsi si sentono profondamente europei. Ma sanno anche che una Europa costruita sulla base di Stati Centrali la cui legittimità è contestata sarebbe una Europa fragile e instabile. La soluzione di questo problema riguarda la Corsica, i Baschi, gli Irlandesi e dunque la causa della pace.
Gli stati che costituiscono l'Europa e la Francia in prima fila sono a una svolta della loro storia. Dalle risposte che saranno capaci di dare alle attese delle nazioni senza Stato dell'Europa occidentale, dipenderanno il loro avvenire e la loro perennità. Dipende da essi il non cedere a una contrazione identitativa mortifera, di fronte a una evoluzione necessaria e ineluttabile.
Tutte queste richieste peraltro giustissime non possono essere soddisfatte allo stato attuale delle cose. Sarà possibile vederle attuate in un contesto "mentale" diverso, già ipotizzato, per esempio, dal filosofo Kant, il quale prevede una federazione di Stati nella quale ciascuno di essi sottostia a una Legge che ne regoli la reciproca Libertà. Sarebbe questa la "lega della pace" ben diversa dai "trattati di pace" i quali pongono fine a una guerra, ma non a uno stato di guerra. La prima contestazione è dunque rivolta allo Stato Nazionale Sovrano, piccolo o grande che sia. Pasquale Paoli ammirabile per cultura umanistica non era riuscito a formulare questa contestazione. Voleva, infatti, la Corsica indipendente; ma appena ebbe un po' di potere tentò la conquista della Sardegna e dell'Elba.
Paoli aveva capito la lezione di Tucidide: "Se uno Stato è piccolo i casi sono due: o diventa grande o sparisce". Cari "nazionalisti corsi" non è più questo il vostro errore e tuttavia pensate che l'Europa sarebbe un orizzonte sufficientemente largo per lasciare spazio alle "nazioni". Ebbene, noi pensiamo che gli Stati Nazionali come per esempio la Francia siano antieuropei nel senso da voi inteso, perché pensano l'Europa come un grande colosso da opporre agli altri colossi quali l'America, la Russia, la Cina, l'India, e a quel livello continuare il braccio di ferro per avere l'egemonia, al termine di un conflitto armato.
Ma noi non pensiamo l'Europa come un traguardo in sé concluso. Noi la pensiamo come un passo esemplificativo verso il governo planetario. Breve: vogliamo costruire, su piano internazionale, uno Stato federale europeo come premessa all'abolizione del dogma funesto della sovranità degli Stati Nazionali. Solo così potremo considerare gli uomini membri tutti della stessa famiglia umana o, come dite voi, "Comunità che partecipano a una sola umanità".
Compito, poi, dello Stato Mondiale non sarà quello di essere la gigantografia dello Stato Nazionale attuale; ma quello di maìtriser la globalizzazione, promuovendo, subito la divisione delle etiche (equivalente del vostro concetto di nazione), in modo da costruire, sul piano interno, una società federalista basata sul principio di solidarietà, sull'allargamento dell'autonomia nelle istituzioni economiche e socio-culturali, per formare un tutto organico in cui la vita dei singoli e dei gruppi possa esprimersi come un insieme di infinite autonomie. In questo contesto troveranno il loro respiro quelli del Chiapas, i montanari Corsi, i Paesi Baschi, gli Irlandesi, gli Altoatesini, i Ceceni, gli Israeliani, i Palestinesi e via via.
Sarebbe così resa possibile la "democrazia compiuta" mediante la libera determinazione dei gruppi (o dei popoli). La mondialità così maìtrisée darebbe a tutti la possibilità di rayonner nella pace, visto che il governo planetario avrà a sua disposizione solo un corpo di polizia internazionale, per far rispettare la libera determinazione delle etiche.
Precisato tutto questo, ci permettiamo di aggiungere alle vostre lucide diagnosi, il capitolo della lingua. Kant aveva detto che "la fusione degli stati è soprattutto impedita da due potenti cause: la molteplicità delle lingue e la differenza delle religioni". Per ciò che riguarda le religioni, Kant le vuole sotto il controllo della ragione (in ogni caso svincolate radicalmente dallo Stato), noi crediamo sia sufficiente procedere alla divisione delle etiche. Per ciò che riguarda le lingue ecco la nostra proposta: occorre promuovere l'introduzione graduale nelle scuole di tutto il mondo - in ciò dovrebbe manifestarsi la funzione trainante dell'Europa - di una lingua internazionale che permetta:
a) di cancellare definitivamente ogni volontà di colonialismo culturale;
b) di escludere in radice la maturazione di qualsiasi privilegio dovuto ad asimmetria linguistica;
c) di realizzare le premesse di una comunicazione universale diretta, nel rispetto dei fondamentali principi educativi e della convivenza sociale;
d) di ricuperare "tempo scolastico" prezioso per investirlo nell'apprendimento del nuovo "sapere tecnologico" (contenuti), anziché sciuparlo per acquisire vecchi segni (strumenti) di comunicazione settoriale;
e) di liberare le "minoranze linguistiche" dal "terrore storico" dei vicini più forti, dando loro l'opportunità di far rifluire - e quindi di salvare - nel tranquillo oceano dell'unità, il loro specifico patrimonio culturale;
f) di esorcizzare la "maledizione" di Babele, costruendo un "popolo universale" in cui sia possibile lo scambio "completo", dei pensieri, in cui tutti possano accedere a tutto il sapere conquistato dall'umanità e in cui si possa riprendere la Pacifica occupazione del "cielo".
Noi siamo pervenuti alla convinzione che la Lingua Internazionale Esperanto sia lo strumento razionalmente più idoneo e già "pronto all'uso" per raggiungere contestualmente tutti questi traguardi. Non è, infatti, la lingua di un popolo ma della "mente umana"; non è una invasione straniera ma un salto di qualità all'interno della specie umana.
E' una lingua neutrale e come tale non serve da strumento ad alcun potere perché è immune dalla tentazione "colonialista" e perché riporta tutti nella scuola di tutti anziché nella scuola di Atene o di Roma o di Parigi o di Mosca o di Londra.
Il progresso della ricerca scientifica, la circolazione delle persone, i problemi della emigrazione, dell'intercultura e del multirazzismo, la validità dei titoli di studio, le didattiche comuni, saranno corollari di facile soluzione; troveranno, anzi, la loro definitiva soluzione, insieme con la possibilità della pace.