FRATE FRANCESCO

Anno 78 - n° 8 - Ottobre 2002 -

 

LA RISURREZIONE E' LA PROVA DELL'UOMO-DIO

"Il divenire luccica, ma non è, né tutto, né sempre oro" (K. 0.).

 

Con questo titolo intendiamo discorrere amichevolmente con il Prof. Severino che, sul Corriere della Sera del 30 luglio u.s; ha titolato il suo Elzeviro in questo modo: "La Risurrezione non è la prova di Dio". Egli parte da lontano e con un'affermazione vera e non-vera nella stesso tempo. Egli dice che "le religioni monoteiste sono oggi coinvolte da guerre di cui sono ispiratrici e vittime". Ebbene, il Cristianesimo non è monoteista (eodem sensu), il Cristianesimo non è una "religione". E tuttavia il Cristianesimo si è abbassato al rango di "religione" e in questo senso l'affermazione del Prof. Severino è vera.

Seguono affermazioni che sono vere in riferimento al Cristianesimo ridotto al rango di "religione" e riguardano il tema relativo alla volontà di servirsi della "religione" per interessi economici e della economia per interessi religiosi. Segue un passaggio, che chiameremo "analogico", per affermare che se l'economia riguarda i bisogni del corpo (da qui le guerre); il supremo bisogno del corpo è quello di vivere in eterno. Il Prof. Severino lo chiama una "istanza" economica e dice che "la fede nella risurrezione dei corpi" è condivisa dalle tre religioni monoteiste. Anche qui abbiamo due affermazioni non-vere. Una riguarda la inesatta collocazione del Cristianesimo tra le "religioni" monoteiste; l'altra il dire che il Cristianesimo crede nella risurrezione dei corpi come vi credono le altre religioni. Infine, non siamo così certi che l'espressione "economia della salvezza" abbia un aggancio reale con il nostro concetto di economia. Il discorso di Paolo ha un altro sapore. Il Prof. Severino è poi metodologicamente ineccepibile quando afferma che "quanto maggiori sono le speranze suscitate dalla fede nella risurrezione tanto più ponderati debbono essere i pensieri". E anzitutto - aggiungiamo - occorre avere una idea incontraddittoria della Risurrezione di Cristo, per navigare con ponderazione. Giusti e opportuni i due rilievi che seguono: "Il senso dell'uomo non va ridotto alla vita terrena e la fede nella risurrezione della carne è ancora troppo terrena e riduttiva". Sorvoliamo sul senso che deve essere dato al "divenire" e alla "morte degli esseri", diciamo solo che Oriente e Occidente hanno dato un senso ai due eventi che non piace al Prof. Severino e neanche a noi piace del tutto; ma neanche ci convince il senso dato ad esso dal Prof. Severino e cioè l'averli trasformati, come re Mida, in solo oro. L'episteme si arrende e con Aristotele ipotizza l'eternità della materia. Ma la ponderazione a cui invita il Prof. Severino si limita a una osservazione più circoscritta e cioè alla Risurrezione di Gesù che, per il Cattolicesimo, è "la prova definitiva e decisiva della sua divinità". Paolo, in effetti, dice che se la Risurrezione non fosse avvenuta, vana sarebbe la nostra fede e incerta la risurrezione dei morti. E siamo, così, arrivati al nodo del problema.

Se Gesù risorto fosse stato un cadavere rianimato - portatore dell'identico corpo di prima - non ci sarebbe stato bisogno di tutta una serie di racconti per fissarne la "realtà". Ma quei racconti - in ispecie questo di Luca - partono dal presupposto che il Gesù risorto fosse un cadavere rianimato; dunque danno origine a un curioso intreccio di paradossi. Da un lato l'evangelista fa fare a Gesù ciò che, forse, Gesù non ha mai fatto - per esempio, assumere cibo -; dall'altro lato riferisce dati di esperienza dai quali dobbiamo (o possiamo) dedurre che, no, Gesù non è un cadavere rianimato e che tanto meno lo è quanto più c'è lo sforzo di provare che è tale, partendo dal presupposto che deve esserlo. Il problema non è di stabilire se Gesù sia risorto o no; ma se la sua risurrezione debba essere concepita come una rianimazione di cadavere o come l'entrata in una dimensione ch'è presenza del Logos al logos (o alla coscienza); così come la conoscenza è la presenza (intenzionale) dell'essere al pensiero.

Luca è un discepolo di Paolo o degli Apostoli, ma non è un testimone diretto dei fatti raccontati. E' uno storico-dipendente e insiste sulla realtà "corporea" del Cristo risorto, in polemica, forse, con altri modi di interpretare la presenza del Cristo post-pasquale. L'appello alle Scritture contiene già in nuce il caso Galileo. Se le Scritture dicono che il sole si muove e che la terra "sta ferma" non è detto che ciò sia vero; specie se la Scrittura è una interpretazione "religiosa" della realtà - avente Dio per insufflatore - e non una verifica rigorosamente razionale di ciò che - pur essendo di origine divina come la terra e il sole cade sotto il controllo dei sensi e dell'intelletto. Se la Scrittura - per ipotesi - parla di un ritorno dal regno dei morti e lo intende come una rianimazione di cadavere, propone una lettura "religiosa", appunto, dei fatti e compromette il retto rapporto "conoscitivo" che deve esistere fra Cristo e il credente in Lui. Ecco perché l'appello alle Scritture per stabilire lo status del Cristo risorto è inopportuno, se non deviante.

Luca localizza la scena tipo delle apparizioni a Gerusalemme; mentre Matteo, per esempio, la localizza in Galilea. Ciò denota che ci sono state diverse tradizioni di "apparizioni" sia in Galilea, sia a Gerusalemme. La sua "redazione" è però tardiva. Egli opera una specie di bloccaggio cronologico, mostrando che Gesù apre ai suoi discepoli. l'intelligenza delle Scritture. Di fatto, però, le illuminazioni iniziali non hanno soppresso nè la "ricerca", nè la "maturazione" nella comunità cristiana. Luca, infatti, è il solo evangelista a dire che Gesù ha "mangiato" davanti ai suoi discepoli e la sua insistenza è di ordine "teologico": un cadavere rianimato non può non mangiare! In una catechesi indirizzata ai Greci che negavano la risurrezione dei corpi, bisognava notare che Gesù risorto non aveva la vita diminuita di un fantasma. Ma tra il fare qualcosa per farsi riconoscere e per affermare che Lui di adesso è il lui di prima e il mettere del cibo sotto i denti a titolo dimostrativo c'è forse un "di più" che non riguarda il Risorto, ma chi "pensa" il Risorto. L'avvenimento è talmente singolare che si presta a entrare nelle scritture letterarie più diverse. La Risurrezione appare come una irruzione nella vita dei discepoli e - se eccettuiamo il testo di Luca - non è descritta in modo obiettivante. Riconoscere Gesù è riconoscerlo con un atto di fede; ma tale conoscenza deve "completare" la razionalità non "offenderla". I segnali lanciati da Cristo ai suoi discepoli - che sono poi una maniera di farsi presente - non sono realtà di cui si poteva avere una percezione capace di identificarlo senza dover fare un atto di fede. Se così fosse stato bisognerebbe dire che la Risurrezione cade totalmente sotto il controllo dei sensi e della storia e non sarebbe più la prova della "divinità" di Cristo. Delle rianimazioni di cadaveri, infatti, ce ne sono state altre nella storia o, per lo meno, ce ne sono state "raccontate" altre. Tutto ciò, ripetiamo, sopprimerebbe il vero atto di fede e cioè una presa di coscienza non contraddittoria dell'oggetto. Più analiticamente: ammessa la storicità dei fatti siamo ancora sulla soglia. Un problema è posto dal sepolcro vuoto, ma solo in negativo (il corpo di Gesù non è più qui).

Si noti che la fede di Giovanni e di Pietro giunti trafelati al sepolcro non risulta dal trovare essi il sepolcro "vuoto"; ma dal fatto che nel sepolcro vuoto vedono la "sindone" afflosciata - e non rovesciata o sciolta o strappata - come se il corpo di Cristo fosse volatilizzato. Crediamo che i due non avessero bisogno d'altro per stabilire che Gesù era entrato in una nuova dimensione. E non a caso quando "rivedono" Gesù - per esempio sulla riva del lago sotto forma di un pescatore intento a arrostirsi un pò di pesce" - non lo riconoscono direttamente come se fosse un cadavere rianimato. Quel Gesù "fa qualcosa" per farsi riconoscere come Lui di prima perché quello di adesso non può essere "visto".

Una risposta in positivo viene avanzata con le "apparizioni". Gesù c'e ancora, ma in altra dimensione, e da quella dimensione si sforza di dimostrare che lui di adesso è il lui di prima, ma non come prima. E solo i discepoli - mediante un atto di fede più che mediante una costatazione - possono fare il raccordo e possono rendersi conto che il Suo messaggio era "parola di Dio" e non del gruppo. In questo punto preciso nasce e si qualifica il cristiano. Finita la ricerca razionale io mi trovo nelle stesse condizioni dei discepoli. Debbo decidere l'aggancio tra il Cristo di adesso - non visto ma creduto per aver scoperto segni di identificazione fra metastoria e storia - e quello di prima, portatore di un Messaggio che, per essere razionalmente delineato, deve essere trasformato in vita e in novità esistenziali.

Il caso di S. Paolo che "ode" la voce di Cristo nella folgorazione di Damasco è forse un caso in cui si ripete l'ambiguità sul concetto di risurrezione. Paolo, in un primo momento, pensa la risurrezione come una rianimazione di cadavere; poi si libera della contraddizione in cui essa fluttua e parla di un chicco di grano che si trasforma in verde fogliolina. Una verde fogliolina che dice al contadino accreditato a fare il raccordo: "Sono io quello di prima; ma non come prima". Da quel momento, crediamo, Paolo mette a fondamento della sua visione del mondo il Messaggio di Cristo e Cristo stesso. Se, infatti, Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. La Risurrezione assolutizza il Messaggio del Cristo storico ed è curioso che Paolo creda in quel Messaggio senza fondarlo sui "miracoli" - come fanno i Vangeli - giacché nelle sue lettere non fa mai riferimento ad essi.

Alla luce di questi chiarimenti ha senso il dire che anche per le altre religioni il Dio (Osiride, Dioniso, Tamuz, Baal) muore e risuscita o che Zarathustra e persino Eraclito avevano pensato alla risurrezione di tutti i morti? Ponderazione, ponderazione caro Prof. Severino. Ed ha un senso il dire che "il mondo è divino, ma la Risurrezione appartiene all'essenza di ogni cosa"? Quel Risorto parla solo di coloro che "saranno degni della Risurrezione" e il mondo umano è un po' diverso dal mondo fisico tout-court. "Per il Cattolicesimo - lei dice - è Cristo stesso, insieme al Padre e allo Spirito Santo, a far risorgere la propria carne". Eh no! caro Professore; la carne - s'è visto - non c'entra propria per nulla. E cadono, così, tutte le altre tesi legate al modo errato di concepire la Risurrezione. La fede dunque non è fondata su se stessa. La Risurrezione (di Cristo) è storica e metastorica insieme come - se ci è lecito un riferimento di livello - il teorema di Goedel, roccia dell'indiscutibile perché scientificamente dimostrato. Il quale afferma che nessuna realtà conosciuta è in grado di giustificare se stessa.

E tuttavia, il dramma adombrato dal Prof. Severino - in ciò siamo con lui - consiste nel fatto che i cristiani (di tutte le confessioni) non credono nella Risurrezione di Cristo in modo corretto e si sono accomodati nel "religioso", facendo di Lui il fondatore di una "religione" vincente. Da qui tutti i disastri del "divenire" assolutizzato.