Frate Francesco
Anno 79 ­ n° 7 ­ settembre 2003

 

Figli di Abramo o credenti in Dio?

"Prima che Abramo fosse Io sono"
(Gesù Cristo)

 

A furia di parlare delle "radici cristiane", che dovrebbero essere menzionate nella Costituzione europea, si è sollevato uno scampanio di opinioni multiforme sul tema. Caratteristico e di buon impianto è quello del Card. Ratzinger, apparso sul Corriere del 3 luglio 2003.

Egli afferma che la fede "viene da fuori" e alla domanda: il Cristianesimo è diventato religione europea? Risponde: "si e no" e tende a mettere l'accento sulla sua origine extra-storica, appellandosi alla vicenda di Abramo ("l'imperativo viene da Dio: vattene dalla tua patria"). Il Card. Ratzinger tende a definire il Cristianesimo non come una "religione" ma tende anche a occultare la caduta del Cristianesimo al rango di religione (a cominciare dalla religione di Stato di Costantino e Teodosio, all'ordine di Giustiniano di chiudere la scuola di Atene, su su fino all'ipotesi di Gioachino da Fiore relativa all'era dello Spirito).

Ebbene, noi pure siamo dell'idea che il Cristianesimo non sia una "religione" ma una "novità esistenziale" e tuttavia lo facciamo iniziare seccamente da Cristo e non da Abramo, le cui gesta - diciamolo sottovoce ­ non sono in ordine con le rivelazioni di Gesù. Anzi, noi personalmente, siamo pronti a dimostrare che Gesù non era Ebreo, se hanno valore definitivo i due dogmi della Incarnazione (fecondazione per opera dello Spirito Santo) e della Immacolata Concezione di Maria (esente dal peccato originale). Come si vede, tutti gli agganci con il cosiddetto popolo ebraico sono recisi radicalmente e resta il "Figlio dell'uomo" fuori da ogni serie. Il quale cioè viene veramente da fuori di tutto il sistema umano, per "salvarlo" globalmente, a cominciare dal settore più corrotto e cioè da una "religione" che aveva deformato il concetto di Dio. In termini più moderni: Gesù sarebbe venuto a chiudere l'epoca delle religioni e degli Stati Nazionali in quanto primo ostacolo al secondo Comandamento (ama il prossimo tuo come te stesso).

D'accordo, "nessuno nasce cristiano"; ma allora occorre chiarire in che senso il battesimo ai bambini fa diventare cristiani. Il quesito se l'era già posto Erasmo da Rotterdam in piena Riforma. Ciò spiega ­ stimatissimo Card. ­ perché, nel dibattito sulla storia della missione cristiana, è diventato usuale dire che "con la missione, l'Europa (l'Occidente) ha cercato di imporre al mondo la sua religione".

In forza di ciò che è rivelato, il cristiano vive in uno spazio più grande "e apre la possibilità di superare il pluralismo e di accostarci gli uni agli altri"? Il problema non è esattamente questo. Per noi, il cristiano ­ in forza di ciò che è rivelato ­ mostri la città sul monte affinché, vedendo quella Luce, gli uomini glorifichino il (credano nel) Padre celeste.

A questo punto si inserisce la tematica dei "credenti irrisi" o "derisi". Per il filosofo Cacciari la "derisione" non è una sconfitta, "fa parte dell'essenza della Chiesa". Alla radice dell'Europa "la croce non il trionfo", il cristianesimo originario non la sua riduzione in "religione" e ciò per il futuro.

A chiunque vorrà continuare a occuparsi delle radici cristiane dell'Europa, ricordiamo che non può non tener presente la diagnosi crociana fatta in piena guerra (1942) - e quindi in piena crisi epocale ­ con l'articolo-saggio che ha come titolo "Perché non possiamo non dirci cristiani". Croce comincia col dire che Il cristianesimo è stato "la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta", tanto da apparire come un "miracolo" o "una rivelazione dall'alto". Ma se il Cristianesimo è "rivoluzione" non è "rivelazione"; come non è - precisa Croce - una tappa dello Spirito in senso hegeliano. Fu, invece, "un processo storico che sta nel generale processo storico come la più solenne delle sue crisi"; non quindi una tappa dello Spirito, ma una sua creazione. E la prima novità fu l'amore "verso tutti gli uomini, senza distinzione di genti e di classi, di liberi e schiavi".

Ma ecco subito le ombre. Questo nuovo atteggiamento morale si presenta in parte ravvolto "in miti" - e cioè Regno di Dio, resurrezione dei morti, espiazione e redenzione che toglie i peccati dagli eletti al nuovo regno, grazia e predestinazione e via dicendo - per cui il cristianesimo, come ogni opera d'arte, vale per ciò che ha di poetico e non per l'impoetico che vi si frammischia.

Per Croce, era "naturale e necessario" che il cristianesimo avesse un respiro di riposo per darsi un assetto stabile. È questa la logica di tutte le istituzioni "storiche". Così "la chiesa cristiana cattolica forgiò i suoi dogmi ( ... ) i sacramenti, la gerarchia, la disciplina, il patrimonio terreno, il giure, ecc.". E poi "ricostruisce su nuove spirituali fondamenta il cadente Impero di Roma"; e poi "incivilisce i Germani e altri barbari"; e poi "animò alla difesa contro l'Islam minaccioso della civiltà europea"; e poi afferrò "a giusto titolo" il suo diritto di dominio sul mondo intero quali che nel fatto fossero sovente le perversioni o le inversioni di questo diritto.

Per Croce non sono valide le altre comuni accuse per la "corruttela interna", ciò accadde anche nelle chiese riformate. E quando fu attaccata dal pensiero critico, si riformò con prudenza e politica e riportò "trionfi migliori nel Nuovo Mondo".

Croce non intende pronunciarsi su "quali siano () le presenti condizioni della chiesa cattolica" perché è domanda estranea al discorso che egli sta conducendo.
E subito riprende il paragone fra cristianesimo reale e al libro che si manda allo stampatore e al pubblico, resistendo alla follia dell'infinitum perfectionis. Gesù, Paolo, Giovanni e gli altri della prima età cristiana, sarebbero i "geni della profonda azione" e tuttavia non sentirono tutte le "domande e le esigenze" che si sarebbero generate dal "seno della realtà". C'è, dunque, da compiere un'opera di "trasformazione" e di "accrescimento" per meglio determinare, correggere e modificare i "primi concetti".

Da qui l'elogio di quei geniali continuatori che, partendo dai concetti iniziali del cristianesimo, li hanno integrati con la critica e con ulteriore indagine "produssero sostanziali avanzamenti nel pensiero e nella vita". Croce riscatta i nemici del cristianesimo reale - dagli umanisti, ai giusnaturalisti, agli illuministi, e su su fino ai filosofi - che inaugurarono la concezione della realtà come storia e rispettarono e promossero l'indipendenza e la libertà di "tutte le varie e individuate civiltà dei popoli o delle nazionalità". Tutti costoro, per Croce, sono "cristiani", anche se respinti come "bestemmiatori". Sono, anzi, "operai alla vigna del Signore" e sono tanto più veri cristiani in quanto non essendo "dentro" sono liberi. In questo senso lui stesso, Croce, non può non dirsi cristiano.

Come si vede, Croce non si scandalizza dei limiti del cristianesimo reale - in ciò anzi la sua delizia di storicista - ma perché lo considera originariamente Opera imperfetta e quindi modificabile. Questo genere di storicismo, infatti, risulta comodo per una certa apologetica, ma scomodo per definire il Cristianesimo. Siamo in errore perché non abbiamo attuato, o non ben inteso, la verità "rivelata"; o siamo in errore perché non esiste verità "rivelata"?

Solo chi crede che il cristianesimo sia"rivelazione definitiva" può farsi critico nei confronti di quello "reale". Mentre Croce è indulgente nei confronti di quelli che sono i maggiori torti del cristianesimo reale - per noi dovuti alla sua caduta al rango di religione che tutto santifica, pur di dominare - e chiama in aiuto i momenti forti del pensiero occidentale per fare da correttivo a una rivoluzione imperfetta.
Per noi il correttivo è nella metànoia o conversione al Logos, perché i logoi - religiosi o non religiosi che siano - possono sì avvistare le reciproche contraddizioni esistenziali, ma non possono risolverle perché, alla fine, tutti e due sono vittime di una cultura che affida alla violenza il progresso della storia. A differenza di Croce noi non possiamo dirci "cristiani" perché abbiamo disatteso il Messaggio e abbiamo costretto la ragione a puntellare, con le sue povere spalle, le follie di una Fede caduta al rango di religione.

Il Messaggio di Cristo non deve mai identificarsi con nessuna cultura o civiltà perché di ogni cultura o civiltà è solo il catalizzatore. Come tale, esso dice a questa Europa, di cui non è mai stato l'anima vera: bisogna sì procedere alla propria unificazione, ma come tappa qualificata dell'unità del genere umano. Occorre rinunciare al concetto di Stato Nazionale sovrano e costituire subito lo Stato Planetario il cui compito è quello di rendere possibile la democrazia compiuta e cioè la libera determinazione dei gruppi umani e quindi procedere alla divisione delle etiche. Dove i Cristiani ­ tali per metànoia ­ potranno unirsi ma non per mostrare al mondo come si attua un dominio coloniale, bensì come si attua il brevetto della convivenza pacifica, suggerito dal Dio fatto uomo. E cioè "Amatevi come io ho amato voi": senza profitto.