FRATE FRANCESO
Anno 80 - n° 6 - giugno 2004

 

Nazionalità: contenitore debole

 

Solo l'Impero (governo planetario) potrà
dare pace agli uomini prigionieri delle
piccole repubbliche e dei piccoli regni
(Dante)

L'opinionista Massimo Fini apre - felice sorpresa - una finestra sulla tesi a noi cara delle "divisione delle etiche" all'interno del governo globale, da noi ipotizzato come soluzione di tutti i problemi relativi alla convivenza politica, religiosa, economica. Ecco il titolo del suo intervento su Il Carlino Reggio di sabato 5 giugno 2004: "Fra ricchi e poveri del mondo Italiani in Al Qaeda? Possibile, quando la guerra è global".

Se, come pensa il giornalista Magdi Allan, "nel sequestro di Cupertino e degli altri, ci possono essere mani italiane" saremmo di fronte a un "segnale estremamente inquietante". E Massimo Fini conclude: "Vorrebbe dire che nel mondo che si globalizza e ha come tendenza di costituirsi in un unico Stato, ad economia, produzione e stili di vita omogenei, si indeboliscono le appartenenze nazionali a favore delle contrapposizioni radicali che passano anche all'interno di ciascun Paese". Questo passaggio è di grande peso ideologico e merita la massima attenzione. Noi, per es., vogliamo la globalizzazione, ma non pensiamo affatto alla omogeneizzazione delle economie e degli stili di vita. Vogliamo la globalizzazione politica, un solo Stato Planetario, federalista, democratico ecc., che non sia la gigantografia dello Stato Nazionale, ma con il compito preciso di promuovere, da subito, la divisione delle etiche - tutte - affinché la democrazia sia compiuta e cioè una libera aggregazione dei gruppi

L'indebolimento delle appartenenze nazionali, per noi, è la vocazione alla divisione istituzionalizzata delle etiche, appunto per congelare le contrapposizioni radicali: Se ci è lecita una immagine, diciamo che le ampolle degli Stati Nazionali, entro cui convivono olio, aceto, mercurio, libertà contraddittorie, debbono spaccarsi e i contenuti collocarsi in nuove aree distinte e stimolati a realizzarsi in autonomia. Massimo Fini è conseguente e la sua lettura del movimento globale dell'umanità ha alcunché di tragico e di realistico nello stesso tempo. Egli crede che lo scontro non sia "fra islam e occidente cristiano (che di cristiano, per altro non ha quasi più nulla)". Questa parentesi merita un piccolo commento. Noi sosteniamo, da almeno un ventennio, che il cristianesimo è caduto al rango di religione, almeno a partire da Costantino, e che "religione" non è, ma novità esistenziale nei tre settori fondanti della vita associata (sesso, danaro, potere) e cioè nel rapporto uomo-donna (matrimonio) nel rapporto uomo-uomo (lavoro) nel rapporto uomo-uomini (nell'assetto politico). Vogliamo credere che Massimo Fini intenda quel "quasi più nulla" come una reductio totale del cristianesimo a "religione" quindi al braccio di ferro (o quasi) con le altre religioni per il dominio etico.

Il vero scontro, per Massimo Fini, è però "fra mondo povero e quello ricco che lo attacca col suo potente e persuasivo modello (in questa ipotesi l'islam radicale non sarebbe che la punta di lancia di una tensione assai più vasta)". Non ci opponiamo a questa lettura della storia; diciamo che il capitalismo selvaggio tira per il naso tutte le religioni. Nell'islam, infatti, vi sono i ricchi detentori del potere e dell'economia e i poveri che sono elettrizzati dall'idea di conquistare l'erba del prato dell'infedele. E così nell'area cristiana vi sono i ricchi e i poveri vecchio retaggio di una concezione formalizzata esattamente nell'anno 1600 dal Card. Bellarmino: "Dio vuole - spiega dal pulpito di S. Maria in Via - che nel mondo vi siano ricchi e poveri, dai quali alcuni sono mendicanti, altri contadini, altri artigiani, ecc. Dio vuole che ci siano ricchi e poveri mendichi perché vuole che ci siano tra gli uomini misericordia e pazienza (...) Vuole anche Dio, che vi siano nel mondo ricchi e nobili e contadini e artigiani poveri, perché vi sia nel mondo la carità fraterna, e l'uno abbia bisogno dell'atro". Dunque, per M. Fini, scontro fra mondo povero e mondo ricco, con l'allusione a una "tensione assai più vasta" della punta di lancia dell'islam radicale. Crediamo di capire che la "tensione più vasta" sarebbe la componente o vocazione missionaria di tutte le religioni. Tutte cioè con aspirazioni omnicomprensive per arrivare a spalmare tutta la superficie umana del pianeta.

Per Massimo Fini questi "potrebbero essere i primi segnali di una guerra civile planetaria che scompagina le concezioni tradizionali e passa all'interno dei vari Paesi, di ogni modo, fra chi è schierato da una parte - quella dell'attuale modello di sviluppo occidentale - e chi dall'altra". Ebbene, per evitare questo genere di scontro noi ipotizziamo proprio la "divisione delle etiche". Lo stesso M. Fini spera che "non sia così", ma gli occidentali di destra e di sinistra - Bush e i Clinton, D'Alema e i Berlusconi - dovrebbero però almeno meditare su che cosa ha voluto veramente dire infrangere il principio dell'intangibilità delle sovranità nazionali, come abbiamo fatto in Jugoslavia e in Iraq. A questo punto, senza rifiutare la logica di M. Fini, dichiariamo di essere attratti da un'altra logica. Gli occidentali hanno sì infranto il principio della intangibilità della sovranità nazionale, ma ahimè, senza avere ciò con cui sostituirlo. Saremo più sottili: gli occidentali hanno infranto il principio senza ammettere che è nefasto per tutti.

Le sovranità nazionali della Jugoslavia - qui citate come es. - dovevano lasciare il posto alla consensuale divisione delle etiche. La convivenza coatta, dentro alla nazionalità, di etiche incompatibili è un focolaio di eterne intolleranze. La psiche popolare aveva già sentenziato sul futuro: "A guerra finita eleviamo muri e muri e ognuno stia a casa propria". E del resto che cosa era accaduto nel 1555, in Germania, dopo la Pace di Augusta? Chi era cattolico in un principato protestante poteva passare sotto il principato cattolico e viceversa. Fu questa la condizione di pace: la divisione delle etiche. La formula istituzionale fu presto trovata cuius Regio eius et Religio. Per essere molto chiari: anziché le forze di interposizione impegnate all'infinito, meglio la caduta delle nazionalità sull'altare dello Stato Planetario e poi la divisione consensuale delle etiche sotto il controllo di un corpo di polizia internazionale.

E siamo al caso Iraq. Dentro a quella grossa ampolla convivono, con lo stocco sotto il mantello, etiche conflittuali che portano potenzialmente a un nuovo Saddam. E' la teoria di Hobbes: quando si moltiplicano i branchi dei piccoli lupi ci vuole un lupo grosso (il Leviatàn) che li tenga sotto disciplina.
E' venuto il momento in cui l'intellighenzia orientale deve dimostrare la sua superiorità sulla logica occidentale, anziché ricorrere al terrorismo. L'intellighenzia orientale, dunque, invochi l'ONU come unico Stato legittimo, divida il territorio per aree etiche condivise e chieda un servizio di polizia internazionale unicamente per far rispettare le scelte etiche liberamente assunte. Sarebbe questa una vittoria "mentale" ­ e un invito all'occidente ­ superiore all'abbattimento delle torri gemelle. Fuori da questo colpo di genio la tesi di M. Fini diventa un incubo: "Un mondo sovranazionale non può che partorire fatalmente anche un antagonismo sovranazionale ed eventualmente anche un terrorismo sovranazionale".

Riassumiamo il discorso in tre punti: 1) Lo stato Planetario non va inteso come una gigantografia dello Stato Nazionale attuale; 2) La sovranità degli Stati Nazionali va sacrificata sull'altare della divisione delle etiche; 3) Il terrorismo sovranazionale c'è già e c'è, appunto, perché non c'è ancora lo Stato Planetario. L'Europa o si affretta a percorrere questa strada o diverrà un colossale nido di vipere.

Ringraziamo Massimo Fini di avere avvistato, con raro intuito, l'orizzonte ultimo dei problemi chiacchierati e di averci dato modo di accogliere le sue istanze dentro a una utopia che crediamo ­ pur nella nostra cosciente modestia ­ sia il futuro dell'umanità.