Frate Francesco
Anno 79 ­ n° 6 ­ giugno 2003

 

No alla "storia per sempre" di Tucidide

"E' nevrotico pacifismo
dire no alla guerra, senza
dire doppiamente no alla
sua vera causa". (K.O.)

 

Dire "no" alla guerra senza contestare concettualmente la sua causa permanente, è più concerto di pappagalli innervositi che richiamo razionale alla condizione umana. Quel rompiscatole di Gesù Cristo è stato quasi brutale nel toccare questo tema: "Sono venuto a portare la guerra e non la pace". Guerra concettuale, ovviamente, a tutto ciò che potenzialmente conduce alla guerra. E ciò che conduce fatalmente alla guerra sono le religioni coniugate, come che sia, allo Stato Nazionale Sovrano. Le prime perché deformano la definizione di Dio, il secondo perché rende inattuabile l'amore al prossimo.

Per questo motivo i cristiani della prima e della seconda generazione hanno introdotto nella storia il concetto di martirio o contestazione alle vere cause della guerra. Ma la "fratellanza" voluta da Cristo ebbe un brusco arresto nel quarto secolo (conversione di Costantino) e il Cristianesimo cadde al rango di "religione" e per questo motivo continua a navigare nell'ambiguità dottrinale sul tema della guerra. Questa caduta del Cristianesimo al rango di "religione" ­ si pensi al giudizio che di essa dà Lucrezio ­ fu grave disattenzione sulla "novità esistenziale" suggerita da Cristo. Se ne accorsero e tentarono la rimonta due poveri cristiani come Benedetto e Francesco; ma per tutti gli altri ­ "cristiani" e non ­ quella caduta divenne concezione Tucididea ed Hegeliana della storia.

In modo indiretto, dà significato alla nostra tesi, l'intervento del prof. Giovanni Sartori sul Corsera del 26 maggio u.s.; il più intelligente, a nostra conoscenza, sul tema. La situazione è chiara, a giudizio del Professore, siamo minacciati da un certo tipo di terrorismo. Ecco perché vanno colpite le infrastrutture che producono le armi chimiche; se è vero che "mezzo chilo di tossina botulinica potrebbe uccidere un miliardo di persone". Bush "ha spiegato male" tale problema agli europei. I quali rifiutano di capire che siamo minacciati di sterminio "grazie anche a Chirac, alla Chiesa e al pacifismo alla Strada".

Secondo il prof. Sartori ­ se abbiamo ben capito ­ bisogna allinearsi con l'America e spiegare ciò che essa non riesce a spiegare bene e far fronte compatti all'incombente sterminio di massa. In altre parole, si potrebbe dire all'America: "Felix culpa" (nel senso che ha liberato l'umanità da un tiranno e da una progettazione statale nefasta per la convivenza). Ma poi dire anche all'America: "Attenzione, a non porti come modello intrascendibile di democrazia". Resterebbe, infatti, un problema: come ci si può opporre allo sterminio di massa con le categorie mentali di cui disponiamo (Stati Nazionali Sovrani?). I più ­ s'è visto ­ fanno leva sulla "illegittimità" della guerra e ­ a nostro giudizio ­ costoro rifiutano il moscerino e mangiano il cammello (considerano legittimo lo Stato Nazionale Sovrano). E questo errore "ottico" non è percepito da nessuno dei soggetti citati dal prof. Sartori e forse neanche dal prof. Sartori. All'America che teme l'irruzione delle armi nucleari non convenzionali non si può opporre una maggioranza (i più) che negano la "legittimità". All'America bisogna opporre una logica che contesta la causa vera di ogni guerra e cioè l'esistenza degli Stati Nazionali Sovrani i quali sono nella storia così come i primi uomini erano nella foresta senza legge e cioè nel continuo pericolo di farsi del male (l'osservazione è di Kant, il quale propone il federalismo per uscire dallo stato permanente di Guerra).

L'aspetto paradossale di questa vicenda "concettuale" relativa alla formazione dell'America attuale, consiste nel fatto che cinquanta Stati si federano ed escano dallo stato di guerra; ma nello stesso tempo danno origine ad uno Stato gigante che, a sua volta, ripropone il dramma della guerra a livello planetario. Il suggerimento kantiano deve spingere il climax al suo estremo modello. Deve approdare alla costituzione di uno Stato mondiale che non sia nemmeno la gigantografia dello Stato attuale; ma il garante dell'avvenuta divisione delle etiche, emerse dalle ceneri degli Stati attuali. In altre parole: religioni e ideologie debbono essere sciolte da ogni vincolo statale e navigare iuxta propria principia in aree liberamente sceltesi e tenute d'occhio da un corpo internazionale di polizia.

E l'Europa? L'Europa non deve aspirare a diventare un colosso armato per convincere l'America a rispettare la sua "dignità" di partner. L'Europa deve unirsi; ma per promuovere nello stesso tempo l'unità mondiale nella quale dovrà sacrificare anche la propria unità, insieme con tutte le altre (Russia, America, Cina, India, Africa). Solo così potrà scongiurarsi la guerra futura fra gli Stati colossi ­ per altro corrosi al loro interno dai classici conflitti di classe, di religione, di etnie, di razze ­ e potrà bloccarsi l'avvicendamento etnocentrico come predetto da Tucidide. In altre parole: bisogna togliere, per questa via, all'America quel genere di egemonia che la rende soddisfatto gendarme del mondo. E poiché egemonia e colonialismo è anche l'imposizione sistematica della propria cultura, proponiamo che in tutte le scuole del mondo venga introdotta ­ già fin da ora e dall'ONU ­ una lingua comune (per esempio l'Esperanto) accanto alla lingua materna, per dare inizio negli spiriti alla costruzione della pace e cioè alla comunicazione diretta fra tutti gli uomini. Con una qualche ironia nella voce, osiamo affermare che questo è il solo antiamericanismo lecito.

Diciamo qui ­ per inciso ­ la nostra opinione sulla questione mediorientale. Il ritornello è noto: "Debbono esistere due Stati indipendenti, quello Palestinese e quello Israeliano". L'operazione oltre che utopica, sarà sempre fallimentare, visto il concetto di Stato che ognuna delle due parti elabora all'interno della propria memoria storica. Ci rifiutiamo di precisare i connotati di tale memoria, dal momento che vengono coniati preamboli come questo: "Gerusalemme è capitale eterna, una e indivisibile". Ebbene noi siamo del parere che proprio lì, più che altrove, debbano annullarsi i due Stati Nazionali Sovrani. Uno solo deve essere lo Stato: quello Planetario il cui compito ­ ripetiamo ­ sarà quello di ridividere le etiche e mantenere ­ mediante corpo di polizia internazionale ­ la pace fra gli "animali religiosi", distribuiti dentro a confini liberamente concordati. In questo modo, il terrorismo e l'insediamento abusivo saranno sorvegliati da tutta la comunità umana. Ci pare che sia questo l'auspicio del prof. Sartori e giustamente.

Nel preambolo della condenda Costituzione europea, l'estensore responsabile Giscard D'Estaing ha citato questo passo di Tucidide: "La nostra Costituzione si chiama democrazia perché il potere non è nelle mani di una minoranza, ma del popolo tutto intero" (II, 37). Passi come questo sono formalmente ben costruiti (l'America attuale non è forse una democrazia?); ma navigano nell'ambiguità culturale se si tiene conto di tutto il pensiero di Tucidide. Non dimentichiamo che per il contemporaneo Socrate ­ per altro mai menzionato da Tucidide ­ la tirannia è sempre un male, mentre per Tucidide può essere buona. Noi citeremo, ora, il passo in cui Tucidide intende scrivere una "storia per sempre" e si vedrà come e quanto lo Stato Nazionale Sovrano sia il tritacarne della stessa democrazia.

Prendiamo il celebre dialogo intercorso fra gli Ateniesi (città super-potenza) e i Meli (isola cuscinetto). "Volete salva la patria ­ dicono gli Ateniesi ­ se dite si, siamo qua per discorrere (...). Noi vogliamo ampliare il nostro dominio e salvarvi". I Meli chiedono: "Come potrebbero conciliarsi le due cose?" Gli ateniesi rispondono: "Sottomettetevi al nostro impero e sarete salvi". Propongono i Meli: "Potremmo deporre le armi e restare amici, ma indipendenti". Precisano gli ateniesi: "L'utile nostro ci impone di sottomettervi". Replicano i Meli: "Noi confidiamo anche negli Dei che proteggono gli innocenti e nell'aiuto degli Spartani". A questo punto gli Ateniesi producono la risposta che vale il "per sempre" di Tucidide. "Per quanto poi riguarda la pietà dei sentimenti verso la divinità neppure noi crediamo di restare indietro, che noi non esigiamo né facciamo cosa alcuna che devii dalle umane credenze nei confronti della divinità o degli umani desideri nei confronti di se stessi. Noi crediamo, infatti, che per legge di natura chi è più forte comandi. Che questo lo faccia la divinità lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini, lo crediamo perché è evidente. E ci serviamo di questa legge senza averla istituita noi per primi, ma perché l'abbiamo ricevuta già esistente e la lasceremo valida per tutta l'eternità, certi che voi e altri vi sareste comportati nello stesso modo se vi foste trovati padroni della nostra stessa potenza" (Le storie, V, 105).

Come si vede, c'è qui acre profumo di hegelismo, anche perché Hegel utilizza gli interventi "arbitrari" del Dio veterotestamentario e degli Dei greci, per spiegare il divenire agitato della storia umana. O si elimina la figura del "più forte", come che sia introdotto nella storia, ipotizzando (e costruendo) uno Stato Planetario come l'abbiamo sommariamente descritto, oppure emergeranno gli scenari di sempre (caduta dell'Impero Romano, fine dei vari colonialismi, ecc.) dove la guerra resterà la "levatrice della storia". Ma anche se il pianeta fosse governato da cinque o sei colossi, come è nella prospettiva immediata, vivremmo comunque con l'incubo dell'arma pigliatutto e con l'odio nel cuore. E tuttavia la minaccia del terrorismo da ordigno tascabile, come descritto dal prof. Sartori, dovrebbe accelerare in tutti noi ­ e in primis da parte dei cristiani ­ la instaurazione, almeno mentale, del governo mondiale unico, per rendere possibile la pace.