FRATE FRANCESCO
Anno 79 n° 5 Maggio 2003
"La guerra è uno scontro tra uomini;
la pace non può essere che la guerra contro i vizi occulti
dell'uomo.
L'arma non può essere che la spada della parola (o del
Logos)".
(K.O.)
Noi, poveri cristiani, che ci sforziamo di collocare il cervello nella verità evangelica, pur essendo costretti a tenere i piedi nella storia; non scenderemo in piazza, o per le vie delle metropoli, a gridare "Sì o No alla guerra". Staremo piuttosto alla finestra per misurare il grado di cecità antropologica di cui sono affetti giovani e anziani, cristiani e non, di fronte allo scoppio di una metastasi che accusa l'esistenza di un cancro ormai diffuso in tutto il globo.
Ma noi stiamo alla finestra anche perché
offesi nella nostra dignità di credenti.
Gesù Cristo ha detto che è venuto a portare la guerra
e non la pace (in un modo così com'è). Ovviamente
la sua è una contestazione concettuale a tutto ciò
che conduce alla guerra. La pace, infatti, non è un dono
di Dio e neanche una virtù direttamente praticabile. La
pace, semmai, sarà un risultato o un esito. Per cui, per
ottenerla, devi fare qualcosa d'altro. E cioè: se vuoi
la pace devi ricercare e recidere le radici che generano la guerra.
E le radici sono esattamente tre: Gli Stati Nazionali Sovrani,
la babele linguistica, la conflittualità delle religioni
(questa formalizzazione è del filosofo Kant). Il preambolo
dell'atto Costitutivo dell'UNESCO aveva centrato il problema:
"poiché le guerre nascono nella mente degli uomini,
è nella mente degli uomini che devono essere costruite
le difese della pace".
In questo senso Gesù Cristo è venuto a portare la guerra e non la pace. Un cristiano del secondo secolo l'autore della Lettera a Diogneto aveva capito meglio della prima generazione - fatta eccezione per il primo martire S. Stefano, il quale contestava le istituzioni giudaiche e il Tempio la vera novità del Messaggio evangelico. E questo autore afferma che Gesù è venuto a chiudere l'epoca delle religioni dichiarandone la crisi per cui si vedono dei cristiani e non la loro religione. E dunque il cristianesimo non è una nuova religione tra le vecchie, ma una novità esistenziale che non conosce il cuscinetto della precettistica "religiosa", ma l'attuazione immediata della Parola.
E poi la perla della Lettera a Diogneto : "Per il cristiano ogni paese straniero è patria; ogni patria è paese straniero". A significare che lo stato Nazionale sia pure grande come l'Impero Romano è il nemico numero uno del secondo comandamento: "ama il prossimo tuo come te stesso". Non a caso L. Feuerbach dirà ne "L'essenza del cristianesimo" che "il politeismo esisterà fintanto che vi sarà più di un popolo. Il reale Dio di un popolo è il point d'honneur della sua nazionalità. Adesso si capisce la "novità" cristiana del "martirio". E' l'unica strada non violenta (sic!) per eliminare dalla storia il concetto di guerra. Purtroppo il cristianesimo è caduto al rango di religione e ha ceduto alla tentazione di unificare il mondo nella pace mediante l'egemonia (religiosa in primis). Questa idea ha trovato in Dante (De Monarchia) il teorico più importante ed è stata assunta a turno dai popoli europei. Tommaso Campanella, per es., nei Discorsi ai Principi d'Italia dice che "per bene loro e del cristianesimo non debbono contraddire alla Monarchia di Spagna, ma favorirla". La Spagna, infatti, era la potenza destinata a riunire, con la forza, le nazioni del mondo, per poi consegnarle alla Chiesa che le governasse con amore. La Spagna altro non era che un "braccio del cristianesimo". Per Campanella: "fu promesso ai cristiani che dovevano dominare tutte le nazioni perché sono del ceppo di David (...). Dunque si vede che questa Monarchia di Spagnoli, che tutte le nazioni abbraccia e cinge il mondo, è quella stessa del Messia nella quale si mostra erede dell'universo; et fiet unum ovile et unus Pastor" (Discorso IV).
Chi ha capito che l'unificazione del genere umano deve passare attraverso la federazione e non attraverso la forza è un "povero cristiano" che si chiama E. Kant. Egli prevede una federazione di Stati nella quale ciascuno di essi sottostia a una legge che ne regoli la reciproca libertà. Sarebbe questa la Lega della pace ben diversa dai trattati di pace i quali pongono fine a una guerra, ma non allo stato di guerra.
Mentre Kant aveva indicato la via teorica alla federazione, ecco l'attuazione pronta in America. Cinquanta stati si federano scelgono una capitale nuova, una lingua comune, fanno anche una guerra di secessione, integrano con la forza gli indiani e poi navigano nella storia come una potenza orientata all'egemonia mondiale (aspirazione vecchia e già conosciuta). Da qui la crisi attuale.
Ecco perché siamo alla finestra con qualche tristezza interiore. Noi, con Mazzolari prima e con P. Balducci poi, eravamo soli a difendere l'obiezione di coscienza (intesa come obbedienza a Dio prima che agli uomini). Noi abbiamo anche contestato il Vaticano II sul tema della guerra e siamo stati circondati dal silenzio stampa. Citiamo dal nostro opuscolo "Quale storia insegnare?" (ed. Nuova Rivista Pedagogica, Roma 1972, p. 18) il passo della Gaudium et Spes e il nostro commento:"E fintantoché esisterà il pericolo della guerra è detto al paragrafo 79 - e non ci sarà un'autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa (...) altra cosa è servirsi delle armi per difendere i giusti diritti dei popoli, ed altra cosa voler imporre il proprio dominio su altre nazioni". Sarebbe come dire: finché ci sarà l'inquinamento atmosferico bisogna cautelarsi contro i suoi effetti. Giusto, ma il problema è appunto di vedere se l'inquinamento atmosferico è una fatalità o se viene dalle vicine ciminiere, poniamo, contro le quali non abbiamo nulla da dire. Il problema consiste nel dichiarare non conforme alla natura dell'homo sapiens il concetto di Stato Nazionale - il gigantesco inquinamento atmosferico che sovrasta le coscienze - per avviare i popoli verso una unità sociale che sola può togliere le premesse e le cause della guerra.
La logica del Concilio sarebbe potuta essere: "fintantoché ci saranno gli Stati Nazionali a sfigurare la retta convivenza dell'uomo, ci saranno le guerre. Più che preoccuparci di sapere se ci sono "giusti diritti", legittime difese, autorità cui sono stati affidati popoli da tutelare, dichiariamo inumana questa dilacerazione della convivenza e invitiamo tutte le singole coscienze a riflettere su questa mostruosa distorsione che le costringe a vivere in una perpetua alienazione". Il capitolo sulla promozione della pace poteva ridursi a queste sole righe.
Alla Chiesa e ai cristiani non resta che rifiutarsi di fare un qualsiasi discorso sulla casistica della guerra perché è un bavardage convenzionale e legato a una visione del mondo e all'accettazione di valori che il cristiano non può accettare. Ma le guerre ci sono, replica qualcuno. Giusto, osserva il cristiano, ci sono perché c'è dell'altro che nessuno condanna. O si sta al di qua del discorso sempre, chiedendo prima conto delle cause, o si tace sulle cause e si è costretti ad accettare il discorso banale della casistica che non può non ipotizzare le guerre giuste. Il cristiano non ha che da chiedere - seguendo un suo vecchio stile - la libertà giuridica di poter amare tutti gli uomini e di poter dialogare con loro senza l'intermediario dello Stato Nazionale, come è stato concepito fino ad oggi da tutte le culture. Questa fondamentale pacifica protesta non sradicherà, forse, la guerra; ma almeno darà alla Chiesa una dottrina coerente su di essa e ai credenti la certezza di essere su di una strada lunga da percorrere, ma che conduce a una meta.
Nel 1991, insieme con l'esperantista Prof. G. Formizzi abbiamo siglato un manifesto dal titolo Quale scuola per la pace, dove proponiamo all'Europa in fieri di trasformarsi in un capitolo della unità mondiale, del resto c'è il rischio che emerga un nuovo super-Stato in gara con l'America, la Cina, l'India, ecc.
Circa il rapporto Europa-America riteniamo
"ragionevole" il tema della "pari dignità"
ma non è indicazione cristiana. Il problema non è
quello di avere due pilastri paritetici (tesi del Pres. Prodi),
ma avanzare l'idea che tutti i grandi blocchi devono federarsi
così come fecero i cinquanta Stati dell'America del Nord.
Sappiamo che questa tesi non piacerebbe agli Stati Uniti, ma scopriremmo
che sarebbe questa la fonte dell'antiamericanismo diffusa nel
mondo. La psiche generale non può più accettare
un rapporto sovrano-sudditi,, la psiche cristiana non lo può
accettare per motivo teologico (insulto istituzionalizzato alla
fratellanza e alla pace).
L'intellighenzia europea deve dunque dare il là
alla federazione mondiale.
Diventando il colosso previsto per gli anni 2005-2006? Mettendo in essere l'esercito Europeo in grado di mettere i brividi alla stessa America? Non ci sembra questa , da sola, la via della pace. Noi, poveri cristiani, vogliamo essere catalizzatori di altra natura. Politicamente premiamo per la federazione planetaria con la successiva divisione delle etiche come abbiamo spiegato dalle colonne di Frate Francesco. Culturalmente premiamo perché l'Europa chieda all'ONU la prima fondamentale rivoluzione copernicana: la introduzione cioè in tutte le scuole del mondo di una lingua comune (l'Esperanto). Sarebbe questo il modo per saggiare la volontà europeistica dell'Inghilterra e di pacificare la Francia mai rassegnata a subire l'egemonia inglese e americana.
Alcuni anni or sono abbiamo fatto dono all'ONU di un simbolico pezzo di terra con questa motivazione: "Lascio questo lembo di terra (3000 mq. circa chiamato Fontana Bandigla, fontana della convivialità) - all'ONU, nella persona del suo Segretario Generale in carica, intendendo lasciarlo alla "condenda comunità umana" o "governo planetario" di cui mi riconosco cittadino a pieno titolo vivendo oggi orfano di identità etica legittima. Intendo così promuovere, concretamente, il massimo bene dell'umanità e cioè la pace, che ha come primo nemico storico e concettuale lo Stato Nazionale Sovrano, la molteplicità delle lingue e la moltitudine delle religioni. Tre sciagure "culturali" cui intendo sensibilizzare coloro che le gestiscono in buona fede".
E un anno fa, al controller incerto
sul significato del nostro dono, ne abbiamo chiarito ulteriormente
il senso: " Il mio contributo al lavoro delle Nazioni Unite
è dunque di carattere qualitativo e inerente alla definizione
stessa dell'ONU come governo mondiale. Ed è per un progetto,
ripeto, di unificazione del genere umano.
Per essere concreto, come primo gesto autonomo dell'ONU propongo
al Segretario Generale di chiedere a tutti gli Stati Nazionali
l'introduzione nelle scuole elementari, accanto alla lingua materna,
la lingua comune per es. l'Esperanto, lingua già
pronta per l'uso, neutrale, visto che anche in Europa si apre
la corsa al dominio culturale in modo da favorire il dialogo
diretto fra tutti gli uomini, primo e fondamentale passo verso
l'unità e la pace".