FRATE FRANCESCO
Anno 78 - n° 5 - Maggio 2002 - Pag. 5/7
"La verit non una cosa, ma un rapporto che sta dietro e davanti ad ogni realt." (K.O.).
Il giornalista Armando Torno, sul Corriere della Sera del 28/03/02, affronta, in maniera sommessa, il problema della verit ("Che cos' la verit?" Quella domanda, senza risposta, di Ponzio Pilato). Pur rinunciando alla pretesa di risolvere quel problema, quelle quattro mezze colonne hanno il merito di tener viva una esigenza che continua a occupare gli spiriti, nonostante il trionfo pervadente dell'errore e della indifferenza. La verit? "I giudici la cercano" perch - aggiungiamo noi - la conoscono solo per met. "I filosofi non fanno altro" (che cercarla); mentre - aggiungiamo noi - dovrebbero solo definirla. "Gli economisti assicurano che va misurata con il mercato" mentre - aggiungiamo noi - dovrebbero misurarla con l'uomo che fa mercato.
"I politici sono costretti a offrirne di tanto in tanto qualche dose, per paura di essere sommersi dal sospetto"; mentre - aggiungiamo noi - dovrebbero offrirla tutta intera, adeguando le leggi al bene comune.
S, certo "oggi temiamo di non sapere pi cosa sia la verit"; forse perch non sappiamo pi - come il signor Roquentin de La Nausea di Sartre - che cosa sono le cose non fatte da noi (per es. la radice di un albero) o forse perch il nostro intelletto non ha riferimento alcuno con il Logos creatore. Ed ecco perch quasi nessuno (...) se la sente di rispondere alla domanda (...) di Pilato a Ges "che cosa la verit?".
Kierkegaard - citiamo a memoria - osserva che Ges non rispose a Pilato, perch si trovato nella condizione di un orologio cui qualcuno domandi: "Che cosa un orologio?". L'orologio non potrebbe che "gridare" tacendo: "Guardami!" oppure: "osservami, conoscimi!". Non a caso i retori hanno dato la risposta con un celebre anagramma: "Quid est veritas? Est Vir qui adest (Che cosa la verit? E' l'uomo che ti presente!).
E tuttavia S. Tommaso aveva gi speculato con sufficiente chiarezza sul tema della verit. Anzitutto la verit non una "cosa" (per es. una ciliegia) anche se una ciliegia gi di per s una cosiddetta "verit ontologica", in quanto risponde a un pensiero di Dio creatore. Ma procediamo con ordine. Prendiamo in esame il rapporto che esiste tra me e ci che mi "presente". Ecco, per es.,una penna, opera di una intelligenza umana. Il fatto che il mio pensiero si adegui al concetto di penna ivi concretizzato dal suo inventore una cosiddetta "verit logica" adaequatio intellectus ad rem: adeguazione o corrispondenza del mio intelletto alla cosa, in questo caso alla penna). Quando per da una penna - opera di un intelletto umano - passiamo a un gatto, un albero, una ciliegia - opere di un Intelletto non umano ma divino, o comunque trascendente ogni sistema conosciuto - abbiamo s una adaequatio (corrispondenza); ma una adaequatio "rei ad Intellectum" e cio una corrispondenza tra la cosa (gatto, albero, ciliegia) e l'Intelletto divino; dove l'Intelletto divino all'origine delle "cose" (verit ontologica). Se la verit una "adeguazione" (o corrispondenza) tra l'intelletto e tutta la "realt" ecco il risvolto pratico. Se io chiedo del formaggio pecorino - intendendo quello ricavato dal solo latte di pecora - avr la giusta risposta se tra il pensiero del pastore che produce il formaggio e il formaggio stesso ci sar "corrispondenza" (o adeguazione). Se questa manca, la verit non si realizza e subentra l'errore (o inganno). Credo di mangiare il formaggio pecorino e invece mangio qualcosa d'altro.
In tutti i nostri rapporti "umani" il punto dolente l'adeguazione delle parole al pensiero (intelletto) o delle opere al pensiero. Tutto ci che penso, dico, uso, vero o falso a seconda se una verit logica prima o una verit ontologica poi. Il dramma della nostra convivenza la fuga da queste due verit e cio il vulnus all'adeguazione.
Armando Torno, dopo aver divagato per qualche attimo attorno alle "disavventure della verit" - visto che l'attuale momento ha un orientamento scettico - conclude cos la sua diagnosi: "La settimana santa, per chi professa la fede cristiana, l'unica risposta possibile alla domanda di Pilato (...) Ges non aveva nulla da rispondere, perch dopo qualche ora sarebbe salito sul Golgota, dove avrebbe rimesso in gioco la storia". A questa ottima sintesi ci permettiamo di dare una veste appropriata. Ges non risponde 1) perch la verit ontologica non pu definirsi, ma solo mostrarsi; 2) perch la verit non una cosa, ma anzitutto un rapporto; 3) perch aveva gi detto pubblicamente che Lui era la via, la vita, la verit; 4) perch sul Golgota avrebbe mostrato che fra storia e verit non c' identit (tesi dell'eghelismo).
Per il cristiano, dunque, la verit Cristo (est Vir qui adest), inteso come Logos o pensiero di Dio fatto carne. La verit, dunque, non un uomo singolo e meno che meno una roccia statica - come credeva Lessing - ma un continuo campanello d'allarme o un continuo richiamo all'adeguazione.
Ma vogliamo essere ancora pi rigorosi. Alla domanda di Pilato Ges aveva risposto poca prima del drammatico silenzio: "Il mio regno non da questo mondo (...) "Io sono venuto a rendere testimonianza alla verit". Come dire: la verit ci che io annuncio nella storia. Pilato, invece, era convinto che storia e verit si identificassero nella realt di Roma.
In forza di questo contesto vorremmo tentare una nuova traduzione del testo. Pilato non chiederebbe pi "che cosa la vert?"; ma dopo aver udito il discorso sul "regno" ultramondano e l'annunzio del fine della venuta nel "mondo" di Ges, avrebbe, invece, chiesto: "E' questa la verit?". Ges avrebbe annuito senza dire una parola.
Pronunciamoci, ora, sullo stato di salute della "verit" dopo duemila anni dalla sua silenziosa, ma evidente, introduzione nella storia. II cristianesimo reale non la verit perch non "adeguazione" della cosa al Logos (o parola di Dio incarnata). In altra forma: il cristianesimo anzich crescere su Cristo cresce su se stesso e diventa "religione" come tutte le altre e crede di essere la "religione vera" tra le false; mentre a fronte della Verit tutto falsit. E ci perch i cristiani - come singoli e come Chiesa - dovrebbero mettere in atto delle realt che verifichino l'adeguazione tra Logos e storia. Non a caso Cristo Logos produttore di "logoi" (progetti da realizzare). Ecco i tre principali, insiti nel solo "comandamento" nuovo; "Amatevi come Io ho amato voi" e cio senza profitto, nei tre punti vitali della convivenza: nel rapporto uomo-donna (matrimonio come finalizzazione degli affetti); nel rapporto uomo-uomo (produzione e distribuzione del capitale finanziario); nel rapporto uomo-uomini (organizzazione politica dell'esistenza). Queste tre realt (l'amore libero da interessi e rispettoso dei finalismi; la giungla retributiva nel rapporto tra capitale e lavoro; la pace tra gli uomini e quindi tra gli Stati) sono fuori della verit, nel senso che manca l'adeguazione di esse al logos. Da qui - specifica Ges - l'introduzione nella storia dei prodotti del cuore umano: adultri, ingiustizie, guerre.
Armando Torno conclude le sue riflessioni con una specie di sfida: "Ci sar sempre qualcuno disposto a rovesciare un catino o a salire, per follia o altro, su un colle a morire". Infatti, salirono sul colle a morire le prime generazioni cristiane, ma si stancarono troppo presto o non capirono che lo Stato Nazionale - sia pure vasto come un impero - non la casa della fratellanza, n il luogo della vera pace. Oggi accorre promuovere l'adeguazione della cosa (storia) al Logos-Verit. E questa una forma di martirio simile e quella di chi sale il colle. Sar vero cristiano colui, o coloro, che promuoveranno tale adeguazione nei tre punti fondanti della vita associata.