FRATE FRANCESCO
Anno 77 - n° 5 - Maggio 2001 - Pag. 7-11
"Le religioni si illudono di lavare la testa all'asino (pardon, all'uomo)"(K.O.)
Parliamone con il distacco dovuto alla ricerca scientifica; parliamone con la passione dovuta all' I care del pedagogista premuroso della salvezza dell'uomo in ogni istante dell'età evolutiva.Tutti gli specialisti hanno detto la loro e, per essere o per apparire buonisti, si sono persino dimenticati di riferire l'analisi freudiana di questo settore della psiche umana. - intendiamo l'area dell'Es - che trovando indebolito l'Io e il Super-Io tende ad emergere in tutta la sua crudezza anomica. Non a caso, parricidio (o matricidio) e incesto furono esorcizzati nella psiche dei greci dalla costante rappresentazione, sulle scene, dell'Edipo. Poi il cristianesimo ha predicato con forza contro quel genere di peccati; ma, dopo duemila anni, essendosi deteriorato il riferimento etico della fede, ed essendosi la fede abbassata al rango di religione; la natura (la cosiddetta natura) sta riprendendo la sua marcia trionfale. Dioniso, cioè, sta riprendendo a sgambettare, senza legge e senza pedagogia, nel vasto prato del mondo. E con grande soddisfazione di Nietzsche il quale aveva opposto, al Crocifisso inchiodato mani e piedi sulla croce, il libero Dioniso costruttore della tabella del bene e del male.
"L'oscuro senso di colpa - ha scritto Freud in Perché la guerra? - che domina l'umanità fin dai tempi più antichi e che in varie religioni si è consolidata nell'idea di una colpa primordiale di un peccato originale, è probabilmente la manifestazione di un delitto di sangue (...) un parricidio". Nell'uomo primordiale la morte delle persone amate era per un certo verso la morte di. una persona estranea. E se quei cari morti erano stati anche estranei e nemici, finivano per suscitare sentimenti ostili. Da questo conflitto emotivo è nata, per Freud, tutta la psicologia. L'imperativo di non uccidere può essere rivolto solo contro un impulso altrettanto forte. Abbiamo dunque nel sangue la voglia di uccidere. Nei nostri moti inconsci sopprimiamo ogni giorno, ogni ora, tutti coloro che ci sbarrano la via, chiunque ci abbia offeso o danneggiato o proibito qualcosa. Freud cita, poi, a sostegno delle sue riflessioni il paradosso del Mandarino. "Nel Père Goriot - egli dice - Balzac allude a un passo dell'opera di Rousseau in cui questi chiede al lettore quel che farebbe qualora potesse senza lasciar Parigi e, senza venir scoperto, uccidere con un semplice atto di volontà un vecchio mandarino di Pechino (...) Dopo di allora "tuer son mandarin" (uccidere il proprio Mandarino) è divenuta un'espressione proverbiale per indicare questa segreta prontezza a uccidere che si trova anche negli uomini dei nostri giorni. I Cristiani, a loro volta non hanno mai meditato a sufficienza la parabola del Prodigo; giacchè il ragazzo, nell'atto in cui chiede al padre la sua parte, è come se dicesse: "io ti voglio morto per ereditare e per essere libero".
Per quanto riguarda la psiche femminile, non si dimentichi il caso di Medea e di almeno due Salomè : la sorella di Erode il Grande spinto da lei a uccidere la moglie Marianne e i tre figli; e poi la figlia di Erodiade che, insufflata dalla madre, chiede la testa di Giovanni Battista. Questo genere di delitti sembra resistere alle religioni e alle civiltà. Nel caso di Novi Ligure, l'unica domanda interessante da fare ai due ragazzi sarebbe questa: "A quale religione appartenete?" Se dicono di appartenere a una religione, bisogna consegnarli ai capi di quella religione, per l'eventuale rieducazione, dopo aver chiesto a quei capi il quadro generale dell'etica professata, almeno su quel tema specifico. Se dicono di essere atei o agnostici o simili, bisogna consegnarli ai rispettivi capi, dopo aver chiesto loro idem de eodem.
E tuttavia per risolvere potenzialmente alla radice questo genere di problemi, noi abbiamo una soluzione che va oltre ogni buonismo e ogni tutiorismo. Rousseau - come sappiamo - per educare Emilio aveva scavalcato la famiglia e riformato la società (Contratto Sociale). Crediamo che fosse su buona strada. Noi portiamo a conclusione quel concetto e proponiamo la "divisione delle etiche". Siamo, dunque, per la responsabilizzazione precoce del ragazzo (diciamo 12-15 anni). Per chi vuole uscire dalla famiglia, la famiglia avrà un solo impegno: aiutarlo economicamente per un anno o poco più in attesa che si formi la struttura della sua società. E questa prassi va istituzionalizzata perché sia vero che l'uomo è liberamente ciò che vuol essere. E attui, finalmente, la democrazia compiuta. Parricidio,matricidio, fratricidio sono favoriti dalla convivenza coatta.
Degna di riflessione la posizione di Indro Montanelli su questo tema (Cfr. Corsera 16 marzo 2001, p. 43). Egli si tira fuori dai discorsi degli esperti in quanto sono privi di chiarezza, e si accumulano l'uno sull'altro provocando l'inflazione nel settore. Montanelli dice subito che ha provato "disgusto" quando ha saputo che si trattava di "fidanzatini". La giovinezza può costituire un'attenuante di fronte alla legge, ma non alle coscienze. Dunque non si tratta di "animelle" che hanno sbagliato in un momento di follia; ma sono "persone" che hanno premeditato e compiuto un'azione mostruosa. Da qui la loro pericolosità se escono dal carcere. Montanelli aggiunge poi, al dolore, la sua tristezza: non riesce a immaginare che non ci fossero segni, sintomi, sospetti. Caro Montanelli, quando era giovane lei, i segni, i sintomi e i sospetti venivano risolti non con il controllo, ma con il favorire al maschio l'esperienza del bordello (e lei stesso ha scritto da qualche parte che quella fu la strada giusta della educazione sessuale) e alle femmine le esperienze prematrimoniali.
Ecco tutti i segreti dei segni e dei sintomi; ed ecco perché noi, oramai, siamo per la divisione delle etiche. L'attacco ai genitori ci sembra un pò forzato. "A quei ragazzi nessuno aveva insegnato a distinguere il bene dal male"? L'avevano insegnato, solo che i due fronti avevano, del bene e del male, un concetto diverso; come accade in tutte le famiglie (dislivello generazionale). Per Montanelli, i genitori dei due assassini, pur avendoci provato, non sono riusciti a "costruire la coscienza dei loro figli". Noi non sappiamo se compito dell'educazione sia quello di costruire la coscienza", come se la coscienza fosse un organo. Tutta la pedagogia di tutte le tendenze insiste nel ripetere che l'educazione è l'opera che promuove l'autoeducazione dell'uomo; e Montanelli, infatti, retrocede e riporta la responsabilità sui giovani. Sì certo, i genitori hanno "fallito", ma perché? Perché quelle erano "anime vuote" e questo è il vero "orrore". E cosi, dopo duemilaquattrocento anni, si riaffaccia l'analisi platonica. II vero male è di origine prenomica, anteriore cioè alla violazione della legge.
L'uomo, originariamente religioso, perché imparentato agli Dei, non riusciva a convivere con i suoi simili. Zeus, allora, inviò Ermes perché insegnasse loro la politica (l'arte di stare insieme) e cominciò col portare ad essi il pudore e la giustizia, due virtù che dovrebbero essere il patrimonio genetico di ogni individuo. La città, infatti, non potrebbe esistere se solo pochi possedessero pudore e giustizia. Per Platone, Dio ha messo in ogni singolo pudore e giustizia, ma colui che non esercita le due virtù è un uomo mancato è un mostro anche fisicamente e va eliminato. Breve: la vocazione alla socialità è come l'intonazione musicale: o è racchiusa in un diapason alle cui vibrazioni tutti devono modellare la propria voce (legge) o è patrimonio delle corde vocali dei singoli. Ma se l'intonazione manca, bisogna ricercare gli individui in cui manca e annullarli come individui "sbaglìati".
Ad ogni generazione occorre ripetere il controllo perché gli uomini virtuosi non riescono a rendere virtuosi i loro figli. Lo schema è chiaro: se qualcuno durante lo sviluppo non si conforma a quel qualcosa di unico di cui è necessario che tutti i cittadini partecipino, costui deve essere ammaestrato e punito perché diventi migliore; del resto deve essere scacciato e messo a morte come inguaribile chi non darà ascolto pur essendo stato punito e ammaestrato. Infine, ecco come Platone nella Repubblica, tenta di risolvere il tanto proclamato problema della prevenzione". Le due arti (medica e giudiziaria) cureranno "quelli che siano naturalmente sani di anima e di corpo. Quanto a quelli che non lo sono, i medici lasceranno morire chi è fisicamente malato, i giudici faranno uccidere chi ha l'anima naturalmente cattiva e inguaribile". Se questo è il responso della ragione (Platone), è noto il responso della religione (Mosè). Senza dimenticare che la civiltà cristiana è piena di prigioni e di capestri. E la pena di morte è ancora in molte legislazioni ed è rimasta anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica. E chi ha tolto la pena di morte dai propri codici, è nella tentazione continua di reintrodurvela perché, a fronte dei codici cosiddetti "civili", cresce la morte di fatto; la pena di morte cioè è esercitata dall'anomìa originaria e dalle "anime vuote", come dice Montanelli.
E tuttavia Platone - in questo caso suggestionato da Socrate - apre un altro settore di riflessione utile agli educatori di tutti i tempi. Nel Clitofonte - il più breve dei suoi "dialoghi" - ritorna sul tema del bene e del male, rapportato alla libertà umana. Un'anima retta se riuscirà a conoscere quali siano le sue cattive e buone qualità eserciterà e coltiverà le seconde e fuggirà le prime. Ma dove sono le anime rette? Per bocca di Socrate arriva la descrizione di tutto il dramma sociale: (1) gli uomini non fanno nulla di quanto dovrebbero fare; (2) tutto il loro zelo è posto nel procurarsi denaro, né si curano dì sapere se i figli sapranno usarlo giustamente dopo averlo ereditato; 3) non esistono maestri che insegnino ai figli la giustizia (sempre che si possa insegnare), né maestri che la facciano esercitare e praticare (se è praticabile). V'è di peggio: gli stessi genitori non si sono coltivati su questo tema.
Tutto questo andazzo non è sufficiente a dichiarare scandaloso l'odierno sistema educativo? II nodo dell'educazione non è nella riforma dei sistemi didattici; ma nel conflitto sociale e politico. Nel fatto, per es., che fratello assalga fratello e che Stati aggrediscano Stati. Breve: la violenza fra individui e fra Stati è dovuta a una carenza educativa di livello sociale. A questo punto la tesi del disimpegno pedagogico replica: "Gli ingiusti sono ingiusti non per deficiente educazione, o per ignoranza, ma deliberatamente". In questo modo la società (educante) scarica le responsabilità su gli individui, usciti dal suo seno. E contraddicendosi dice anche: "L'ingiustizia è una turpe cosa e invisa agli Dei"! Resta però un duro interrogativo: "Come potrebbe uno scegliere deliberatamente un simile male?" In altre parole: come potrebbe uno scegliere ciò che è turpe e inviso agli Dei? La risposta del disimpegno è infantile: "Cosi si comporta chiunque non sappia resistere ai piaceri". Come se la società "educante" non fosse lei stessa incentivo ai piaceri. "E allora - replica Socrate - non è anche questo un fatto involontario, se vincere dipende dalla volontà?" (volontà, infatti, non ne esiste perché nessuno la educa). L'analisi razionale della situazione ci dice, dunque, che in ogni caso l'ingiustizia è un atto involontario, e che a questo - al calo di volontà comune nel resistere all'ingiustizia - occorre pongano la massima attenzione sia gli individui per proprio conto, sia gli Stati tutti insieme e di comune accordo.
E la nostra proposta - a conclusione del post-moderno e del post-cristiano - è questa: dividiamo le etiche che debbono sostituire l'attuale divisione del mondo in Stati Nazionali sovrani, dopo aver insediato lo Stato mondiale unico a struttura federale. La divisione delle etiche, su piano generale, dovrebbe risolvere anche il problema delle carceri. Nel settore specifico dell'età evolutiva dovrebbe prevenire tutte le forme di violenza dovute a convivenza coatta.
Se tali forme di violenza dovessero riesplodere in quei contesti liberamente scelti, avremmo la prova scientifica che il male è nel cuore dell'uomo per una scissione originaria ("Padre dammi la mia parte") di cui il Cristianesimo ha tentato la ricucitura con l'Incarnazione. E allora i cristiani avrebbero la responsabilità della convivenza felice e dovrebbero mostrarla al mondo.