FRATE FRANCESO
Anno 80 - n° 4 - aprile 2004
"Religione: causa di
tutti i
mali del mondo" (Lucrezio Caro)
"Non voglio gli atei
nella mia
Repubblica" (Platone)
"Religioni e Repubbliche
tengono
l'uomo in ceppi: solo la Verità
rende liberi" (Gesù Cristo)
Mi è sembrato opportuno il lamento di Michele Serra, espresso su La Repubblica di martedì 13 aprile u.s., sotto il titolo "La sfida tra religioni che esclude i laici". Il lamento è così espresso: "In un lungo e popolato dibattito televisivo sulla Passione di Mel Gibson, nel giorno di Pasqua, ho atteso invano che uno dei tanti contendenti rappresentasse anche il mio punto di vista: quello di un non credente". Ergo: "L'invadenza delle fedi e dei fedeli è, in questo momento, travolgente e, se mi è concesso dirlo, opprimente".
Caro Michele, anch'io mi sento oppresso dalla invadenza delle "religioni" e degli uomini religiosi (fedeli), precisando che considero "religione" persino il cristianesimo caduto a quel rango almeno da Costantino in poi. Trovo qualche amara consolazione nel pensare che Socrate e Cristo furono condotti a morte da uomini "religiosi". Il primo fu accusato anzitutto di corrompere i giovani perché li educava a essere critici nei confronti dell'etica della Polis; poi fu tacciato di ateismo perché non venerava gli Dei della Polis, facendo capire che Dio era un'altra cosa, e cioè un ideale di vita e non una gigantografia dei nostri ideali. Gesù Cristo fu emarginato dalla religione per antonomasia perché contestava il sabato (creduto di istituzione divina) e chiamava Dio (suo) Padre, e non condottiero di eserciti e quindi schierato con un popolo contro altri popoli.
Da qui deduco che il cristianesimo non è una "Religione", ma una "novità esistenziale" o un inedito impatto dell'uomo con Dio e di Dio con la storia. In estrema sintesi: Gesù è venuto a chiudere l'epoca delle "religioni" (l'epoca del falso rapporto tra l'uomo e Dio) perché le "religioni" defigurano Dio e ne rendono il volto contraddittorio. Ed è altresì venuto a dichiarare illegittimo lo Stato Nazionale che supporta ed è supportato dalle religioni perché è il primo ostacolo all'attuazione del secondo Comandamento: "Ama il prossimo tuo come te stesso" e perché rende difficile ai cristiani l'attuazione della loro specificità esistenziale: "Amatevi come io ho amato voi" e cioè senza profitto nell'assetto e nei rapporti socio-economici.
Caro Michele, io, cristiano nato dalla Risurrezione che mi garantisce la divinità del Messaggio del Cristo storico, mi sento escluso con te, e come te, persino dalla "decrepita antinomia Mori e cristiani". Quei "Mori" e quei "Cristiani" erano (e sono) uomini "religiosi" che mettevano (e mettono) in pericolo la fratellanza. Non ti chiedo di fare fronte con me perché ripeteremmo il loro errore. Ti racconterò, invece, quale è il mio "sogno" per uscire da questo incubo.
Ma prima permettimi un riferimento, relativo all'ateismo, che ti prego di verificare nel Libro X delle Leggi di Platone. Il filosofo non vuole gli atei nella sua Repubblica, perché sono costituzionalmente negati a osservare le leggi. Infatti argomenta Platone o le leggi hanno la loro radice in Dio (definito "massima misura di tutte le cose") o, diversamente, se sono umane, non obbligano perché in verità nessun uomo può dire a un altro uomo: "si fa così anziché cosà". E oggi, purtroppo, siamo al punto in cui la nostra democrazia obbliga il 51% a dettare l'etica al 49%. Per risolvere il dramma del conflitto delle etiche nella polis, Platone instaura un dialogo serrato con gli atei, i quali, a loro volta, gli chiedono la dimostrazione apodittica dell'esistenza di Dio. Platone non si ritrae e presenta la sua prova (L'anima è anteriore ai corpi, lo spirito alla materia). Al termine della sua fatica sfida gli atei: o vi piegate all'evidenza della prova razionale oppure, accanto alla polis, in aperta campagna verrà eretto il Sofronisterion (o carcere per la rieducazione del cervello). Ogni settimana giudici (o magistrati) vi incontreranno per cinque anni al termine dei quali o sarete rinsaviti (diventati saggi) o vi attende la pena di morte.
Caro Michele, come vedi il teismo liberante di Socrate ha subito, in Platone, una flessione integristica agghiacciante e tuttavia, rispetto agli integrismi di tutte le religioni, quello di Platone ha il piccolo vantaggio di essere ragionevolmente tollerante e aperto al dialogo.
Detto questo, per informazione storico-culturale, ecco il mio sogno (o utopia se vuoi). Io sto lavorando da molti anni per la costituzione di uno Stato Federale Planetario, non però inteso come gigantografia dello Stato Nazionale attuale la cui figura deve cadere nell'oblio come l'età della pietra o del ferro, ma con il compito primario di promuovere la "divisione delle etiche", oggi costrette a convivere in conflitto dentro agli Stati. E poi con il compito di sorvegliare a divisione avvenuta l'invincibile spirito missionario di alcune etiche a valenza religiosa. Breve: ognuno pratichi liberamente la propria etica senza imporla come che sia agli altri. La sorveglianza potrà essere affidata a un corpo di polizia internazionale.
In un simile contesto il cristiano (non religioso) potrà trovare il suo spazio di sviluppo e potrà finalmente essere se stesso in assoluta autonomia. La stessa cosa potranno fare le "religioni". E anche gli atei potranno avere il loro posto "in questo pandemonio di Verbi configgenti". Anzi, avranno modo di mostrare il volto sociale dell'ateismo, se è vero che essi credono come tu affermi nella "religione dell'eguaglianza tra gli uomini". Che questa sia la strada giusta, anche per voi, lo dimostra il fu ateismo pratico, politicamente imposto dall'Unione Sovietica. Esso infatti è risultato fallimentare come il cristianesimo reale o costantiniano perché non ha risolto i problemi vitali della convivenza: pace, giustizia sociale. Deliziosa e profonda la tua definizione della Jihad atea: "l'evangelizzazione atea è un ossimoro".
Ti faccio altresì notare che la "divisione delle etiche" è l'unico modo per portare a compimento la "democrazia" e cioè per avere una "democrazia compiuta" o Libera determinazione dei gruppi umani. E ciò al di là della tolleranza giustamente da te definita "pensiero debole", e del pluralismo.
Con la divisione delle etiche non esisterà più il classico scarica-barile: "Il mondo va male perché ci sono gli infedeli e gli atei", oppure "Il mondo va male perché ci sono le religioni". Si vedrà a occhio nudo ciò che ogni gruppo saprà fare, per rendere fraterna e pacifica la convivenza a casa propria.
Se veramente fossero cinque miliardi (su sei) i credenti in Dio, dovrebbero trasformare la loro convivenza in un Eden senza fame e senza violenza, e invece.nascono i pensieri cattivi sulla definizione di Dio, e il miliardo di atei o animisti soffre le pene della emarginazione aprioristica.
I cristiani mandati da Gesù come pecore in mezzo ai lupi hanno inventato il martirio, ma hanno resistito per tre secoli poi un po' alla volta si son fatti lupi tra lupi. Con la divisione delle etiche potranno finalmente essere liberi di praticare il Messaggio e mostrare al mondo il miracolo della convivenza felice: "Amatevi come io ho amato voi" e cioè senza profitto nel rapporto uomo-donna, nel rapporto uomo-uomo (lavoro), nel rapporto uomo-uomini (convivenza sociale ex politica). Questa è l'evangelizzazione: mostrare il brevetto della convivenza "affinché gli uomini, vedendo le vostre opere buone, glorifichino il Padre di tutti".
Per completezza di discorso caro Michele debbo dirti che io, nel mio piccolo, ho fatto un passo presso l'ONU per promuovere l'unità mondiale. Le ho lasciato un pezzo di terra tremila metri quadrati come simbolo per dichiarare che l'appartenenza alla comunità mondiale è, oramai, per me l'unica identità sopportabile. Ho quindi pregato l'ONU di chiedere l'insegnamento di una lingua comune (per es. l'Esperanto in quanto lingua-concetto appartenente a nessun popolo) in tutte le scuole del mondo accanto alla lingua madre, per superare la violenza della montante egemonia linguistica e per iniziare una via che può portare al dialogo della fratellanza e, comunque, rendere possibile e facile il cambio del collocamento etico, qualora uno riconoscesse di avere sbagliato nello scegliere l'area della sua etica.
E' tutto, caro Michele, ti ringrazio della nobile e puntuale provocazione e spero di trovarmi vicino al tuo modo di pensare la nostra tribolata storia.