FRATE FRANCESCO

Anno 78 - n° 4 - Aprile 2002 - Pag. 7/10

 

L'INTELLIGHENZIA NELL'IMBUTO ETNOCENTRICO

"Noi crediamo, infatti, che per legge di natura chi pi forte comandi: che questo lo faccia la divinit lo crediamo per convinzione, che lo facciano gli uomini lo crediamo perch evidente" (Tucidide).

 

Sessanta intellettuali americani, con un documento scritto, spiegano al mondo - approvandola - la guerra giusta promossa dagli Stati Uniti dopo l'11 settembre (2001), Bush il diretto destinatario del documento e gli intellettuali spiegano le ragioni del loro accordo con il conflitto. Questa preziosa notizia ci data dal giornalista Bernardo Valli su La Repubblica del 18 febb.2002 ("Quella lettera dall'America a favore della guerra"), cui va il nostro ringraziamento. Cominciamo col dire che gesti di questa specie sono gi stati compiuti all'interno della storia europea. Per es. nell'agosto del 1914, novantatre intellettuali tedeschi firmarono una dichiarazione in appoggio alla politica di guerra del Kaiser Guglielmo II. Quell'episodio - ci preme ricordarlo - condusse Karl Barth a romperla con la teologia del Protestantesimo liberale; la quale aveva cercato una continuit fra storia e dogma, ottenendola con la riduzione del dogma alla storia. Da qui la nascita della teologia dialettica di Barth. Per cui i sermoni incitatori di Schleiermacher a favore dello sforzo bellico prussiano e la difesa del Kaiser da parte di Harnack, potevano essere giustificati da una teologia abbassatasi al rango di antropologia; in grado, quindi, di identificare i folli idealismi patriottici degli uomini con la volont di Dio.

Tra i sessanta firmatari non mancano i democratici, ma dominano i conservatori. E c' l'impronta del filosofo Michael Walzer (storico del pensiero politico); il quale, nella sua ultima opera sostiene l'esistenza di "una realt morale della guerra" (sic!). Poi, accanto al suo nome c' quello di Francis Fukuyama, profeta della mondializzazione del modello democratico liberale, e altri dello stesso calibro. Dall'elenco non vediamo il nome di qualche teologo ma ci sembrano tutti, pi o meno, teisti o, in ogni caso, deisti, come ci sembra la tradizione culturale americana. Con F. Fukuyama - autore de "La fine della storia" - abbiamo un piccolo conto aperto avendo dissertato con lui in sede pedagogica. In quel libro aveva affermato che dopo la caduta del muro di Berlino tutto il mondo destinato ad abbracciare il sistema di governo liberal- democratico. Questa lettura della storia non diversa da quella che fece Polibio dopo la battaglia di Pidna (168 a.C.). A partire da quel momento, la Tuke (o Dea Fortuna) aveva dato alla storia un orientamento o fine. E cio la instauratio della romanitas nel mondo conosciuto. Questo dimostra che la storia - e non - magistra vitae; visto che in gran parte una produzione dello "spirito". A nostro giudizio la caduta del muro (di Berlino) stata soltanto la fine di un incubo. Il marxismo-comunismo fu pericoloso non perch aveva come fine una proposta sociale (superamento del capitalismo) ma perch aveva come programma primario la socialistizzazione di tutto il mondo. Con la buona intenzione di sanare la malattia pi profonda dell'homo sapiens e cio la "lotta di classe". Breve: l'ipoteca della storia da parte di un gruppo fu il vero pericolo. Ma questa fu, ed , anche il pericolo dell'integrismo religioso (fondamentalismo) e comunque degli etnocentrismi di qualsiasi estrazione, rimessisi in buona salute dopo la caduta del "muro". La segreta aspirazione delle religioni e delle Nazioni potenti (superpotenze) non quella di risolvere i problemi che affliggono l'uomo - proponendo modelli per se stessi luminosi - ma di imporre se stesse per risolverli. E questo cartesianesimo etico-teologico. Il mezzo, cio, con cui si conosce, vale pi dell'oggetto da conoscere. La mia religione, la mia cultura, la mia lingua, ecc. anzich essere il medium quo conosco la realt (risolvo i problemi) diventa il medium quod io conosco direttamente la realt, bloccandomi cosi l'accesso alla soluzione dei problemi.

Sicch - caduto il muro di Berlino - noi, in quanto educatori, abbiamo gettato e gettiamo l'allarme. No, non finita la storia - e l'11 sett. la smentita pi clamorosa - ma riprende la storia di sempre gi descritta da Tucidide nel famoso dialogo Meli-Ateniesi (L.V); per decidere chi deve comandare. In quella vecchia storia si annida il virus che ci spinger verso altre avventure omnicomprensive. E il virus l'eterno etnocentrismo che si rivela nel nazionalismo e nell'idea d Nazione. Gide ha detto che i nazionalismi hanno "un grande odio e un piccolo amore". E Feuerbach ha precisato che "il politeismo esister fintanto che vi sar pi di un popolo. Infatti, il reale Dio di un popolo il point d'honneur della sua nazionalit" (Essenza del cristianesimo).

Il giornalista Bernardo Valli precisa, a ragione, che la variet dei personaggi firmatari impedisce che il documento sia un'incondizionata difesa dei "valori americani". Ci sono dei passaggi "autocritici" ma hanno il valore di "troppo rapide boccate d'aria fresca". II concetto dominante questo: in certi casi l'uso della forza pu essere moralmente necessario per rispondere alla violenza, all'odio, all'ingiustizia. Facciamo notare che questa tesi pari pari la tesi sostenuta da Bin Laden; per il quale terrorismo, cui bisogna mettere un freno, la piovra capitalistica incarnatasi negli Stati Uniti. Mentre per Bin Laden la guerra giusta guerra santa, per i sessanta Intellettuali la guerra giusta quella che si pu fare in nome della ragione morale universale e cio della morale naturale.

I testi di morale cattolica dicevano che la guerra pu essere giusta se fatta per tre motivi:

1) Ad repetendam rem (per riappropriarsi di una cosa sottratta),

2) Ad vindicandam inuriam (per vendicare le ingiurie),

3) Ad repellendam vim (per respingere la violenza).

E infatti il lettore europeo - osserva Bernardo Valli - si trova a casa sua per larga parte, sui punti essenziali. Ma ci sono dei paragrafi che lo lasciano perplesso e sono quelli in cui si afferma che la teoria della guerra giusta o contempla o considera quasi impraticabile la procedura di una approvazione internazionale, perch - si dice - potrebbe risultare suicidaria. E' noto che le risoluzioni dell'ONU vengono disattese quando non sono condivise della super-potenza americana. I sessanta intellettuali sostengono, in proposito, un concetto "molto semplice": la guerra giusta pu essere decretata soltanto dagli Stati Uniti perch la loro azione si ispira a valori "ineccepibili" che hanno il pregio di essere accompagnati dalla "forza".

Senza citare la letteratura relativa alle certezze etiche intramontabili dell'impero romano ("Roma forte ma giusta" solo Roma difende il "diritto delle Genti") rivisitiamo, per qualche attimo, un teologo - Francesco De Vitoria - che all'epoca della conquista e della colonizzazione delle Americhe ha condizionato, nel bene e nel male, i comportamenti etici della cristianit ritenuta "ortodossa" (a partire, grosso modo, dal I540). Il De Vitoria per es., afferma che il "diritto delle genti" non pu essere abrogato da nessun potere perch nessuna autorit pu vantarsi di esercitare l'impero su tutta la terra. E anche se lo esercitasse non potrebbe abrogarlo nel suo contenuto totale senza attentare al bene universale. Come si vede questa l'arma del dissenso contro un ipotetico governo mondiale ottenuto mediante conquista. Se a qualcuno fosse riuscita l'impresa, costui avrebbe dovuto fare i conti con il diritto delle genti elaborato dalla Chiesa e dalla "gens ispanica". E ancora: quando il diritto delle genti e calpestato da uno Stato tutti gli altri, non solo in blocco, ma ciascuno per conto proprio, devono considerarsi come il soggetto transitorio e accidentale della sovranit sovrastatale e procedere con "l'autorit del mondo intero" alla ricostituzione del diritto violato.

Infine, nella teologia morale del De Vtoria la guerra una sanzione che viene imposta a uno Stato per qualche infrazione al Diritto delle genti. Come tale quindi intrinsecamente lecita, anche come offensiva. Se, infatti, non ci fossero castighi per gli Stati delinquenti, ogni ordine sarebbe turbato e i buoni perirebbero vittime dei malvagi, anche all'interno di uno Stato. Come si vede i sessanta intellettuali hanno ascendenze lontane e prossime. Non a caso, qualcuno vede il ritorno di Clausewitz (uso della guerra come proseguimento della politica). Bernardo Valli conclude la sua diagnosi affermando che "una guerra, sia pure giusta, non genera da sola una giustizia capace di placare gli animi. Provoca altre vittime e altri rancori (senza altre iniziative"). Condividiamo ad litteram e chiediamo la cortesia di lasciarci esprimere il riferimento evangelico, per costruire un'etica passabilmente "cristiana".

Franco Fornari (Feltrinelli 1960) ha sostenuto che la Nazione "lega" gli individui pi fortemente della classe. La tesi non piacque n ai marxisti ortodossi, n ai cattolici conservatori. L'universalismo dei primi vuole che il danaro (capitale) sia pi forte del solco (confine nazionale). L'universalismo dei secondi centrato sul "soglio di Pietro". Per Fornari l'individuo "cosciente" una costruzione che emerge con fatica da una comunanza con gli altri esseri. I legami profondi tra cose e forme si chiamano coinemi (da koin, lingua comune). E il nazionalismo ha alla sua base una rete di tali coinemi rispetto ai quali vincoli, come l'interesse di classe, restano secondari e derivati. Questo nucleo duro solo un primo passo, poi entrano in scena miti di radice, religione, linguaggio, tradizioni, leggi. Resta il paradosso: il nazionalismo unisce, mentre divide. Forse perch portatore di qualche pluralismo di troppo (non cio assunto consensualmente). Nella Nazione non c' pace sociale per colpa del pluralismo spinto ai confini del contraddittorio, nel mondo intero non c'e pace per colpa del concetto stesso di Nazione.

E' questo il grande nodo che dovremo sciogliere in questo secolo, nato con un forte richiamo per chi sa leggere i segni dei tempi. Crediamo, infatti, che si debba fare (e intanto promuoverla) l'unit politica e linguistica su piano mondiale e poi passare subito alla successiva divisione consensuale delle etiche e delle religioni, strappandole dalle unghie devastanti dello Stato Nazionale. Solo cos il pluralismo potr diventare una gara di modelli e non una eterna lotta per imporre agli altri il proprio modello etico (o antropologico).