FRATE FRANCESO
Anno 80 n° 3 marzo 2004
"E' possibile pensare Pinocchio senza
Geppetto o senza un pezzo di Legno ?
Si, ma, in ogni caso, Pinocchio non
sarebbe autore di se stesso". (K.O.)
L'Elzeviro L'uomo e la guerra del filosofo Emanuele Severino analista delle strutture ultime della nostra civiltà si occupa delle radici della colpa che sarebbero il mangiare e l'uccidere. (Cfr. Corsera, 1 febb. 2004).
Seguiamo i suoi ragionamenti, che non sono
mai banali, e vediamo se è possibile tenerli nella verità
del paradosso, e cioè almeno nella pura forza del linguaggio.
"Se l'uomo inizia non si libera della colpa originaria
cercherà invano il rimedio dei mali: fame, guerra. Così
per le religioni".
Tra le religioni, il prof. Severino, mette anche il Cristianesimo. Noi abbandoniamo a Lui il cristianesimo reale (caduto al rango di religione); ma affermiamo che il Cristianesimo in sé non è una religione bensì una "novità esistenziale". Definizione, questa, molto vicina alla definizione che il prof. Severino dà del "divenire" e cioè "l'apparire dell'eterno".
Circa la "colpa originaria" ricordiamo al prof. Severino che il francescano Giovanni Duns Scoto ha sostenuto la tesi che Cristo si sarebbe incarnato anche se Adamo non avesse peccato. Per cui il vero compito del Cristo non è quello di liberare dalla colpa originaria compito peraltro transeunte ma di celebrare tutte le potenzialità della natura umana, portandole alla loro perfezione. Più analiticamente: Cristo ci libera dalla colpa originaria nel senso che, come Logos, ci propone, mediante l'annuncio della "Buona notizia", il pensiero definitivo di Dio relativamente a tutta la realtà umana (sesso, danaro, potere) onde evitare la definalizzazione o uso scorretto della libertà, il cui galoppo sciolto dalle briglie della Verità porterebbe verso il nulla.
Circa la definizione del "peccato originale" teniamo alto il livello esegetico. Se, infatti, il peccato distrugge la relazione dell'uomo con Dio, il concetto teologico di "peccato originale" indica l'origine, e non l'inizio del peccato. E cioè: la rottura con Dio è "originale" non nel senso che si riferisce a un evento del passato, ma nel senso che si trova in partenza presente in ogni peccato come sua origine. Potremmo dire che il peccato è il divenire impazzito o malato.
Del resto anche nella visione del prof. Severino il divenire sembra un monopolio della libertà. La Libertà, infatti, "Non è un dato empirico. E' pertanto, in questo suo significato fondamentale, una conseguenza della distruzione della verità" (Dall'Islam a Prometeo, Rizzoli, p. 185) . Ergo, la libertà è Pinocchio senza Geppetto! Invitiamo il prof. Severino a riscrivere per diletto degli Italiani la storia del povero burattino abbandonato alla propria "libertà".
"Il nostro tempo precisa il prof. Severino rifiuta questa visione" (della colpa originaria). Essa, infatti, "è l'immagine di un pensiero più profondo", così indicato: "Non si vive senza mangiare e la fame spinge alla guerra. Dopo il socialismo reale oggi è l'Islam a volere guidare e interpretare la fame del mondo. Ma anche per l'Islam la nostra vita incomincia con la colpa di Adamo: egli mangia la mela che può farlo diventare Dio. Se questo cibo ha tanta potenza l'uomo, mangiandolo, vuole mangiare Dio, identificarsi alla potenza suprema". Vistosa, per il prof. Severino, "la permanenza del passato nel rito cattolico dell'Eucarestia, dove viene mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Dio".
Due osservazioni: non siamo così certi che la fame spinga alla guerra. L'esplosione della falange macedone con Alessandro Magno o della legione romana con Giulio Cesare, non ci sembrano dovute a "fame"; anche se sappiamo che per Hegel, la guerra è un diritto dovere inerente alla costituzione intima della vita delle nazioni, le quali non devono poter costituirsi a vivere se non assaggiando, di tempo in tempo, le carni e le ossa dell'una e dell'altra.
Il Socialismo reale e l'Islam non sono pericolosi perché in nome dell'abolizione della fame spingono alla guerra; ma perché sono malati di etnocentrismo o volontà di affermare l'egemonia del proprio gruppo in quanto portatore di verità e di giustizia. Si tratta, comunque, di una malattia molto diffusa a oriente e a occidente.
Per quanto riguarda l'Eucarestia è passaggio affrettato affermare che "viene mangiato e bevuto il corpo e il sangue di Dio". Meglio stare ai testi e tenere Gesù Cristo come "soggetto" del discorso. Cristo stesso giustifica quella "manducatio" e quella "potatio". Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue vivrà in eterno, non perché ha ucciso il Dio, ma perché è diventato come Lui.
Segue l'affermazione più perentoria del prof. Severino: "La vita è colpa perché presuppone l'uccisione di Dio". Forse sarebbe meglio dire che la vita è sghemba perché l'uomo, disobbedendo" a Dio, accumula rottami per ogni dove. E tuttavia nella famosa parabola del "Figliol Prodigo" c'è un punto che potrebbe far pensare alla "uccisione di Dio" ed è quello in cui il Prodigo chiede la sua parte di eredità; il che equivale a dire al Padre: "Io ti vorrei morto".
Se apriamo il commento di don Primo Mazzolari a questa parabola ("La più bella avventura", 1934) troviamo che il vero "torto" (peccato) del Prodigo non fu un atto di disobbedienza, ma la defigurazione di Dio, la quale si compie ogni qualvolta gli attribuiamo pensieri, intendimenti, operazioni che non gli convengono. Per cui "Cristo crocifisso è il nostro peccato, l'effetto del nostro peccato". La disobbedienza, infatti, può essere riparata con un atto di obbedienza; ma la defigurazione abbisogna di una "rinascita" o "metànoia".
Per il prof. Severino "al di là di ogni esperienza religiosa c'è qualcosa di più radicale intorno al senso autentico della colpa del vivere" e cioè "che le cose del mondo siano un diventar altro e che noi viviamo perché vogliamo diventar altro da ciò che siamo (sazio, forte, felice) e vogliamo far diventare altro le cose e gli uomini". Breve: "La colpa autentica del vivere è proprio il voler che qualcosa divenga altro da ciò che essa è.
Mangiare, uccidere, unirsi con l'amore dei sessi è colpa perché in ognuno di questi gesti è presente il voler diventare e far diventare altro le cose, ossia è presente la stessa condizione fondamentale del vivere". Possiamo concedere al prof. Severino che questa sia la "follia" dell'occidente, entro cui c'è anche il Cristianesimo caduto al rango di religione. Ma, per parte nostra, crediamo che proprio da questa "follia" sia venuto a liberarci Gesù Cristo. Per il quale "convertirsi" è diventare creature nuove, non altre. La metànoia, infatti riguarda il nous (il pensiero) appunto, dove ha sede la novità spirituale che dovrà cambiare tutta la realtà e farla, per così dire, fiorire senza renderla altra.
Dal punto di vista di Cristo, la colpa è la definalizzazione. Per questo Egli chiede la rinuncia di sè come primo passo verso il compimento totale, non verso l'alienazione. Lo stesso Hegel mette l'atto sessuale a preambolo della più fulgida spiritualità facendone un mistero dialettico, poiché nell'accoppiamento muore l'immediatezza della individualità. E l'ut unum sint della Bibbia è per noi una unione finalizzata.
Il prof. Severino continua a ripetere crediamo a ragione che "nel nostro tempo, la forza che riesce a prevalere su ogni altra è la tecnica guidata dalla scienza moderna" ("Dall'Islam a Prometeo", p. 185). Ma aggiunge subito: "Tutto questo non significa che la tecnica sia una dimensione assoluta e inoltrepassabile, che cioè non sia, a sua volta, destinata a dar conto di sé: significa che nessuna delle grandi forze della tradizione occidentale può essere il tribunale dinanzi al quale la tecnica debba giustificarsi". Ebbene, da parte nostra abbandoniamo al prof. Severino le grandi forze della tradizione occidentale; ma noi crediamo nel Messaggio rimosso anzi defigurato dai "cristiani" almeno da diciotto secoli.
Il vero credente ha la vocazione al martirio e non è invasato da "volontà di potenza" per ridurre l'altro a sé. "Amatevi come io ho amato voi" (cioè senza profitto): questa è la parola che non passa. E questo è il futuro per cui noi ci candidiamo costruttori, con umile fermezza.
Prof. Severino, crediamo che la sua definizione del divenire si applichi perfettamente alla novità cristiana, qualora emerga, come Cristo, nella storia: è cioè senza tramonto.