FRATE FRANCESCO
Anno 78 - n° 3 - Marzo 2002 - Pag. 5-8
"Dire che il mondo "si rivolse" al Cristianesimo, non equivale a dire "si convertì al Cristianesimo" in senso tecnico. La conversione, infatti, è degli individui e non delle Istituzioni. La terzina di Dante che inneggia al miracolo (Par,XXIV, I06-I08) contiene, forse, un piccolo sofisma". (K.O)
Caduta la vocazione al martirio - e dunque
al suo perché finale - i cristiani cominciano a chiedere
il passaggio, nelle leggi dello Stato, della loro interpretazione
del Vangelo. Sicché - è Sergio Romano che lo sottolinea
sul CORSERA dell'11 gennaio 2002 - la Costituzione europea dovrebbe
menzionare le religioni (meglio: la religione cristiana) - come
vorrebbe il Papa - e riconoscere le radici cristiane dell'Europa,
come suggerisce l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga.
Sergio Romano dice subito che se accettassimo questi suggerimenti
"renderemmo onore alla verità". E giù
a dimostrare che "la storia politica dell'Europa è
cristiana".
Ebbene, noi abbiamo qualche ripugnanza interiore ad accettare
questo schema interpretativo, peraltro già utilizzato da
Benedetto Croce nel famoso articolo "Perché non possiamo
non dirci cristiani" (I942).
La storia politica dell'Europa è impastata di religione cristiana e cioè di cristianesimo abbassatosi al rango di religione, che ha quindi litigato, amoreggiato, imposto, benedetto, ecc. Questa crediamo sia la vera chiave di lettura (storiografica) che si addice all'occidente cristiano. Sergio Romano parla di Stati nati da "una conversione collettiva"; mentre per noi sarebbe questa la prova più evidente della caduta del Messaggio cristiano al rango di "religione". E così tutti i successivi dualismi - libertà come frutto di lotte religiose, fra il Papa e l'Imperatore, fra l'ortodossia e il dissenso, fra cristiani e musulmani, fra cattolici e protestanti, ecc. - sono la delizia dello storicismo crociano; perché il cristianesimo subisce via via delle iniezioni salvifiche - dalle varie forme di umanesimi - essendo una "rivoluzione" perfettibile e non una "rivelazione" definitiva (brevetto che esige solo la messa in essere).
Ci permettiamo di ricordare a Sergio Romano che un certo Novalis (+1801) ha scritto un famoso saggio che ha come titolo "Cristianità o Europa". Egli teme che la politica assurga a criterio scientifico; teme cioè che "il fine storico della guerra" sia l'unione europea, nel senso che assurga "a dottrina scientifica" della politica di dominio di uno Stato su gli altri ("uno Stato degli Stati"). Se la gerarchia (interna) della Stato è uguale (simmetrica) in tutti gli Stati, perché tanti io politici anziché uno solo? Era questa l'idea segreta della Rivoluzione Francese: libertà, eguaglianza, fratellanza, attuate nello Stato Repubblicano, devono imporsi in tutto mondo.
Come si vede, il concetto di "federazione" - per mettere fine, come voleva Kant, allo stato di guerra - è estraneo al Novalis, in forza del presupposto cattolico della derivazione del potere da Dio. Ma anche in forza del concetto di Chiesa, intesa come potestà papale su tutto il cosmo ("sottomissione al Pontefice necessaria alla salvezza", come diceva l'Unam Sanctam). Breve: la Rivoluzione potrà essere superata solo col ritorno alla cristianità (tesi di Novalis). Non dimentichiamo che la Dichiarazione dei diritti avviene sotto gli auspici dell'ente Supremo; quasi a dire che il Cristo gestito dai cristiani non è il Dio-con-noi. Ancora: l'Europa "cristiana" avrebbe voluto soffocare la Rivoluzione, almeno nel punto in cui la sovranità, di origine divina, venne sostituita dalla sovranità popolare di origine pattizia.
A sua volta la Rivoluzione avrebbe voluto - mediante la metamorfosi napoleonica - conquistare tutta l'Europa, e il mondo, alla sua verità. Novalis, su questo punto, vede chiaro in casa altrui; ma non in casa propria. "Nessuno - dice - sperò di annientare l'altro", perché l'intima capitale di ciascuno dei due reami non sta dietro trincee e non si può espugnare". Si tratta, dunque, di due visioni del mondo portatrici di "parziali" verità, cui compete l'appello alla tolleranza. L'aspetto curioso della proposta solutoria di Novalis - relativa alle guerre in Europa - sta nel fatto di presentare la Chiesa ("potenza spirituale") come "il ramo di palma" della salvezza; quando essa era presente poleisticamente dentro ai singoli Stati, come anima del "nazionalismo". Secondo Gioberti, per es., la Chiesa riconciliata coi popoli liberi e con la civiltà deve orientare e dirigere il cammino della storia. Pur opponendosi al potere temporale dei Papi, ammirava e proclamava, nel Pontefice, il capo spirituale dell'umanità, "l'onore della nazione Italiana".
Dietro all'attuale insoddisfazione del Papa e dell'ex Presidente Cossiga, sono presenti queste radici culturali? D'accordo, d'accordo, "I grandi liberali dell'Ottocento sono cattolici, anglicani o protestanti. La democrazia americana nasce da una emigrazione religiosa. Crede in Dio e ripone in Lui la sua fiducia". E tuttavia ricordiamo a Sergio Romano che gli Ateniesi credevano in Dio come vi credevano i Meli, senza per questo rinunciare alla distruzione dei secondi da parte dei primi; le giustificazioni teologiche di quell'impresa si possono leggere in Tucidide (L.V, I05). E l'ex Presidente Cossiga che ricorda con linguaggio politico ciò che Giovanni Paolo II ha detto in termini religiosi (e cioè che la democrazia ha radici spirituali e che la fede è un formidabile cemento di coesione sociale), ripete ciò che Isocrate (Panegirico) e Virgilio (Eneide) dicevano della democrazia ateniese e della repubblica romana. Isocrate per es., credeva che all'inizio della storia gli uomini ebbero bisogno dell'assistenza degli Dei (perché bambini); ma ora, che sono diventati adulti, devono far uso del proprio logos.
E tuttavia non sfugge a Sergio Romano il fatto che le parole di Cossiga "segnalano i limiti e i rischi di queste definizioni". La "tradizione giudeo-cristiana" è una "espressione americana coniata negli anni in cui la classe dirigente degli Stati Uniti dovette inventare una cornice concettuale nella quale potessero felicemente convivere i discendenti dei "pellegrini" e le comunità ebraiche emigrate tra la fine dell'ottocento e gli anni trenta". Tutto vero, ma purché non si dimentichi che l'America di quell'epoca è vittima - come qualsiasi superpotenza - del cosiddetto etnocentrismo. Nella letteratura dell'epoca, appunto, troviamo l'America presentata come il nuovo Israele (popolo eletto) scelto da Dio per civilizzare il mondo. Come si vede l'operazione è politica, culturale, pedagogica.
La pendolarità tra l'elezione veterotestamentaria e lo storicismo hegeliano sono una costante della civiltà occidentale e, sotto forme analoghe, della civiltà umana tout-court. E quindi la richiesta - almeno di Cossiga - è una forma di etnocentrismo sostanzialmente anticristiana. A nostra giudizio, l'Europa potrà essere cristiana quando si sarà liberata e del cristianesimo reale e delle sue radici bibliche veterotestamentarie; potrà essere socialista quando si sarà liberata del socialismo reale e delle sue radici storicistiche; potrà essere umana quando avrà superato ciò che vi è di inumano nella cultura così come è.
Se ciò avverrà per unanime consenso, restando dove siamo, meglio per noi; se il consenso su questo progetto dovesse venir meno, allora bisognerà ridividere il pianeta per aree etiche, dopo averlo unificato sul piano politico. E capisco perché Sergio Romano sarebbe "amareggiato" ma non "sorpreso" se fra qualche anno i candidati alle elezioni politiche, invocassero nei loro discorsi elettorali le radici "giudeo-cristiano-islamiche dell'Europa".
Venendo alle Costituzioni condendae (vedi Costituzione Europea), Sergio Romano puntualizza: "non dovrebbero essere documenti filosofici. Le migliori sono quelle che definiscono con la massima precisione possibile la struttura dello Stato, i compiti delle Istituzioni", ecc. II resto è destinato a subire il logorio del tempo. E con grande garbo - sempre Sergio Romano - alla delusione del Papa relativa al vertice Europeo di Nizza del 2000 (ducumento "pletorico" e "ideologico" più attento ai diritti dei sindacati che a quelli delle Chiese) dovremmo rispondere - nell'atto in cui ci accingiamo a scrivere la Costituzione dell'unione - evitando lo stesso errore. Siamo noi pure su questa lunghezza d'onda. E tuttavia, come poveri e indegni cristiani, avanziamo una ipotesi di richiesta ai Costituenti: l'Europa cristiana non è quella che avrà come "religione" il cristianesimo reale, ma quella che avrà messo in crisi e superato il concetto di Stato Nazionale Sovrano di derivazione veterotestamentaria e spingerà gli uomini a costruirsi uno Stato planetario a struttura federale e democratica; e ciò per rendere possibile l'attuazione del primo precetto evangelico "ama il prossimo tuo come te stesso perché il secondo precetto è simile al primo", e per rendere impossibile la guerra.
L'Europa cristiana sarà quella che avrà
promosso l'adozione di una lingua comune (universale) da insegnarsi
in tutte le scuole del mondo, accanto a quella materna, per rendere
possibile la comunicazione diretta fra gli uomini. Infine l'Europa
cristiana sarà quella in cui il cristianesimo avrà
uno spazio (in forza della democrazia compiuta che prevede la
libera determinazione dei gruppi) in cui essendo una "novità
esistenziale", e non una religione, mostrerà
al mondo che ogni religione è una follia antropologica.