FRATE FRANCESCO
Anno 78 - n°2 - Febbraio 2002 - Pag. 6-9
Eugenio Scalfari, su La Repubblica del 23 / XII / 2001 - dunque a ridosso della vigilia di Natale - ha affrontato il problema di Gesù nella maniera più soft possibile per un laico. Intanto non si è chiesto chi è per noi Gesù di Nazareth. Si spinge a specificare invece "cosa ha fatto per noi Gesù di Nazareth". Dopo aver detto che poco importa stabilire la data della sua nascita, andiamo alla cosa certa: nei primi tre secoli "nacque la più grande rivoluzione religiosa, morale, culturale e nacque anche il suo innesto sulla cultura ellenistica. Lì sta il fondamento dell'Occidente". Non sappiamo se Scalfari abbia preso il diapason da Benedetto Croce in modo cosciente o non. Il fatto è che esattamente questo è l'avvio del famoso articolo di Croce scritto nel 1942 e che ha come titolo "Perché non possiamo non dirci cristiani". Croce riconosce che il Cristianesimo è una "rivoluzione" - la più grande conosciuta - ma non è una "rivelazione". Da qui la sua non definitività. Essa, infatti, sarà completata da apporti laici come l'Umanesimo, il Rinascimento, l'Illuminismo, i filosofi della storia. Dunque anche tutti costoro - Croce incluso - hanno dato un contributo al perfezionamento del pensiero cristiano. Ed ecco perché, costoro, anche se scomunicati, non possono non dirsi cristiani.
Scalfari sembra trovarsi sulla stessa lunghezza d'onda dì Croce. Infatti, "di lì - dal fondamento dell'Occidente - comincia il millenario percorso del Cristianesimo che lo porterà fino alla modernità del Rinascimento, alla nuova scienza, alla libera ricerca, alla civiltà dei Lumi, alla laicità della ragione e, infine, ai diritti dell'uomo e alle regole della cittadinanza". E tuttavia, per Scalfari il movimento "cristiano" (si badi: "movimento" e non poniamo, "evento") vissuto in una "fase magmatica" nei primi trecento anni rimane un punto di riferimento essenziale per chi voglia risalire alle fonti dei valori occidentali.
E tuttavia la vera rottura porta "simbolicamente" il nome di Gesù di Nazareth "per i credenti Figlio di Dio e dunque Dio egli stesso seconda persona della Trinità"; per i non credenti "figlio dell'uomo, eretico della Legge mosaica, ispiratore e maestro d'un piccolo gruppo di discepoli che in breve tempo dette vita a un culto tutto nuovo"; diffuso poi in tutto il mediterraneo. Scalfari si domanda quale fu l'essenza di quel culto, la forza propulsiva di quella religione che ha posto la sua origine nella persona di Gesù "trasfigurandolo nel Cristo, Figlio di David, Messia, Figlio di Dio".
Qui è il nodo del discorso, che Scalfari scioglie a fatica e con parametri incerti di lettura. Gesù diventa oggetto di culto, fondatore di una religione, gestita nel modo che sappiamo? Forse sfugge a Scalfari il fatto che il Cristianesimo non è una "religione" ma una "novità esistenziale"; in cui l'annuncio "nuovo" del Messaggio di Gesù - "amatevi come Io ho amato voi" (e cioè senza profitto) - esteso al rapporto uomo-donna (finalizzazione del sesso); al rapporto uomo-uomo nella produzione del capitale (finalizzazione del danaro); al rapporto uomo-uomini nella nascita della vita politica (finalizzazione del potere), occupa subito gli spazi di tutto ciò che è umano, senza il cuscinetto delle religioni (regole alzate come bastone sul capo del credente per farlo rigare diritto a profitto di qualcuno).
E che il Cristianesimo sia stato percepito come novità esistenziale dalle generazioni del secondo e del terzo secolo - prima che nascesse lo strapotere dei chierici, come dirà Gioachino da Fiore - lo attestano due opere che Scalfari, come intellettuale, dovrebbe conoscere. E cioè L'Ottavio di Minucio Felice e la Lettera a Diogneto di ignoto autore. Opere di due intellettuali cattolici laici. In quelle due opere si afferma che si vedono i cristiani, ma non si vede la loro religione; che Gesù è venuto a chiudere l'epoca delle religioni e degli Stati Nazionali (primo ostacolo all'attuazione del secondo Comandamento "ama il prossimo tuo come te stesso"). Nella Lettera a Diogneto si trova poi, il famoso asserto: "Per il cristiano ogni paese straniero è patria; ogni patria è paese straniero". Lo diciamo per inciso: quell'asserto che andrebbe scritto a lettere d'oro, è l'unico contributo che il cristiano può dare a coloro che parlano di pace in Afganistan, in Medio oriente o in India e anche a coloro che vagheggiano, a parole, l'unione europea.
Ed eccoci al momento delicato del quarto secolo. Con la "conversione" di Costantino (operazione politica di altissimo livello), il Cristianesimo cade rapidamente e globalmente al rango di religione, si allinea con le vecchie "religioni" e ne prepara delle nuove. Ed eccoci spiegato il disagio attuale e anche le vittorie della ragione nei confronti della religione (come nel caso dell'Illuminismo) che in parte gratificano B. Croce. E tutto ciò perché siamo di fronte non al Messaggio attuato del Logos, ma alla sua caduta in religione.
Su questa linea è buona la sintesi che Scalfari fa del pensiero di Gesù alla soglie dei trent'anni: 1) l'immagine di Dio, Padre di tutti e di ciascuno; 2) ripudio dell'idea biblica del popolo eletto; 3) completo disinteresse rispetto alla politica; 4) disprezzo verso i riti e il formalismo della Legge. Aggiungerei un quinto punto, se Scalfari me lo concede: Gesù introduce nella storia umana il concetto di martirio che elimina ogni tentazione di "religione armata" (o di profeta armato). Ecco perché siamo soliti dire che per eliminare il concetto di guerra, i cristiani dovevano restare in martirio per altri dieci secoli.
Poi arriva l'esplosione delle novità di Gesù che Scalfari condensa in alcuni passaggi molto noti, ma forse non ben capiti. Per es., Gesù avrebbe detto: "Se qualcuno ti schiaffeggia sulla guancia destra porgigli l'altra". Ebbene noi crediamo che Gesù non abbia mai dato quell'insegnamento perché quell'insegnamento - una sublime metafora creata dall' evangelista - lascerebbe passare il male e annullerebbe tutto il Vangelo e cioè la venuta di Cristo. La vera dottrina della resistenza al male si trova nel comportamento di Gesù tenuto nel Pretorio quando una guardia gli allunga uno schiaffo (anzi un colpo di bastone). Egli non offre l'altra guancia ma oppone alla violenza irrazionale due "perché" che qualificano la specie umana rispetto alle specie animale: "Se ho detto bene perché mi percuoti? Se ho detto male dimostramelo (e cioè dimmi perché). Il male non può mai essere lasciato passare e anzitutto va fermato nel pensiero con il logos, nei fatti con il martirio.
Per quanto riguarda le Beatitudini occorre evitare una lettura falsamente letterale. Infatti non sta scritto "Beati (o felici) i poveri di spirito"; ma "Beati i ricercatori dei valori spirituali". Ecco perché i poveri non possono essere intesi come una classe. La Beatitudine è rivolta sia ai poveri che ai ricchi storici e coloro che diventeranno ricercatori di valori spirituali entrando nella Chiesa prevista da Cristo, lasceranno cadere i due tristi aggettivi e formeranno il tertium genus (come amavano definirsi i primi cristiani) e cioè la città degli uguali, e dei fratelli.
Tutte queste sollecitazioni mentali produssero - per Scalfari - un "sommovimento di proporzioni abissalí" (si noti "sommovimento" e quindi rivoluzione imperfetta. Tant'è che all'inizio del IV sec. quel "movimento si trasformò in una Chiesa". Quella Chiesa "non diventò mai una teocrazia"; ma "passato l'ardore e il misticismo dei primi secoli" quella Chiesa "diventò essa stessa un potere". Noi diremmo un medium quod e cioè non più il sale della terra, ma una montagna di sale a fronte di altre montagne di terra. Per noi, invece, il Messaggio di Gesù non fa esplodere le contraddizioni della storia, ma cerca maldestramente di santificarle (caso clamoroso quello della guerra giusta) degradandosi al rango di religione. Se non andiamo errati, di uomini religiosi è piena la terra e, tutti, se non hanno il fucile in mano lo hanno nel cuore. II richiamo alle origini - meglio sarebbe dire "alla defìnitività del Messaggio" - è ricorrente e "pervade anche i non credenti"; i quali.almeno a occhio e croce hanno capito che il Cristianesimo, sia pure ridotto al rango di religione, può essere tenuto a bada con la ragione. Per Scalfari, "il richiamo alle origini - di fronte ai problemi della fame, della povertà, dell'ingiustizia - accomuna credenti e non credenti ed è un messaggio di speranza (..) una rigenerazione della mente". Attenzione, però, a non scambiare l'esortazione al bene con l'illusione utopistica del Regno dei cieli in terra". E precisa ancora Scalfari: "giustizia e libertà sono elementi connaturati alla natura dell'uomo", ma egualmente competizione e potere fanno parte della natura umana. Ed ecco rotto il giocattolo!
Ebbene, egregio e caro prof. Eugenio Scalfari, il Cristianesimo non è una religione, non è una rivoluzione, è invece una metànoia. Se giustizia e libertà sono carenti nel nostro mondo ciò è dovuto o alla troppa religione o alla nulla religione. Noi insistiamo sul solo "peccato" del Cristianesimo: l'essersi cioè abbassato al rango di religione. Noi non predichiamo il Regno dei cieli in terra; ma la conversione del lupo in pecora, nei tre settori della vita associata: sesso (e pensiamo alla Samaritana), danaro (e pensiamo a Zaccheo), potere (e pensiamo a Nicodemo). Ecco perché la Chiesa deve essere l'accolita dei convertiti più che dei battezzati. Scalfari chiude la sua meditazione - meditazione di cui lo ringraziamo - sottolineando che Gesù stesso spirando sulla croce ha pronunciato quelle amare parole "Padre perché mi hai abbandonato"? Si, certo, la natura umana ha i suoi smarrimenti (come dicono gli esegeti), ma a Scalfari viene il dubbio che "al termine del suo meraviglioso invasamento" Gesù avesse avuto il dubbio che "l'uomo non si trasformerà mai in un angelo"; visto che anche tra gli angeli ci scappò Lucifero.
Anche qui - visto che Scalfari trova il punto
di forza della sua tesi in una frase di Gesù - debbo dirgli
che quella frase non è mai stata detta da Gesù;
e ciò in forza del principio di non contraddizione. Se,
dopo ogni frase, l'evangelista dice che Gesù spirò
non e possibile che le abbia dette tutte e tre. Bisogna decidere
quale. Ammesso che si decida per questa ultima, occorre vedere
la retta traduzione. Nel testo di S. Girolamo trovo il latino
"ut quid me dereliquisti" e non "cur
me dereliquisti" . Dunque non esiste il cur inquisitorio
e amaro; ma l'ut quid e cioè la domanda finalistica
("per quale alto fine o progetto sono in queste condizioni?).
Da qui deriva che non abbiamo dubbi sulle parole forti di Cristo
e le consideriamo vincolanti in quanto parole di Dio a pieno titolo.
Diremo di più: le parole che indicano il cammino finalistico
del suo insegnamento sono come formule di brevetti che i credenti,
attinti dalla metànoia, debbono tradurre in modelli visibili.
Questa è l'utopia.