LO SCETTICISMO

 

Lo scetticismo classico si usa far risalire a Pirrone, nato ad Elide, nel Peloponneso, nel IV° secolo a.C. Grazie alla spedizione di Alessandro, alla quale partecipò, venne a contatto con la filosofia orientale. In India rimase particolarmente colpito dalle pratiche ascetiche dei maestri gimnosofisti (maestri yoga). Ammirato da Epicuro ed onorato in patria sino ad essere eletto sommo sacerdote, tutto ciò che sappiamo della sua filosofia ci è tramandato dai suoi discepoli, egli non lasciò nulla di scritto se non un poema in lode di Alessandro.

Le sue tesi furono riproposte nel II° secolo a.C. da Carneade di Cirene, che ammetteva che i giudizi di merito potessero essere accettati, ma solo a livello soggettivo. Dal I° secolo a.C. al II° secolo d.C. il pensiero scettico rifiorisce e acquista grande notorietà, grazie a un gruppo di pensatori quali Enesidemo di Cnosso, Agrippa, ma soprattutto, Sesto Empirico. Saranno questi pensatori a formulare i tropi ( > punto 2).

 

1. Lo scetticismo di Pirrone

Pirrone, similmente ai sofisti (tuttavia si leggeranno più avanti le differenze), prende atto del fatto che ad ogni tesi corrisponde sempre una antitesi, ad ogni verità una verità contraria, e che entrambe queste posizioni contrapposte hanno egual peso ed egual valore (A ogni ragione si oppone una ragione di eguale valore).

Ma qual è il motivo di questa affermazione? Pirrone introduce nella filosofia greca elementi orientali e in particolar modo indiani: egli afferma che la verità, l'essenza vera delle cose che non mutano, il loro restare ferme nell'eternità della beatitudine, non si trova nel mondo sensibile, ma nel profondo dell'anima dell'uomo (per i Veda tale concetto è l'Atman, il profondo dell'uomo, che coincide, nella sua perfetta immutabilità eterna, con Dio).

Dunque anche Pirrone si riferisce all'Uno immutabile, similmente a Parmenide e a Plotino: tale punto fermo fa si che egli consideri le opinioni degli uomini attorno alle cose del mondo né vere né false, in quanto il mondo sensibile è illusorio.

La verità non si trova nel mondo sensibile, questo porta a definire l'atteggiamento autentico del sapiente, il quale non avrà alcuna opinione attorno alle cose sensibili (atarassia=imperturbabilità), non avrà alcuna opinione da comunicare (afasia=l'assenza di voce), non si appassionerà alle cose del mondo e non si concederà alle emozioni (apatia=assenza di passioni) e sospenderà il suo giudizio sulle cose (epoché=sospensione del giudizio). La figura del sapiente si avvicina quindi a quella dell'asceta orientale, per il quale il mondo è cosa lontana dal proprio (E' evidente poi l'analogia dello scetticismo con aspetti dell'epicureismo e dello stoicismo, soprattutto per i concetti di assenza).

 

2. Lo scetticismo di Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico

La seconda fase dello scetticismo, pur riprendendo l'idea di fondo di Pirrone, esclude dalla sua formulazione il lato trascendentale (per cui la verità è oltre-sensibile) per concentrarsi solamente sulla negazione che possa esistere una qualsiasi verità.

Nessuna delle filosofie precedenti allo scetticismo ha mai trovato realmente (provato in modo incontrovertibile) la verità: si impone così la sospensione del giudizio (epoché).

Il senso della verità, evocato una volta per tutte dal pensiero filosofico, resta fermo anche nello scetticismo: solo che quest'ultimo, a differenza delle filosofie non scettiche, crede di poter constatare che quel senso, nonostante le apparenze, non ha preso corpo e quindi si impone, per chi pensa, la sospensione del giudizio (E. Severino, La filosofia antica)

La critica maggiore che si rivolge a questa forma di scetticismo è che la negazione che ogni verità sia stata raggiunta costituisce essa stessa una verità, il che contraddice la prima affermazione.

Le critiche dei tre filosofi scettici si raggruppano in tropi (modi). I tropi sono i diversi modi per cui si arriva alla sospensione del giudizio un tropo è un enunciato nei quali appaiono quelle contraddizioni che favoriscono e rendono evidente la tesi scettica. Enesidemo ne enumerava dieci, Agrippa ne aggiunse cinque e infine Sesto Empirico ne aggiunse altri due.

I tre tropi più importanti sono:

1. (di Enesidemo). Ogni cosa, isolata dalle altre, non ha più senso. Ogni cosa ha significato solo in rapporto alle altre. E' una tesi che prefigura il tema del divenire, del rapporto dialettico nel quale sono tutte le cose, che rimanda ad Eraclito e Hegel

2. (di Sesto Empirico). Non esiste alcuna garanzia che i fenomeni che ci appaiono nella loro evidenza sensibile corrispondono realmente alle cose in sé, come realmente sono. Questa è una tesi dove si percepisce chiaramente la tematica kantiana

3. (di Agrippa). Ogni verità è provata da teoremi, i quali sono provati da altri teoremi, e questi a loro volta da altri. Nulla prova che un teorema che si pone come principio non possa in realtà avere alle sue spalle un altro teorema. In questo tesi si evidenzia come il processo dei passaggi logici possa in realtà essere infinito (similmente al problema aristotelico della catena infinita di cause e a quello, in un certo senso, della divisibilità infinita delle cose).


IL CINISMO

Con il nome di cinici si designano un gruppo di pensatori che facevano riferimento ad Antistene di Atene (IV° secolo a.C.). Egli è il fondatore riconosciuto e ufficiale della scuola, anche se il cinismo si profila più come movimento eterogeneo che come dottrina strutturata (il suo più famoso esponente fu Diogene di Sinope, il quale anteponeva l'esempio pratico alla teoria).

Incerta la provenienza del nome: alcuni sembrano farlo derivare dal luogo in cui Antistene fondò la scuola, il Ginnasio Cinosarge, altri lo farebbero derivare dall'aggettivo canino, per le analogie che di fatto si creano tra i fautori del cinismo e la vita dei cani. Certa è la sua derivazione socratica.

 

1. L'autarchia

Per i cinici l'obiettivo unico e fondamentale della vita era il raggiungimento della virtù morale. Questa virtù si raggiungeva eliminando tutto il superfluo e mantenendo l'essenziale. Il superfluo erano gli agi e le comodità derivanti dall'incivilimento, l'essenziale la vita secondo natura, ovvero un ritorno alla vita animale (da qui il paragone con l'esistenza randagia e istintiva dei cani).

Dunque il cinico è per eccellenza l'archetipo del contestatore, dell'anarchico. Egli non crede che la civiltà, con le sue strutture giuridiche, religiose e sociali, possa in qualche modo essere di giovamento all'uomo. Il cinico afferma che l'uomo ha già in sé tutto l'occorrente per vivere (l'autarchia), ogni sovrastruttura che non sia istintiva e naturale, cioè ogni aspetto dell'uomo che non sia già dato alla nascita, non può servire da fondamento a nessuna etica (forti analogie con il mito del buon selvaggio di Rousseau).

 

2. Diogene di Sinope

La figura più nota attribuita al cinismo fu, come già accennato, Diogene di Sinope. Vissuto ad Atene dal 413 al 323 a.C., egli era il perfetto prototipo del cinico. La leggenda vuole che abitasse in una botte e girasse per Atene con una lanterna dicendo che cercava l'uomo. L'unica cosa che possedeva era un mantello logoro e una ciotola per bere.

Seguendo la filosofia del cinismo, egli preferiva l'esempio pratico alla teoria. Vivendo con il minimo di "comfort" possibile, eliminando ogni cosa che non ritenesse necessaria, conduceva una vita da randagio e derelitto, ai margini della società. Di ciò non se ne curava. Sapeva che l'insegnamento ultimo della vita di Socrate era proprio questa ricerca dell'essenziale a scapito di qualsiasi altra considerazione.

Diogene aveva trovato l'essenziale nella vita stessa. Vivere gli bastava, nient'altro. Si dice che, avendo visto un cane abbeverarsi direttamente da una pozzanghera, abbia gettato via anche la ciotola che possedeva, perché si era accorto che non era più necessaria.

Questo e molti altri aneddoti ci sono pervenuti sul suo conto. Tra questi la leggendaria visita che gli recò Alessandro Magno. Trovatolo disteso per terra, il conquistatore gli domandò di cosa avesse bisogno, egli avrebbe esaudito qualsiasi suo desiderio. Diogene gli rispose di spostarsi perché gli faceva ombra.

 

3. La vita come esempio

Il cinismo non lasciò nulla di scritto. Era contro l'essenza stessa del suo insegnamento. Tutto ciò che era incivilimento non interessava, tanto meno la scrittura, prodotto più alto della civiltà.

Ai cinici non interessava nemmeno l'indagine naturale, la logica, la scienza dei numeri, la politica, l'impegno civile. Forse gli animali ne facevano uso? Era necessario, tutto questo, per la sopravvivenza?

Ciò che interessava loro, o almeno a Diogene, era la messa in atto dell'insegnamento, vivere secondo ciò che si predicava. Se Socrate aveva messo sopra ogni cosa la ricerca attorno sé stessi, Diogene riteneva superflua ogni altra necessità, soprattutto l'affanno delle convenzioni e degli orpelli sociali.

Dunque il cinismo si proponeva più come modo di vivere che come dottrina e dogma, non vi era nulla di accademico ed aulico, solo l'imperturbabile capacità di vivere seguendo l'istinto naturale alla sopravvivenza.