Parmenide

515-450 circa a.C.

Parmenide nacque da famiglia aristocratica ad Elea, oggi Velia, nei pressi di Capo Palinuro. Qui fondò la sua scuola, detta eleatica, e scrisse le leggi della città. Secondo la tradizione visse negli ultimi anni ad Atene assieme al suo discepolo prediletto, Zenone. Ad Atene entrambi conobbero Socrate, si dice che le lezioni del maestro fossero seguite con attenzione da Pericle (notizia riferita da Plutarco). La negazione del divenire: la ragione, non l'occhio, vede il vero

Ma tu da questa via di ricerca allontana il pensiero / né l'abitudine, nata da numerose esperienze, su questa via ti forzi / a muover l'occhio che non vede, l'orecchio che rimbomba e la lingua, ma con la ragione giudica la prova molto discussa / che da me ti è stata fornita. / Resta solo da pronunicarsi sulla via / che dice ciò che è (Parmenide, Sulla Natura)

Parmenide fu il primo a sostenere la superiorità della interpretazione razionale della realtà a scapito dell'interpretazione soggettiva dei sensi, i quali falsano il mondo oggettivo. In particolare, entrò in polemica con il pensiero di Eraclito e il divenire. Parmenide ci impone di giudicare secondo ragione: la ragione, e non l'occhio (ovvero i sensi) vedono il vero.

Sostenendo il continuo mutare delle cose da un stato all'altro, ovvero da uno stato di essere a uno stato di non-essere più, Eraclito entrava in una contraddizione logica, in quanto se l'essere è, il non-essere non è. La realtà eraclitea era falsa in quanto si lasciava ingannare dai sensi, l'unica entità esistente è l'essere, aldilà di ogni percezione soggettiva.

Mentre l'opposizione di Eraclito fa riferimento agli enti sensibili, Parmenide giunge da subito a contrapporre l'essere assoluto al non-essere assoluto: è chiaro che il nulla assoluto non esiste affatto, essendo, per l'appunto, nulla. Ecco che dalla contrapposizione suprema scaturisce la verità incontrovertibile dell'esistenza del Tutto: tutto esiste ed impossibilitato a non esistere, in quanto, nell'eventualità suprema di un supremo annullamento, questo nulla è una possibilità inesistente per sua stessa definizione.

In sostanza, il divenire eracliteo comportava il passaggio dell'essere da uno stato di essere a uno stato di non essere più: ciò è impossibile, ontologicamente, in quanto il non essere, non esiste. Nulla può mutare da uno stato all'altro se alle loro spalle non ci fosse qualcosa di indubbiamente esistente.

Le qualità dell'essere:

1. L'essere è, il non-essere non è, ovvero l'essere non può non essere, in quanto il non essere non è e non sarà mai

2. L'essere è eterno, in quanto non nasce, non è generato (infatti vorrebbe dire che prima non-era) e non muore (vorrebbe dire che non-sarebbe più). Non ci sono posizioni intermedie tra essere e non-essere, in quanto l'esistenza di ciò che non-è non è possibile per sua stessa natura

3. L'essere è indivisibile e perfetto. Nessun elemento lo può integrare in quanto è già integro, visto che comprende tutto ciò che è

4. L'essere è sempre identico a se stesso in quanto è tutto e non può divenire ne mutare in qualcos'altro che noi sia l'essere stesso (non esiste il molteplice, ovvero la diversità)

5. Tutte le parole che indicano una condizione di non-essere sono false. Il silenzio (il non-essere suono), il buio (il non-essere luce) sono parole inammissibili secondo logica: non possiamo vedere il buio e non possiamo sentire il silenzio

L'essere può venire rappresentato da uno Sfero: la figura geometrica perfetta in quanto il centro è sempre alla stessa distanza rispetto alla circonferenza e in cui i lati che la compongono sono infiniti.

La negazione del molteplice: il mondo sensibile è 'doxa'. Il molteplice, al quale il divenire si riferisce, è l'insieme delle cose tra loro differenti. Ma se l'essere è sempre identico a se stesso (vedi punto 4 delle qualità dell'essere), come può esistere, nella sua forma di essere assoluto, qualcosa che è diverso?

Parmenide afferma che il molteplice non esiste. In realtà il molteplice, la diversità che si riscontra nella natura, non è la verità dell'essere stesso. Il mondo sensibile, nel quale l'uomo si muove e percepisce il divenire come reale, in realtà non può essere l'essere stesso, che non muta mai. Il mondo sensibile è allora doxa (opinione), mentre la verità (aletheia) è soltanto l'essere, del quale la realtà è una determinazione, ovvero un modo in cui l'essere si manifesta.

Il molteplice, ovvero la diversità e la diversificazione delle cose del mondo, è solo un'apparenza, l'essere, immutabile ed eterno, è in realtà la sola cosa ad esistere. Questo comporta che concetti come buio (non-luce) e silenzio (non-suono) siano considerati da Parmenide concetti impossibili da esprimere, assurdità: nessuno può dire di vedere il buio o sentire il silenzio... (vedi punto 5 delle qualità dell'essere).

Il divenire dell'essere, che sembra incessantemente attestato dalle trasformazioni del cosmo, è quindi un'opinione senza verità, un'apparenza illusoria di cui si convincono i mortali allorché invece di prestare ascolto alla Verità, seguono il percorso della non-Verità, ove ci si persuade che l'essere possa non essere (Severino, la Filosofia antica)

Parmenide riconduce tutto all'affermazione dell'esistenza dell'essere come unica possibilità percorribile, secondo logica. Se il nulla non esiste, allora tutto è impossibilitato a non essere. Di più, avverte gli uomini che la via che percorrono, quella di accettare e ipotizzare che l'essere non sia, ovvero che tutto possa mutare e divenire, è sbagliata: gli uomini non vivono nella verità perché se la nascondono, e in questo accettano di essere mortali (perché credono di diventare nulla con la morte). Gli uomini giucano tutto secondo i sensi, ma con essi si arriva soltanto all'opinione, non alla verità.

L'essere non è il singolo oggetto reale. Se ciò fosse vero, allora il singolo oggetto sarebbe il Tutto stesso, perché l'essere è uno solo. Il singolo oggetto non è l'essere. E siccome l'essere è solo uno (vedi punto 3 delle qualità dell'essere), non esiste molteplice, ovvero la realtà molteplice che gli uomini naturalmente accettano, in realtà non costituisce verità.

Ciò che Parmenide ci vuole dire è che, se davvero vogliamo camminare entro il percorso della verità, dobbiamo affidarci solamente alla ragione e alla logica razionale, tutto ciò che appare è falso. Se vi è contrasto tra mondo sensibile e ragione, la verità è da ricercare nelle conclusioni di quest'ultima.

La filosofia di Parmenide è una sfida radicale al senso comune: essa arriva per vie razionali a contraddire ciò che sembra più evidente e naturale, ovvero che esistano più entità che nascono (si creano dal nulla) e si distruggono (che ritornano nel nulla). Parmenide afferma che nulla può generarsi dal nulla, né tantomeno ridiventare nulla... semplicemente il nulla non esiste!

Platone considerava Parmenide "maestro venerando e terribile", il padre spirituale della filosofia: il suo insegnamento era infatti quello di attenersi alla pura ragione, e questa è da sempre l'essenza ultima di tutta la filosofia occidentale. Ecco perché esprimendo il proprio dissenso verso la tesi del maestro, Platone considererà la propria critica come un parricidio (>punto 9 scheda di Platone).

> verità e opinione
> Severino : Ritornare a Parmenide, Essenza del Nichilismo. L'alterazione del senso dell'essere: ritorno a Parmenide


Zenone di Elea

540-? a.C. circa

Zenone, nato anch'egli ad Elea e allievo prediletto di Parmenide, fece della difesa delle tesi del maestro il punto centrale del suo lavoro, fino a spingersi al paradosso. Anche Zenone intende dimostrare l'impossibilità del molteplice, contro l'apparenza comune. Con Zenone, prima ancora che nei sofisti, nasce l'argomentazione logica non solo come metodo di indagine, ma soprattutto, come strumento di polemica.

I paradossi zenoniani prendono il nome di logoi (ragionamenti): essi furono una spinta formidabile alla sviluppo della logica e a teorie alternative che giustificassero il divenire pur mantendendo fermo l'essere immutabile ed eterno. Per superare l'aporia della divisibilità infinita, Democrito formulò la sua teoria degli atomi, ma si cimentarono nella sua confutazione anche Aristotele e Platone.

Tutti i paradossi di Zenone, come già detto, vogliono dimostrare l'impossibilità del molteplice e del divenire: ciò che appare non ha alcuna importanza, perché la verità è comunque quella alla quale si arriva logicamente per mezzo della ragione e delle sue regole.

Alcuni esempi di argomenti (logoi) zenoniani, ogni argomento dimostra razionalmente come la realtà contraddica la ragione: Il moto non esiste (Achille e la tartaruga). Uno degli aspetti della realtà che giustificano maggiormente l'esistenza del divenire è l'esistenza dell'estensione della materia nello spazio e nel tempo, ovvero il suo occupare diversi spazi in tempi diversi. Celebre è il paradosso di Achille e della tartaruga. Zenone dimostrò come fosse possibile per Achille raggiungere la tartaruga partita prima di lui.

Per Zenone il moto si spiega come il passaggio da un punto di partenza a un punto di arrivo. Ma per arrivare al punto di arrivo occorre arrivare prima alla metà di questo percorso, e per arrivare alla metà di questo percorso, occorre arrivare alla metà del percorso che va dall'inizio al punto intermedio, e così via: in sostanza, un uomo, per raggiungere una posizione nello spazio, deve sempre prima percorrere i segmenti intermedi, e questi segmenti, essendo lo spazio divisibile all'infinito, sono infiniti... ora, come può Achille raggiungere la tartaruga se è alle prese con la divisione infinita degli spazi che la separano da essa?

La divisione infinita dello spazio comporta che Achille in realtà non si muova mai, ma resti sempre fermo, nell'impossibilità di uscire dall'infinita serie di segmenti divisibili. Inoltre, il movimento è una serie sequenziale di istantanee ferme (di posizioni immobili che si succedono una dopo l'altra), come possono prendere movimento tali posizioni immobili, se sono immobili? Come può scaturire il movimento dal non-movimento? (si veda anche la concezione del tempo di Severino).

Il paradosso del chicco di grano. I paradossi zenoniani insistono spesso sul rapporto finito-infinito, parte-intero. Come può, ad esempio, qualcosa che preso da solo ha un significato, moltiplicato ne ha un altro? Un chicco di grano, cadendo, non produce alcun rumore. Un sacco di grano invece si. Come può una somma di silenzi dare origine a un rumore?

La divisione del molteplice. Come è possibile allora che le cose molteplici possano costituire un intero? Se le cose sono molteplici (ovvero divise) devono per forza essere separate da altre cose intermedie, ma che cosa stabilisce il numero di questi intermedi, essendo il molteplice, per sua stessa natura, indefinito?

Dunque Zenone insegna con esempi pratici ciò che il maestro aveva teorizzato; le aporie che sorgono dai suoi logoi sono tali perché, per Zenone e per Parmenide, in realtà non vi è alcun rapporto tra verità (raggiunta per mezzo della ragione) e mondo sensibile (opinione, non-verità), mentre per gli uomini che non seguono la strada della verità, si apre la lotta per far coincidere l'apparenza sensibile alle concluzioni contrarie suggerite dalla ragione.


E. Severino

Essenza del Nichilismo

L'alterazione del senso dell'essere: ritorno a Parmenide

 

1. Premessa

Nello scritto Ritornare a Permenide, raccolto in Essenza del nichilismo, si riflette su una frase di Parmenide che è depositaria, agli occhi di Severino, di una verità originaria dalla quale l'uomo si è via via allontanato: l'essere è, il nulla (non-essere) non è.

Da questo assunto deriva una particolare conseguenza: essere e nulla sono opposti in senso assoluto (l'essere assoluto è opposto al nulla assoluto), e il fatto che l'essere sia sempre, implica che il nulla non sia sempre. Se l'essere è, sempre, allora è impossibile che possa esistere il nulla, in quanto l'essere vi si oppone stabilmente e in eterno: da ciò deriva che tutto ciò che esiste è eterno, non può distruggersi e non può degradarsi, come non può scaturire dal nulla (e questo degradarsi e questo scaturire dal nulla è il senso radicale del divenire inautentico che da sempre governa l'evidenza delle cose del mondo).

La filosofia occidentale da sempre ha davanti un problema: la necessità di salvaguardare l'essere davanti all'evidenza del mutamento (il divenire), il quale, come visto, implica che l'essere, ad un certo punto del suo cammino, non sia più (se le cose mutano, infatti, esiste un momento in cui, per diventare un altro essere, devono per forza di cose smettere di essere un determinato essere, una determinata cosa).

E' a questo problema che Platone ( > punto 9 della scheda su Severino) risponde con l'argomento che lo porterà al parricidio del maestro Parmenide: per salvagurdare la possibilità del mutamento Platone afferma che ciò che muta non è l'essere assoluto, ma qualcosa che è diverso da esso. Infatti le cose del mondo, secondo Platone, sono corruttibili, mentre la proprietà dell'immutabilità attribuita all'essere assoluto spetta solo alle cose dell'Iperuranio.

Anche Aristotele procede a una confutazione del pensiero di Parmenide. Aristotele afferma che non vi è necessità che l'essere sia eterno, le cose infatti "sono fintanto che sono, mentre non sono quando non sono più". Dunque la legge di Parmenide si applica all'essere fintanto che l'essere è, quando muore o si distrugge, la legge che vuole l'essere opposto al nulla non ha più motivo di esistere, in quanto l'essere è diventato nulla.

<L'essere che non è> quando non è, non è altro che l'essere fatto identico al nulla, <l'essere che è nulla>, il positivo che è negativo. <L'essere non è> significa precisamente che <l'essere è il nulla>, che <il positivo è il negativo>. Pensare <quand l'essere non è>, pensare cioè il tempo del suo non essere signficia pensare il tempo in cui l'essere è il nulla, il tempo in cui si celebra la tresca notturno dell'essere e del nulla. Ciò che l'opposizione dell'essere e del nulla rifiuta è appunto che ci sia un tempo in cui l'essere non sia, un tempo in cui il positivo sia il negativo (Essenza del Nichilismo)

Severino nota allora come negli argomenti di Platone e di Aristotele vi sia un errore evidente: se infatti si afferma che l'essere è, le possibilità che esso possa diventare nulla, sia per un breve periodo (nel momento in cui muta da una cosa all'altra, secondo l'argomento platonico), sia arbitriamente, è impossibile (l'argomento aristotelico afferma che l'essere è fintanto che è, tale affermazione implica quindi un passaggio arbitrario dall'essere al nulla).

Dunque, la storia della filosofia occidentale dopo Parmenide si fonda su questo equivoco: l'essere è visto come qualcosa che può cadere nel nulla, un concetto probabilmente mutuato dalla necessità di salvaguardare l'evidenza della distruzione delle cose che appare nel mondo sensibile. Questa facilità con la quale l'essere è aperto alla possibilità della sua nullificazione costituisce l'essenza del nichilismo occidentale.

 

2. L'opposizione essere-nulla

Emanuele Severino propone il ritorno alla semplicità originaria di una affermazione, quella di Parmenide, che da millenni "è saputa e pronunciata" ma che non è più stata capita, quasi dimenticata. Dunque non si tratta di attuare una ridefinizione completa di tutto il sapere filosofico (auspicata invece da Heidegger), ma di riportare semplicemente alla luce, ridestare, l'antico significato dell'affermazione parmenidea, per cui se l'essere è, il non essere non è (i due termini, opposti, si escludono a vicenda secondo il principio di non contraddizione).

Ma essere e nulla sono davvero contrapposti, ovvero escludenti a vicenda? L'essere è tutto ciò che è, al di fuori del quale non può esistere nient'altro perché tutto è ivi racchiuso (se così non fosse, avrebbe al suo interno il non-essere, ovvero il nulla), l'essere si configura come il positivo; il nulla è non-essere, ovvero l'assenza dell'essere, il negativo, ciò che non è. I due termini sono perfettamente contrari, sì che considerare l'uno esclude necessariamente l'altro. Tale opposizione afferma anche il senso autentico e definitivo dell'essere, ovvero quello di essere "ciò che si oppone stabilmente al nulla".

In questo passo viene esposta la visione autentica dell'essere trattata da Severino, alla quale si riferisce la tresca notturna di cui si parla nella citazione precedente: [...] Perché la lotta tra l'essere e il nulla non è come quella che si combatteva tra gli antichi eserciti, che di giorno guerreggiavano, mentre a notte i capi nemici bevevano insieme sotto le tende - nemici dunque quando e se fossero stati in campo. Questo poteva avvenire perché, oltre che nemici, erano anche uomini. L'essere, invece, è un tale nemico del nulla che nemmeno di notte disarma: se lo facesse, non si strapperebbe di dosso la propria armatura, ma le proprie carni (Essenza del Nichilismo)

 

3. La negazione del divenire in Parmenide

Il senso dell'essere emerge nella contrapposizione dell'essere al niente. Anche Parmenide, come Eraclito, riflette esplicitamente sull'opposizione, ma egli si rivolge all'opposizione suprema, quella dove i due opposti non hanno alcunché in comune, e cioè quella dove uno dei due opposti - il niente - non è "qualcosa" che possa venire conosciuto e intorno a cui si possa parlare, ma è l'assolutamente niente, l'assoluto non-essere che non trova luogo all'interno dei confini del tutto (La filosofia antica)

Anche Parmenide, però, una volta affermata la verità suprema dell'essere, compie un atto che contraddice la sua affermazione: per salvaguardare l'immutabililità dell'essere, egli afferma che il mutamento al quale si assiste nel mondo sensibile non costituisce verità, e che gli enti sensibili non sono l'essere, ma soltanto 'nomi', sue determinazioni. Con questo Parmenide afferma che ogni ente sensibile è non-essere, ovvero, niente.

Ma per Parmenide l'essere non è le differenze che si presentano nell'apparire del mondo; le molteplici determinazioni manifeste sono tutte soltanto <nomi>. Parmenide è insieme il primo responsabile del tramonto dell'essere. Poiché le differenze non sono l'essere - poiché 'rosso', 'casa', ' mare', non significano 'essere', non significano cioé 'l'energia che spinge via il nulla' -, le differenze sono non-essere, sono esse stesse il nulla, che la 'doxa' chiama con molti nomi

 

4. Tutta la metafisica occidentale è fisica

Per Severino, tutta la filosofia occidentale, è in realtà una fisica. Come si arriva a questa affermazione? La metafisica dopo Parmenide è una fisica in quanto l'idea di essere dell'ontologia accoglie entro di sé quelle caratteristiche che sono peculiarità degli enti empirici: l'essere, alla pari degli enti empirici, si oppone al nulla fintanto che è, quindi si ammette che possa annientarsi come un qualsiasi ente sensibile. In realtà, sempre secondo Severino, ciò che si manifesta è l'essere, e non la sua immagine soggettiva e 'fenomenica', che rinvii alle cose così come sono in se stesse. La sfinda è dunque spiegare l'evidenza del divenire sensibile con la verità per cui l'essere è eterno.

Mentre, dunque, la metafisica tenta un accordo tra l'evidenza del divenire e la necessaria immutabilità dell'essere ponendo l'eternità aldilà delle regole del mondo sensibile (Platone), e nel tentativo di accordare queste due evidenze permette in ogni caso all'essere di non-essere, il compito della filosofia più autentica di cui si fa portatore Severino è quello di mostrare come non esistano due mondi separati, l'uno sensibile e l'altro oltre-sensibile (fisico e metafisico), ma che l'evidenza dell'essere che si mostra nel mondo diveniente si riferisce a quello stesso essere che non muta in relazione alla necessità del suo eterno persistere.

 

5. L'essere è la totalità delle differenze: l'autentico senso del divenire

Che cos'è, infine l'essere? La verità per cui è necessario che l'essere sia sempre in quanto non può cadere nel nulla (che non è e non può esistere), implica che non solo l'essere in sé sia eterno, ma tutti i singoli enti determinati che costiuiscono una sua parte (io, voi, la tastiera del computer, il monitor, il mouse, la stanza, le finestre, tutto ciò che sta oltre di esse ed entro di esse) siano eterni, in quanto non è possibile che una singola cosa determinata possa cadere nel nulla: ogni ente è, ed essendo si oppone al nulla.

Dunque l'essere è la totalità degli enti che si oppongono al nulla in modo stabile ed eterno (eterno nel senso che sono costrette ad esistere per sempre). L'essere è quella totalità del positivo che esclude in modo permanente "tutto" il negativo e lo costringe fuori da sé. Per questo motivo la totalità dell'essere è la totalità dell'esistente, nulla può esistere fuori da esso.

Questo comporta che non esista alcuna differenza qualitativa tra i singoli enti, per cui non vi è bisogno di affermare un essere assoluto e immutabile (Dio), poiché tutti i singoli enti sono assoluti e immutabili. E' questa uguaglianza degli enti che porterà Severino a scontrarsi con la Chiesa, la quale, per sua stessa natura, concede esclusivamente la proprietà dell'eternità solamente a Dio.

Il divenire degli enti, il mutare degli enti da una cosa all'altra, non implica più la distruzione dell'ente, poiché ogni ente è salvo da sempre e per sempre dalla sua nullificazione. L'essere rimane identico a sé stesso, l'essere che si manifesta nel processo diveniente è diverso dall'essere immutabile: questa è l'autentica differenza ontologica. Tuttavia questo non comporta che, per il fatto che l'essere che si mostra diveniente non sia l'essere immutabile, l'essere diveniente sia aperto alla possibilità del nulla, l'essere che si manifesta è lo stesso essere che non muta, entrambi esistono, ma in due dimensioni diverse (come il singolo fotogramma immobile di un film è lo stesso che che vediamo in movimento sullo schermo). Dunque le differenze esistono ma rimangono sempre entro il percorso necessario della loro esistenza.

Questa differenza, che è l'autentica 'differenza ontologica', è richiesta dal fatto (ché appunto di un fatto si tratta) che 'il medesimo' sottostà a due determinazioni opposte (immutabile, diveniente), e quindi non è medesimo, ma diverso (ossia questo colore eterno non è questo colore che nasce e perisce). Agisce cioè daccapo, la legge dell'opposizione del positivo e del negativo, per la quale il negativo non è soltanto il puro nulla (Parmenide), ma è anche l'altro positivo (Platone) (Severino, Ritornare a Parmenide)

Analogamente al discorso platonico, l'essere che diviene non è altro dall'essere in quanto nulla, è altro dall'essere in quanto diveniente, tuttavia, diversamente da Platone, Severino riporta le differenze entro l'essere, divenire e immutabile restano entro l'impossibilità di diventare nulla (mentre Platone aveva permesso che l'ente potesse distruggersi nel mondo sensibile, e quindi di cedere al nulla). Vi è quindi l'essere immutabile che lascia aperta la porta alle manifestazioni, le quali non contengono ogni parte dell'essere ma ne mostrano parti sempre diverse.

Nella struttura originaria della realtà si possono allora distinguere un fondo (l'essere immutabile) e le varianti (le manifestazioni divenienti degli immutabili). Il rapporto tra lo sfondo e le varianti è essenzialmente di duplice natura: nel primo caso le varianti che rendono manifeste parti dello sfondo appaiono liberamente; nel secondo caso appaiono per necessità, ovvero appaiono perché se non apparissero non permetterebbero nemmeno l'esistenza del processo di svelamento (il concetto di sfondo e di variante deve apparire, ad esempio, per permettere ai singoli eterni di apparire come divenienti).

 

6. L'essere non muore, ma scompare alla vista (alla percezione sensibile)

Il disfacimento del corpo non ne è l'annientamento, ma è il modo in cui il corpo si porta stabilmente al di fuori dell'apparire dell'essere. La storia è il processo del comparire e dello sparire dell'eterno. La dialettica non è l'essenza dell'essere in quanto è, ma dell'essere in quanto appare. L'essere sopporta inalterato ogni aggressione della tecnica. Non ne resta in alcun modo intaccato, ma lascia apparire gli spettacoli dell'alienazione del senso dell'essere. Il nostro tempo è ormai tutto diventato un siffatto spettacolo. E' ormai persuaso di poter giungere a un illimitato controllo della creazione e dell'annientamento dell'essere. Ogni opera del nostro tempo è compiuta sul fondamento di questa persuasione e perciò essa è un condurre nell'apparire gli spettacoli dell'alienazione" (La terra e l'essenza dell'uomo, Essenza del Nichilismo)

Ma come rispondere alla realtà diveniente delle cose, in qui tutto sembra nascere e ritornare nel nulla? Ciò che vediamo non è un annientamento dell'essere, ma soltanto il suo sparire dall'orizzonte dei fenomeni, il modo in cui l'essere si porta al di fuori del suo apparire. La tecnica occidentale quindi si ritiene in grado di creare dal nulla le cose e distruggerle (riportare nel nulla), mentre non è in grado di intaccare minimamente l'esistenza eterna dell'essere, tutt'al più sarà in grado di intaccarne la possibilità della sua apparizione e sparizione sul palcoscenico del mondo sensibile.

L'atteggiamento alienato dell'uomo fin dai tempi di Platone e dopo Parmenide è quindi credere che le cose possano distruggersi, in realtà nulla può distruggersi in quanto il nulla non esiste. Sarebbe come se un uomo che chiudesse gli occhi affermasse di conseguenza che il mondo non esiste più. Il fatto di non percepire più l'ente, non significa che questi si sia dissolto.

 

7. Il tempo è il progressivo apparire degli eterni

L'assunto per cui non esiste il nulla e tutto è destinato ad essere sempre, in eterno, porta a scontrarsi con la normale esperienza quotidiana del tempo. In questa esperienza quotidiana il tempo sembra essere parte integrante del processo diveniente che porta ogni cosa a mutare, ad essere finita e non infinita. In realtà la percezione ci porta a pensare che ogni cosa sia finita e determinata, non eterna, ma la percezione, similmente a ciò che scrive Parmenide, non dice la verità alla quale si arriva per vie razionali: la ragione, e non l'occhio, vede il vero.

La storia, il tempo, è il progressivo apparire degli eterni. Cosa significa? L'impossibilità della totalità dell'esistente di non essere, implica che tutto è eterno, non solo il passato e il presente, ma anche il futuro. Il futuro è ciò che non è ancora, ma non è in quanto nulla, non è in quanto non appare, pur essendo già. Tutto ciò che è, è stato e sarà di ogni ente è già presente nell'essere, in quanto il futuro inteso come ciò che non è, non è possibile. Non c'è cosa che possa provenire dal nulla, il futuro sarebbe il provenire di ciò che ancora non è dal nulla.

Il tempo si configura così come il progressivo apparire degli stati immutabili dell'essere, ogni istante è quindi l'apparire dell'eterno nel mondo della percezione, similmente ai fotogrammi di un film, che esistono già, nella pellicola, ma che, fatti apparire uno dopo l'altro in sequenza, creano la percezione del movimento (parimenti alla concezione zenoniana del moto). La pellicola, in questa analogia, rappresenta quindi l'essere, il film già girato ed eterno, mentre i singoli fotogrammi sono gli istanti che fluiscono nel tempo, illuminati dalla luce dell'essere.

Dunque ogni determinazione dell'essere appare nella percezione comune come finita, poiché appare e scompare dall'orizzonte dei fenomeni, in realtà esiste un attimo eterno per ogni singolo attimo che costituisce la catena degli attimi, che, messi in fila uno dopo l'altro, dà origine al tempo e al movimento. Esiste quindi un attimo eterno in cui siamo davanti al monitor a leggere questa scheda, esiste un attimo eterno in cui il pensiero di aver compreso la scheda esiste in eterno, esiste un altro attimo eterno in cui ci domandiamo se tale visione sia realmente valida (il senso comune è infatti molto forte in noi, abituati a concepire il tempo in un certo modo).