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Vuoto è l'argomento del
filosofo che
non dà sollievo all'umana sofferenza
Epicuro (letteralmente salvatore) nacque sull'isola di Samo, suo padre era un maestro di scuola e sua madre una maga. Appassionato di filosofia sin da giovane, a quattordici anni lasciò l'isola per studiare con il platonico Panfilo e l'atomista Nausifane.
Soggiornò ad Atene, a Colofone, a Mitilene e a Lampsaco, quindi nel 306 a.C., non pago dell'insegnamento altrui, aprì ad Atene la sua scuola filosofica in una casa con un ampio terreno adibito a giardino, dove i seguaci vivevano in comunità (per questo vennero chiamati filosofi del giardino).
1. L'uomo liberato dal destino (e dagli dei)
La filosofia di Epicuro, come quella stoica, è una filosofia prevalentemente di carattere morale: la filosofia è insegnamento di vita e attinenza della condotta esistenziale al responso della sapienza, la filosofia è dunque quella forma di sapere attraverso la quale l'uomo può trovare una guida etica, una guida che ne determina il giusto agire (questa caratteristica è di derivazione socratica).
Tuttavia Epicuro non può che fondare le verità etiche della sua dottrina sulla struttura della physis che ritiene più autentica: dopo un primo rivolgersi alle dottrine platoniche, Epicuro accetta come spiegazione della natura l'atomismo democriteo.
Per Epicuro, come molta parte del pensiero greco, nulla si genera dal nulla, per cui è necessario spiegare l'evidenza del mutare degli enti, cioè il divenire, partendo comunque da un ente minimo che mai si corrompe e mai si distrugge. Questo ente minimo sono le singole parti in cui un corpo è costituito, parti che non possono essere un niente, parti minime che mai si distruggono: gli atomi, ovvero gli indivisibili.
Tuttavia, se Democrito affermava che il movimento incessante degli atomi è necessario e predeterminato da una legge autosufficiente (il movimento del caldo e del freddo che genera il vortice atomico), Epicuro sostiene che gli atomi si raccolgono e si disperdono senza sottostare ad alcuna legge precisa, in modo totalmente casuale. Ecco quindi che tutti gli eventi del mondo accadono liberamente, non vi alcuna necessità o predeterminazione in essi, ma ogni cosa accade casualmente. Non esiste alcun fato e alcun destino alla quale siamo soggetti (come invece sostenevano gli stoici), non esistono nemmeno gli dei. Non c'è nulla di predefinito e immutabile nell'universo, non esistono dei che abbiano assegnato all'uomo uno scopo preciso o un destino particolare (Epicuro giunge a sostenere che gli dei non si occupano del destino degli uomini poiché si godono indifferenti la loro beatitudine), l'uomo è solo, è libero di indirizzare il proprio destino e non deve rendere conto della sua condizione ad alcuna entità divina.
Mentre per l'esistenzialismo moderno la libertà assoluta dell'uomo è fonte di vertigine (Kierkegaard) e l'inesistenza di ogni possibilità di intervento divino provoca nausea (Sartre), per Epicuro tale libertà sostanziale ed effettiva di fronte al destino e agli dei è vista positivamente, come un'opportunità, un occasione che libera l'uomo dal fardello di un qualsiasi destino imposto (Epicuro sostiene che di fronte all'idea stoica del destino necessario sarebbe perfino preferibile l'esistenza stessa degli dei).
2. Le affezioni: il piacere e il dolore
E' ora possibile comprendere i precetti etici della dottrina epicurea. A fondamento di questa dottrina vi è quindi la liberazione dell'uomo da ogni costrizione metafisica o divina, per cui l'uomo è libero di scegliere il proprio destino, nessun castigo e nessuna ricompensa, nessuno scopo dopo la morte vincola l'uomo ad alcun obbligo.
Qual è dunque il principio sul quale si fonda la dottrina etica epicurea? Tale principio è vincolato all'evidenza originaria delle affezioni, ovvero a quella forma di evidenza innegabile che sono i sentimenti del piacere e del dolore. Oltre a queste evidenze esistono altre cose innegabili, secondo Epicuro, e sono gli stati sensibili (il caldo, il freddo, il secco, l'umido e così via) e le prolessi (che sono le rappresentazioni generali della mente, ovvero il ricordo del modo in cui si manifestano gli eventi e che permettono agli uomini un minimo di prevedibilità circa l'accadimento degli eventi immediati). Ma le evidenze che contano eticamente sono comunque le "affezioni".
Tra piacere e dolore l'evidenza ci impone di scegliere il piacere, tale evidenza si mostra da sé. Ogni buon comportamento è quindi figlio dell'evidenza per la quale l'uomo sceglie il piacere a scapito del dolore. Se il dolore esistenziale, la sua radice, proviene dal turbamento prodotto nell'uomo dal timore di essere osservato e manipolato da leggi divine e incontrastabili, Epicuro sostiene che il sapersi liberati da queste leggi superiori produce nell'uomo un senso di tranquillità e di serenità. La verità per cui l'uomo è libero da qualsiasi imposizione è quindi fonte di piacere.
3. Felicità = assenza del dolore
Per Epicuro il piacere è un sintomo che può indicare il modo di raggiungere la felicità. Le cose che danno veramente piacere rendono felici. Ma che cos'è il piacere per Epicuro? Occorre subito precisare che per Epicuro il piacere che porta alla felicità non è un piacere dei dissoluti, ovvero quella forma di piacere che se nell'immediato rende felici poi produce molto più dolore nel futuro del piacere provato nell'immediato (questo tema è ripreso da Socrate). Il piacere che produce veramente la felicità è dunque quel piacere che produce il minimo del dolore futuro, per cui il piacere più perfetto è l'assenza del dolore, sia fisico (aponia, ovvero privo di pena) che spirituale (atarassia, ovvero privo di turbamento).
Sul dolore fisico Epicuro sostiene che: se è lieve non può offuscare il piacere di vivere, se è acuto, dura poco e se acutissimo conduce presto alla morte. In quanto alla morte, Epicuro ripropone il fondamento fisico della sua dottrina etica: il corpo è un'aggregazione di atomi, tutti gli stati dolorosi e sensibili provengono dal corpo in quanto aggregazione, la morte è disgregazione degli atomi, quindi quando la morte giunge, non proviamo in realtà alcun dolore (finché noi esistiamo la morte non esiste, quando sopraggiunge la morte siamo noi a non esistere più). Con le parole di Epicuro Nulla c'è di temibile nel vivere per chi sia veramente convinto che nulla di temibile c'è nel non vivere più.
Una volta però compresa la morte come annullamento del corpo e quindi della possibilità di provare dolore, resta il fatto che la morte può impedire di fatto che si viva la felicità, e per questo essere un male. Epicuro ribatte allora che se la vera felicità, il vero piacere, è l'assenza del dolore, allora il massimo piacere che un uomo può provare in vita non è superabile una volta raggiunto, poiché non si può, una volta tolto il dolore, pretendere di togliere altro. La vera felicità, che è alla portata dell'uomo, è quindi già compiuta in sé, non ulteriormente perfezionabile, e non basterebbe quindi tutto il tempo a disposizione di un'ipotetica eternità per raggiungere una felicità più grande. L'uomo che non conosce la felicità come assenza del dolore è destinato a soffrire invece per tutto il corso della sua vita, alla ricerca continua di nuovi piaceri che mai soddisferanno la sua sete di felicità.
4. La verità conduce al piacere
Quale è il senso della verità in Epicuro, come si rapporta egli alla verità? Come si è visto la felicità è riposta nel piacere, il piacere è quell'affezione che indica all'uomo la strada da percorrere, tuttavia questo piacere è sottoposto a giudizio: occorre che l'uomo possa comprendere la differenza tra i piaceri dei dissoluti e il piacere autentico che si raggiunge mediante l'assenza del dolore.
Il piacere dei dissoluti non è l'autentico piacere perché per provarlo si aggiunge al piacere molto più dolore, cosicché, nel computo, l'uomo finisce per essere più infelice che felice. La saggezza del sapiente indica invece che la verità è nel conoscere il vero senso del piacere, ovvero il senso che indica il piacere come assenza del dolore. E' infatti solo conoscendo questo autentico senso del piacere che l'uomo può raggiungere la felicità più salda e non ulteriormente perfezionabile. Dunque il dolore è procurato, in ultima analisi, dall'ignoranza del vero senso del piacere.
Dall'ignoranza nascono quindi i mali dell'uomo, dall'ignoranza di quella verità rappresentata dall'affermazione che il piacere è l'assenza del dolore (è in sostanza la tesi dell'intellettualismo etico di Socrate). Da questa verità presente al saggio l'uomo può finalmente derivare tutto quell'insieme di regole di vita che permettono all'uomo di curare il male dell'anima (e sopportare dunque con maggiore forza il male del corpo). Se l'ignoranza del vero senso del piacere conduce al dolore, la verità conduce allora al piacere.
5. Il tetrafarmakon e la scala dei piaceri
Epicuro intende quindi la sua filosofia come rimedio pratico al dolore dell'uomo, la sua filosofia diviene farmaco. E in effetti Epicuro stila una lista di quattro accorgimenti fondamentali che permettono di meditare serenamente sul senso della vita, tali quattro rimedi, chiamati tetrafarmakon (quadrifarmaco) sono i seguenti:
1. La consapevolezza che se anche gli dei esistono essi non si interessano alle vicende umane
2. L'impossibilità di sperimentare la morte e quindi la paura infondata che essa provochi dolore
3. Il piacere è accessibile a tutti
4. Il dolore o è breve, o sopportabile
Tale lista, seppur molto semplificata, permette all'epicureo di avere sempre davanti a sé, nei momenti in cui il dolore sembra fare capolino, il senso autentico dell'esistenza e della verità attorno alle cose del mondo. Il primo punto permette di alleggerire nell'uomo l'eventuale ansia derivante dalla consapevolezza dei castighi e delle ricompense divine; il secondo punto permette di affrontare serenamente il senso della finitezza umana, il senso della morte; il terzo punto indica all'uomo la fruibilità universale della felicità; il quarto ed ultimo permette di affrontare con la giusta serenità il dolore fisico.
Esiste poi una scala dei piaceri che permette di discernere il piacere più autentico da quelli accessori, alla base vi sono i piaceri indispensabili ad una vita felice, oltre si pongono i piaceri che possono essere anche trascurati e non sono necessari al conseguimento della felicità.
I piaceri fondamentali, senza i quali l'uomo non può essere felice, sono quelli naturali e necessari: l'amicizia, la libertà, la consolazione e il conforto derivanti dall'uso del pensiero e della parola, ma anche un riparo per il corpo, del cibo, dei vestiti.
Giungono poi i piaceri naturali ma non del tutto necessari, quali, ad esempio, una grande dimora, uno stuolo di servitori, i banchetti, le terme, l'abbondanza delle portate, il lusso e la ricercatezza. Tali piaceri conducono si alla felicità, ma non sono necessari e possono anche non essere posseduti.
Infine vi sono i piaceri del tutto accessori, come, ad esempio, la fama, il potere e la gloria. Un motto degli epicurei era vivi nascosto: contrariamente agli stoici, che predicavano la partecipazione attiva alla vita pubblica, gli epicurei prediligevano i piaceri interiori e la cura della propria anima.
E' dunque interessante notare che, malgrado in epoca contemporanea il termine epicureo sia associato spesso a un modello di vita improntato al lusso, alla ricchezza e ai piaceri ricercati, Epicuro non predicava affatto l'eccesso e l'abbondanza ma la ricerca e il conforto del necessario.
6. Tre ingredienti per la felicità
L'amicizia. Di tutti i beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l'acquisto dell'amicizia. Epicuro teneva in gran conto la vera amicizia. Il vero amico è colui che ama e rispetta l'altro per ciò che è e non per ciò che possiede. Tra veri amici si crea intimità, si condividono malinconie, ci si conforta. L'amicizia è in grado dare sicurezza nella misura in cui ci sentiamo compresi e accettati. Sfidando il pensiero a loro contemporaneo, Epicuro e i suoi seguaci vissero in una grande casa priva di lusso e di decori, tuttavia coltivavano ciò di cui avevano bisogno per mangiare, e, cosa più importante, mangiavano assieme: ..dilaniare carni senza la compagnia di un amico è vita da leone e da lupo.
La libertà. L'uomo libero è già un passo verso la felicità. L'uomo libero dalle opinioni altrui lo è ancora di più. Si è già visto come per Epicuro la libertà dal volere degli dei sia già di conforto alle ansie dell'uomo, a maggior ragione la libertà dell'uomo di fronte al proprio destino o a qualsiasi destino imposto da altri uomini è motivo di felicità e piacere.
Il pensiero, la parola e la scrittura consolatoria. La comunità epicurea era votata alla discussione dei problemi e alla riflessione. Molti degli amici di Epicuro erano scrittori e poeti. Epicuro amava discutere ed esaminare le proprie ansie legate al possesso del denaro, alle preoccupazioni legate alla salute, alla morte e all'aldilà. Discutere razionalmente della morte avrebbe aiutato, secondo il filosofo, ad alleviarne la paura. L'analisi lucida delle ansie e delle paure, sia per mezzo della discussione che della scrittura, se non è il rimedio assoluto è tuttavia una consolazione, cosa che, a fini pratici, è tutt'altro che da sottovalutare.
Ciò che presente non ci turba, stoltamente ci addolora quanto è atteso: questa frase riassume bene l'atteggiamento filosofico di Epicuro: la vita è pratica della felicità, non conviene pensare a ciò che accadrà nel futuro se questo implica la rovina della propria serenità presente.